La crociata a est. L’operazione Barbarossa e l’attacco all’Unione Sovietica

Le classi dirigenti occidentali di fine Ottocento, in particolare quelle delle nazioni coloniali, avvertivano il loro appartenere a una civiltà superiore, di contro alle barbare popolazioni indigene. Per questo si permisero di tutto. Nelle sue colonie, l’Impero tedesco attuò massacri su vasta scala: in Tanzania, gli Herero vennero praticamente sterminati.

Nel corso della Prima guerra mondiale i soldati tedeschi in Europa orientale erano venuti a contatto con le popolazioni locali, ricavandone l’impressione di arretratezza e di una loro natura selvaggia e barbara. Da est veniva anche la minaccia dei bolscevichi, che alla fine del 1917 si erano impossessati del potere nella Russia zarista.

Il primo conflitto terminò nel 1918, ma a est proseguì con la guerra russo-polacca mentre nel cuore dell’Europa si susseguirono alcuni violenti tentativi insurrezionali (Berlino, Monaco, Budapest…).

Negli ambienti della destra estremista l’est assunse una duplice connotazione di pericolo, sia in termini ideologici che in quelli razziali, mentre dilagava nella società l’idea, diffusa ad arte dai comandi militari per declinare qualsiasi responsabilità per la sconfitta, che la guerra era stata persa per colpa d’una “pugnalata alla schiena” inferta dagli ebrei e dai partiti, in particolare quelli di sinistra.

Con l’avvento del nazismo, la paura dell’est si innestò su un progetto politico-ideologico, razziale e nazionalistico ben preciso: il nazismo intendeva creare una “Volksgemeinschaft”, una comunità di popolo, razziale, etnicamente e geneticamente pura. Pertanto il “problema” degli ebrei (come quello di altre categorie: malati psichici, omosessuali ecc.) doveva essere risolto assieme a quello dei comunisti. Per giunta, nell’immaginario nazista molto spesso l’ebreo e il comunista coincidevano.

Alla volontà di riunire tutti i tedeschi in un unico grande Reich si univa la prospettiva di allargarne i confini a oriente, conquistando e colonizzando i nuovi territori, per sfruttarne le risorse, schiavizzandone le popolazioni slave (ritenute inferiori, “Untermenschen) e eliminando le comunità ebraiche. Per Hitler si trattava di applicare quella colonizzazione che altri paesi avevano in precedenza già attuato in Africa e in Asia.

Si andava verso la guerra. Ma nell’agosto 1939 accadde qualcosa per molti assolutamente impensabile: deflagrò sull’intera Europa il patto Ribbentrop-Molotov. Nazismo e bolscevismo, che si erano confrontati indirettamente guerra di Spagna, ora si alleavano per spartirsi la Polonia e gli stati del Baltico. Prendeva così il via la Seconda guerra mondiale.

La collusione tra i due totalitarismi non durò: il punto di svolta furono le trattative abortite, dopo la missione di Molotov a Berlino alla fine del 1940, per il “patto n. 2”. Poco più di sei mesi più tardi l’alleanza era definitivamente spezzata dall’“operazione Barbarossa”, il grande attacco all’URSS del 22 giugno 1941.

Fino all’ultimo Stalin non aveva voluto credere alle informazioni ricevute sull’imminente attacco e così la sorpresa si unì all’impreparazione dell’Armata rossa: tra il giugno e il dicembre 1941, la Blitzkrieg nazista fu travolgente.

La guerra a est fu una guerra totale, assoluta e di sterminio. Gli obiettivi strategico-militari cambiarono nel corso della campagna: prima Leningrado (capitale ideologica del comunismo), poi Mosca (capitale politica) e infine il Caucaso (risorse petrolifere). Intrappolata Leningrado con un assedio durato fino al 1944, i tedeschi puntarono su Mosca, dove furono fermati nel dicembre 1941. Superata la stasi invernale, la Wehrmachtavanzò verso il Caucaso e i pozzi petroliferi di Baku. Sulla strada, però, i tedeschi trovarono Stalingrado.

Superato lo sbandamento iniziale, Stalin era riuscito a mobilitare la società sovietica resuscitando il sentimento nazionale, chiamando a raccolta la popolazione sotto la bandiera della riscossa patriottica: la lotta contro l’invasore era una lotta per la sopravvivenza, al fronte come nelle retrovie dell’avversario. Iniziavano a delinearsi gli esiti del conflitto.

Non si può, infine, non sottacere come le truppe tedesche che avanzavano in Unione Sovietica, venivano accolte come fossero dei liberatori: i decenni di comunismo avevano esacerbato il rancore verso Mosca, in particolare nelle popolazioni non russe, che coltivavano ancora un sentimento di appartenenza nazionale. Solo le politiche di repressione naziste spostarono poi queste comunità verso comportamenti resistenziali.

Respinte le truppe naziste fino a Berlino, gli effetti della propaganda comunista furono evidenti nel comportamento dell’Armata rossa nei territori in cui avanzano: violenze, uccisioni e stupri esprimevano drammaticamente un sentimento di vendetta diffuso, di cui furono vittime i civili.

Queste vicende verranno affrontate da Lorenzo Gardumi nell’incontro-dibattito “La crociata a Est. L’operazione Barbarossa e l’attacco all’Unione Sovietica”, che si è tenuto mercoledì 1 aprile 2015, alle 17:30, a Trento, nella Sala degli affreschi della Biblioteca comunale (Via Roma 55). Questo incontro è il dodicesimo del ciclo “La seconda Guerra dei Trent’anni”, organizzato dal Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale e dalla Fondazione Museo Storico del Trentino.

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Un commento

  1. “…nell’immaginario nazista molto spesso l’ebreo e il comunista coincidevano.”

    In realtà coincidevano anche nei fatti. Molte figure attive all’interno della prima Russia post-rivoluzione erano ebrei o figli di ebrei.

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