RUSSIA: L’emancipazione sempre mancata della donna

Il Domostroj, galateo delle botte

“Dagli uomini cattivi nascono più figli maschi”, questo il titolo di un provocatorio articolo a firma di Yaroslav Korobatov apparso sulla Komsomolskaya Pravda, popolare tabloid russo, che ha fatto molto discutere fuori e dentro la Russia. L’articolo prende le mosse da uno studio di Satoshi Kanazawa, controverso psicologo evoluzionista, secondo cui le donne prese a botte godrebbero del vantaggio biologico di poter fare più figli maschi (che sono ovviamente meglio delle femmine) grazie al temperamento del partner. Quanto scritto da Korobatov non nasceva dal caso, quel giorno la Duma aveva approvato una legge per la depenalizzazione della violenza domestica e la stampa nazionale si prodigava nel difenderla in nome dei “valori tradizionali” della società. Sono passati alcuni mesi dall’istituzione di quella legge e, malgrado alcune espressioni di malcontento da parte delle associazioni femministe, la situazione non è cambiata, anche perché attinge ai valori tradizionali della società russa.

E la tradizione della violenza domestica è tutta riassunta in un celebre proverbio russo, “bët, značit ljubit”, se ti picchia vuol dire che ti ama. Un detto che richiama il Domostrojsorta di galateo russo del XV secolo, volto a istruire il pater familias su come raggiungere la felicità domestica, il quale prescriveva botte alle donne che non dimostravano reverenza e obbedienza al marito. Certo negli ultimi cinque secoli la società russa è mutata e con essa il ruolo della donna che, specialmente in epoca sovietica, ha potuto emanciparsi dalla soggezione al marito. Tuttavia la vita domestica risente ancora del passato e la società russa non ha perso il suo antico carattere patriarcale. Il putinismo non ha fatto che riaffermare questo carattere strizzando l’occhio ai settori più conservatori della società russa tra cui spicca la Chiesa ortodossa.

Delitto senza castigo

Ma quella della depenalizzazione della violenza domestica è una storia tutta moderna. Come spiegato da Laura Luciani, tutto è cominciato nel giugno 2016, quando il governo decise di depenalizzare le percosse a eccezione della violenza domestica per cui invece si stabilì una pena di due anni di detenzione, di fatto equiparandola alla violenza per motivi razziali. Un discrimine volto a proteggere donne e minori che, secondo le stime, sarebbero sempre più vittime di maltrattamenti: ben 26.000 i bambini oggetto di violenza domestica ogni anno, e circa il 25% delle donne.

Tale distinzione non è però piaciuta al clero ortodosso, pronto nell’insorgere rammentando – sacre scritture alla mano – che “un uso ragionevole della punizione corporale è parte essenziale dei diritti che Dio conferisce ai genitori”. Su pressione di gruppi vicini al clero, il governo decise allora di ridurre le pene per violenza domestica a soli quindici giorni di lavori socialmente utili e a una multa di circa 500 euro, derubricando il reato a “violenza privata”, fattispecie in cui viene meno la notitia criminis ed è quindi la vittima a dover raccogliere le prove e sporgere denuncia.

I sostenitori del diritto al pestaggio domestico si sono radunati attorno a Elena Mizulina, deputata nota per le sue controverse leggi contro la “propaganda omosessuale”, che ha redatto una proposta di legge per la depenalizzazione della violenza domestica che prevede che la responsabilità penale si applichi solo se gli episodi di violenza vengono commessi per più di una volta all’anno.

L’emancipazione sempre mancata

Alexandra Kollontaj, rivoluzionaria russa, agitatrice e filosofa, prima donna a ricoprire la carica di ministro, scrisse nel 1921 alcune righe destinate a rimanere nella storia. Sostenitrice del “libero amore” era convinta che il matrimonio fosse un’ulteriore istituzione finalizzata allo sfruttamento e che “la liberazione della donna non può compiersi che attraverso una trasformazione radicale della vita quotidiana […] sulle nuove basi dell’economia comunista”.

Quello che il bolscevismo prometteva era una rivoluzione totale della società e la Kollontaj, consapevole della dimensione economica dell’emancipazione femminile, vedeva nel comunismo una via verso la libertà individuale della donna. Durante il periodo sovietico le donne assursero a ruoli importanti, in anticipo sulle società occidentali, ma i compiti all’interno della famiglia e della coppia restavano ben definiti soprattutto fuori dalle grandi città, in quelle sterminate campagne dove riposa l’eterna anima russa.

Come ricorda Vittorio Filippi, sociologo e docente a Ca’ Foscari, “nonostante le immagini della rabotnica, dell’operaia, venissero riprodotte in dimensioni superiori alla realtà, la liberazione della donna promessa dalla rivoluzione rimase sempre incompiuta, ondivaga e contraddittoria. Già alla fine degli anni Venti l’esaltazione della figura avveniristica della donna-operaio veniva affiancata dalla rivalutazione stalinista della madre eroina con prole numerosa. Poi nel 1968 la nuova legislazione familiare e matrimoniale segnò il trionfo del welfare state e della partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ma non veniva ridotta l’asimmetria di genere, dato che sulle donne gravavano il lavoro extradomestico e quello domestico”.

La rivoluzione bolscevica non portò fino in fondo il discorso dell’emancipazione femminile lasciando la società russa a metà del guado. Nel 1989, mentre il mondo sovietico si accingeva al crollo, la Pravda scriveva che “la donna deve tornare a casa e non mettere il becco in nient’altro”. La fine della rivoluzione segnava l’ideale ritorno al punto di partenza, al Domostroj e alle regole della tradizione domestica. Un ritorno che molte donne hanno inizialmente accolto come una liberazione, visto che su di loro gravava il doppio fardello del lavoro in fabbrica e in casa, salvo accorgersi presto della necessità dell’indipendenza economica. Oggi, cento anni dopo le dichiarazioni di Alexandra Kollontaj, le donne russe si trovano nel mezzo di un rinascimento patriarcale basato – afferma ancora Filippi – “sui valori pre-socialisti della tradizione ortodossa e nazionalista panrussa” che le vede discriminate tanto nel mondo del lavoro, quanto in quello della politica.

Donne in politica, vetrina del maschio

Si è tuttavia registrato un aumento della presenza delle donne in politica: alla Duma la quota raggiunge il 14% dei parlamentari segnando il risultato più alto di sempre. Questo incremento – nella qualità e nella quantità – della presenza femminile in politica non è però il risultato di una legislazione atta a favorire la parità di genere. Si tratta piuttosto di una mossa tattica da parte di un Cremlino in cerca di nuovi consensi nell’elettorato femminile e di un tentativo di “ripulirsi” dopo i recenti scandali legati alla corruzione: un sondaggio diffuso tra i russi ha mostrato come l’elettorato ritenga le donne più oneste ed efficaci in politica rispetto ai loro omologhi uomini. Ecco allora che per riacquisire credibilità la classe politica ha deciso di aumentare la propria componente femminile. Tuttavia le donne accedono al potere solo quando l’uomo del Cremlino lo consente, e solo se di provata fedeltà e obbedienza. Ecco che la donna in politica è soggetta all’autorità e alla benevolenza del pater patriae replicando le dinamiche patriarcali già presenti nella società.

Diritti negati, lavori proibiti

Se l’uomo è la testa, la donna è il collo” recita un popolare detto russo. Un proverbio che riconosce il fondamentale ruolo della donna all’interno della famiglia. La domanda tuttavia è: perché è l’uomo a dover essere la testa? La tradizionale subalternità della donna russa nella società e nella famiglia ha fin qui impedito lo sviluppo di un femminismo russo e di una consapevolezza di genere. La recente puntata di Kiosk, programma radiofonico realizzato da Radio Beckwith in collaborazione con la redazione di East Journal, dal titolo “Donne, diritti negati a est“, affronta questa problematica ricordando come, ancora oggi, esista in Russia una lista delle professioni proibite alle donne. Segno di come l’emancipazione della donna sia ancora di là da venire in Russia.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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