RUSSIA: Verso la depenalizzazione della violenza domestica?

L’11 gennaio, un decreto che depenalizza la violenza domestica è stato approvato in prima lettura alla Duma di Stato russa. 368 deputati hanno votato all’unanimità, con un unico contrario e un’astensione. L’iniziatrice della proposta è la deputata ultra-conservatrice Elena Mizulina, già tristemente nota al pubblico per essere tra gli autori di leggi controverse come quella che vieta la “propaganda LGBT” e la cosiddetta “legge Anti-Magnitsky” che impedisce l’adozione di orfani russi da parte di cittadini americani.

Delitto senza castigo

Fino ad oggi in Russia gli atti di violenza commessi all’interno delle mura domestiche sono puniti come atti criminali, mentre le aggressioni commesse in strada a danno di sconosciuti sono soggette a depenalizzazione e punite con una multa. Secondo la Mizulina, anche la violenza domestica andrebbe considerata come un reato amministrativo perché “è ingiusto che per una sculacciata si rischino due anni di reclusione”. La deputata sostiene che la legge non debba contraddire il “sistema di valori su cui si basa la società russa”, e “i rapporti di autorità attorno ai quali si strutturano le relazioni familiari”.

Se approvato definitivamente, il decreto prevede che la responsabilità criminale si applichi solo se gli episodi di violenza vengono commessi per più di una volta all’anno. Le associazioni di difesa dei diritti umani temono che la depenalizzazione, lanciando un segnale sbagliato alla società, possa causare un aumento degli episodi di violenza domestica, non facendo altro che peggiorare una situazione già grave.

Violenza dilagante

Si stima che il problema della violenza domestica in Russia riguardi una famiglia su quattro. In realtà i numeri sarebbero molto più alti, se si considera che il 60-70% delle vittime non denuncia le violenze subite per vergogna, paura, e soprattutto a causa della completa dipendenza materiale dal marito. E anche quando le donne decidono di rivolgersi alla polizia, solo il 3% dei casi arriva in tribunale.

Molto più spesso le forze dell’ordine, chiamate dalle vittime, rifiutano di intervenire. Nel novembre scorso a Orël, una donna è morta in ospedale in seguito ad un brutale pestaggio da parte dell’ex convivente. I poliziotti non avevano voluto immischiarsi in quello che consideravano un comune litigio, rispondendo alla donna che se l’uomo l’avesse ammazzata sarebbero ritornati per effettuare l’autopsia. In Russia, la violenza domestica uccide una donna ogni 40 minuti.

Inoltre, sono 26.000 i bambini che ogni anno subiscono violenze da parte dei genitori. Ma secondo la Commissione per i problemi della famiglia del Patriarcato della Chiesa ortodossa, favorevole al nuovo decreto, tutto ciò rientra nella normalità: i genitori non possono essere puniti per le punizioni corporali inflitte ai figli.

Mentalità e normalizzazione

Nel Domostroj (“Governo della casa”), una sorta di Galateo russo del sedicesimo secolo contenente le norme della vita domestica in base ai valori della religione ortodossa, la struttura prettamente patriarcale della famiglia “ideale” è già chiaramente definita: il rispetto delle gerarchie e dell’autorità del padre costituisce un precetto fondamentale. Le punizioni corporali sono considerate un lecito strumento correttivo nell’educazione dei bambini; per quanto riguarda le donne, anch’esse meritano di essere battute se non dimostrano ubbidienza e reverenza al marito. Ancora oggi non è raro che i russi evochino il detto bët, značit ljubit” – che tradotto letteralmente significa “se ti batte, vuol dire che ti ama”.

La saggezza popolare potrà anche esprimere la mentalità di una nazione, ma un problema maggiore si pone quando questi stessi “valori” vengono tradotti in leggi volte a normalizzare fenomeni gravi e già dilaganti come la violenza domestica.

Foto: David Frenkel

Chi è Laura Luciani

Nata a Civitanova Marche il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacia firmavano un accordo sulla dissoluzione dell'URSS. Attualmente è dottoranda in scienze politiche presso la Ghent University (Belgio), con una ricerca sulle politiche dell'Unione europea per la promozione dei diritti umani e il sostegno alla società civile nel Caucaso meridionale. Oltre a questi temi, si interessa di spazio post-sovietico in generale, di femminismo e questioni di genere, e a volte di politiche linguistiche. E' co-autrice del programma "Kiosk" di Radio Beckwith.

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