STORIA: Quei fascisti a cui piaceva l’URSS

Tra gli antagonisti ideologici del regime fascista il marxismo si configurò, insieme al pensiero liberale e democratico, come il nemico chiave da abbattere in campo nazionale e internazionale. Nonostante questa antitesi, il regime affiancò alla crociata antibolscevica un approccio morbido nelle relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica, riconosciuta ufficialmente già nel 1924. Il duplice approccio nei confronti di Mosca fu condiviso da diversi politici, giornalisti e scrittori dell’epoca e fu caratterizzato da realismo politico e volontà di coesistenza con la Russia sovietica.

La menzogna democratica

Alla radice dell’avversione ideologica che il fascismo professò nei confronti delle democrazie liberali troviamo diversi fattori. Il risentimento provato per la “pace mutilata” e il conseguente rifiuto degli equilibri internazionali partoriti dal trattato di Versailles (1919) rappresentano sicuramente un elemento cruciale per l’analisi storica di quell’odio, a cui va aggiunto però un altro fattore essenziale: la repulsione verso il sistema economico capitalista. L’epicentro mondiale di quello che venne definito dal fascismo unanuova barbarie era geograficamente collocato in America del Nord, patria dell’egemonia del capitale finanziario e del “dominio dei monopoli”. Gli Stati Uniti venivano considerati dagli intellettuali fascisti una società priva di storia, un “paese di immigrati” in cui regnava un “deserto spirituale”.

L’assenza di un fondamento morale che guidasse il modello capitalista americano lo condannava ad essere percepito come un nemico più dannoso del bolscevismo sovietico. Secondo la mitologia nazionalista dell’epoca, i “bagliori dell’oro” e le “menzogne democratiche” mascheravano il vero volto della democrazia americana: quello di una spietata potenza materiale, imperialista e progenitrice dell’uomo massa, sradicato e consumatore, in profonda contrapposizione al modello di uomo nuovo elaborato dal fascismo, legato alla propria terra e fedele alla tradizione romana e risorgimentale (entrambe rivisitate secondo criteri adiacenti alla sovrastruttura ideologica del regime).

Anti-bolscevismo, elemento cruciale o residuo storico?

Il paradigma elaborato per gli U.S.A e le democrazie liberali fu condiviso dalla larga maggioranza della comunità intellettuale fascista. Al contrario, volgendo lo sguardo verso Est, le opinioni degli ideologi e delle figure chiave del regime non assumevano una forma unitaria rispetto l’Unione Sovietica, il suo modello di civiltà e il suo ruolo nello scacchiere internazionale. Se la critica al fondamento materialista e positivista del bolscevismo si presentava come un elemento imprescindibile per la totalità dei fascisti, non tutti percepivano lo scontro tra le due civiltà (fascista vs sovietica) come una necessità storica irrinunciabile. Per molti fascisti, in Italia il pericolo di una rivoluzione proletaria era stato sventato durante il “biennio rosso” (1918-1919) con la repressione dei moti operai e contadini. L’anti-bolscevismo andava quindi considerato come un residuo obsoleto del passato, un “relitto psicologico” su cui non era fondamentale tornare. Inoltre, il processo di industrializzazione forzata e la centralizzazione del potere in atto in URSS stavano indebolendo il carattere socialista di quello stato, rendendolo sempre più distante dalla dottrina marxista e dal principio della rivoluzione ad ogni costo. Questa interpretazione portò alcuni, tra cui il fratello minore di Benito Mussolini, Arnaldo, ad affermare che la società sovietica era al suo tramonto e che il capitalismo avrebbe presto preso il sopravvento anche in Russia.

Fascismo e bolscevismo, “fratelli nemici”

L’approccio “soft” in campo diplomatico fu complementare ad una corrente di pensiero che guardava all’Unione Sovietica con un certo grado di simpatia. Ovviamente, questa apertura non fu condivisa dalla totalità della comunità intellettuale fascista. Per molti, il bolscevismo rimaneva l’espressione storica del più “spietato materialismo” e l’URSS rappresentava una minaccia che prima o poi sarebbe stato necessario debellare. Tuttavia, la schiera di fascisti che guardarono a Mosca con rispetto e talvolta ammirazione fu, almeno fino alla fine degli anni ’30, consistente. Il politico e giornalista Giovanni Bottai affermò che fascismo e bolscevismo si presentavano come una medesima reazione allo “spirito borghese plutocratico, spingendosi fino al punto di considerare i due movimenti dei “fratelli nemici” impegnati ad aprire il cammino per una nuova civiltà, in profonda antitesi alle strutture liberal-borghesi e al deserto spirituale di matrice americana.

Tra gli aspetti che più di altri permisero una parziale apertura ideologica del fascismo nei confronti del comunismo sovietico troviamo il fondo anti-individualista comune e la volontà di costruire un ordine nuovo radicalmente alternativo a quello elaborato dagli Stati Uniti e dalle democrazie liberali europee. Questi elementi facilitarono, insieme al criterio del realismo politico, l’avvicinamento diplomatico tra i due paesi e le simpatie di alcuni uomini profondamente legati al regime. Un avvicinamento che si esaurirà in modo definitivo con l’avvio dell’operazione Barbarossa nel 1941.

Chi è Stefano Cacciotti

Nato a Colleferro (RM) nel '91 mentre i paesi del socialismo reale si sgretolano. Sociologo di formazione, ho proseguito i miei studi con una magistrale sull'Europa Orientale (Mirees), passando per Varsavia (2013) e Budapest (2016). Appassionato di storia contemporanea e politica, attualmente frequento un Master di II livello in comunicazione storica all'Università di Roma Tre.

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