Piccola storia della propaganda russa, cap. I – Lo sviluppo del soft power russo

In russo si chiama myagkaya sila, traduzione letterale di un concetto espresso per la prima volta da Joseph Nye nel 1990, e successivamente rielaborato nel 2004, fino a diventare uno dei concetti più importanti nelle relazioni internazionali, quello di soft power, ovvero “l’abilità di un potere politico di persuadere, convincere, attrarre e cooptare” tramite risorse intangibili quali “cultura, valori e istituzioni della politica”. Un’abilità che in politica estera può essere più efficace della coercizione e può portare a un dato paese rapporti commerciali e diplomatici favorevoli da parte di altri attori internazionali.

Cos’è il soft power

Secondo la tesi di Nye, il successo del soft power dipende direttamente dalla reputazione del paese a livello internazionale. Ad esempio, valori quali la libertà, i diritti umani, la democrazia sono stati – e in taluni casi sono ancora – una potente arma di soft power per gli Stati Uniti, veicolati e diffusi dalle televisioni via satellite, dal cinema, dai media e dalla cultura di massa.  Altri strumenti di soft power sono la lingua, l’arte, la musica e la moda, la cucina e i paesaggi ma anche l’efficienza tecnologica, il rispetto delle leggi, lo stato sociale. Anche l’Unione Sovietica aveva un proprio soft power in quanto modello ideale di stato socialista.

L’elaborazione di tale concetto, come si è visto, è assai recente eppure è oggi imprescindibile per qualunque stato intenda proporsi come potenza locale, regionale o mondiale. Eppure sono pochi i paesi che sono riusciti a elaborare strategie di soft power efficaci. La Russia è uno di questi.

RD_quaterly_tempIl ritardo russo

In Russia si è compresa tardi l’importanza del soft power nelle relazioni internazionali, e il modo in cui tale concetto è stato declinato è assai peculiare. Anzitutto perché il Cremlino ha sempre considerato il soft power un tipico concetto americano, un’invenzione buona per il mondo occidentale ma senza nessuna reale implicazione per la Russia. In secondo luogo perché, quando ha deciso di svilupparlo, lo ha inteso come strumento di aggressione e non di attrazione trasformandolo quindi anch’esso in hard power.

La Russkiy Mir foundation, la lingua e la politica

La lingua è stata il primo strumento di soft power russo: parlata da 260 milioni di persone, il russo è lingua che permette l’accesso a una delle più ricche letterature mondiali e mantiene un ruolo rilevante nell’area post-sovietica. La Russkiy Mir Foundation, istituita nel 2007 per volere di Vladimir Putin, si rivolgeva proprio ai paesi dell’ex-Unione Sovietica allo scopo di rinsaldare, attraverso la diffusione della lingua e della cultura russa, il legame tra Mosca e i suoi vecchi satelliti. Il russo era infatti ancora la lingua franca più diffusa nell’Asia centrale, nel Caucaso e in alcune aree dell’Europa orientale. A questo intento “attrattivo” la fondazione univa la volontà di riaccendere gli animi delle minoranze russe all’estero allo scopo di farne una “quinta colonna” utile agli interessi diplomatici e commerciali di Mosca. Gli sforzi maggiori furono compiuti nel Baltico attraverso il finanziamento di associazioni culturali, revival folkloristici, movimenti politici. Il maggiore attivismo dei russofoni del Baltico ha, nel tempo, consentito a Mosca di intervenire negli affari interni di quei paesi con la motivazione di voler tutelare gli interessi delle minoranze.

Presto il Cremlino comprese l’importanza di diffondere la conoscenza della lingua e della cultura russa anche al di fuori dello spazio post-sovietico: sedi della Russkiy Mir furono aperte in tutta Europa al fine di promuovere, insieme agli scambi a livello universitario, l’immagine di una “nuova” Russia liberale ed europea. Immagine che poco si adattava alla realtà di un paese in cui i giornalisti venivano uccisi impunemente ma che serviva a rendere presentabili le ambizioni di Mosca ad essere potenza regionale in un’ottica multipolare delle relazioni internazionali.

Potere duro in guanti di velluto

Putins_Propaganda_MachineFin dall’inizio, dunque, l’idea russa di soft power si riduceva a una sola delle sua parti costitutive: la diplomazia internazionale. Nel concetto elaborato da Nye il soft power si sviluppa sia attraverso le iniziative della stato sia per via della società civile. Quest’ultima, grazie allo sviluppo del “genio” nazionale, ha una grande importanza nella realizzazione di un efficace soft power: si pensi alla musica britannica, alla poesia e letteratura francese, alla moda italiana. Tutte cose che però non possono svilupparsi in un paese repressivo. Il Cremlino, espressione di un potere autoritario, non poteva favorire questo tipo di soft power e anzi, limitando l’operato di ONG locali e straniere, ha spesso impedito la maturazione di una società civile russa. Così il soft power nella versione di Mosca non poteva che diventare un’arma della diplomazia, una versione “morbida” dell’hard power e non un’alternativa ad esso. E’ quello che Marcel Van Herpen ha definito “hard power in guanti di velluto”.

L’anno della svolta

A dispetto dell’apparente continuità, la politica interna ed estera di Vladimir Putin si deve dividere in prima e dopo il 2010. In quell’anno infatti la sua leadership viene messa in discussione da alcuni importanti esponenti del potere russo, tra cui l’allora ministro delle Finanze, Aleksey Kudrin, i quali – forti anche del calo registrato nei consensi da parte di Putin – proponevano un “putinismo senza Putin” individuando in Medvedev il loro campione. Una crisi che ha spinto Putin ha rafforzare la verticale del potere, allontanando i suoi avversari politici e cercando di riconquistarsi il favore dell’opinione pubblica attraverso retoriche patriottiche e nazionaliste. Un capillare controllo dei media nazionali ha consentito al Cremlino di riguadagnare i consensi perduti, ma una volta avviata la macchina della propaganda ha saputo rivolgersi anche all’esterno del paese.

Soft power e informazione

I media hanno giocato, nel sistema di potere putiniano, un ruolo sempre più centrale. Se fino al 2005 l’influenza russa nel mondo ha usato canali di soft power aggressivo, come nel caso della Russkiy Mir Foundation, dalla metà dello scorso decennio è stata l’informazione a diffondere “le ragioni di Mosca” all’estero sia attraverso la promozione dell’eccellenza ed eccezionalità della cultura e della società russa, sia attraverso una sempre maggiore manipolazione dei fatti. Soft power aggressivo e manipolazione della realtà sono gli ingredienti della futura “infowar del Cremlino, resasi più impetuosa dopo il 2008, quando la guerra in Georgia, prima, e la rivoluzione ucraina, poi, hanno alzato il livello dello scontro politico con gli Stati Uniti e l’Europa.

In tal senso parlare di “propaganda” non è fuori luogo. Il sistema dell’informazione russo verrà sempre più centralizzato e verticalizzato, rispondendo direttamente al Cremlino il quale non sarà solo proprietario dei mezzi di informazione ma ne stabilirà direttamente l’agenda. Nella prossima “puntata” vedremo come si è sviluppato il sistema dei media russo dal 2005 al 2013 per poi affrontare, nella terza e ultima parte, gli sviluppi più recenti.

 

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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Un commento

  1. questa si che è propaganda antirivoluxionaria

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