Architettura, memoria e identità. Il caso bosniaco

Il 23 ottobre 1992 le truppe croate entrarono a Prozor, segnando l’intensificarsi del conflitto bosniaco. Prozor, “la finestra” in serbo-croato, è stata fatta in macerie, seppellendo tra le rovine le grida dello stupro etnico e il passato multiculturale della Bosnia Erzegovina. Peter Handke, drammaturgo tedesco noto per aver scritto con Wim Wenders la sceneggiatura de “Il cielo sopra Berlino”, tra il 1995 e il ’96 viaggiò per Slovenia, Croazia, Bosnia e Serbia. Le guerre jugoslave avevano appena lasciato lo scenario bosniaco in direzione di quello kosovaro. Le macerie testimoniavano il passaggio della tragedia ed Handke annotò sul suo diario: “prima località dopo il confine: Dobrun. Ma del villaggio, oltre al nome, esistevano ancora quasi solo muri di case privi di tetti, porte e davanzali. Case saccheggiate? Le case in quanto case, le case come tali davano l’impressione del saccheggio, e questo sembrava qualcosa di ancor peggio di una distruzione pur così totale; come se tramite un simile metodo di saccheggio non fosse stata annientata di volta in volta semplicemente una singola casa, quella determinata casa, ma per così dire la casa in sé, la casa “casa”, l’essenza della casa, essenza che diventava tangibile proprio in quella specifica forma di distruzione.”

La distruzione, le rovine, sono il segno della memoria viva che nei Balcani occidentali si uniscono alla ricostruzione che, in quanto tale, è rimozione delle macerie e del ricordo, rimozione della cultura che sotto le macerie giace a favore di una ri-strutturazione del paesaggio, della memoria e non da ultimo dell’identità. Il caso bosniaco è, in questo senso, esemplare. Analizzando le due città simbolo del paese, Sarajevo e Mostar, si comprende anzitutto come la memoria viva di una città non vada cercata nei monumenti, nei musei, o nei posti progettati con l’intento esplicito di conservare una memoria, ma nelle zone e nelle parti dove essa “si produce” autonomamente, in maniera incontrollabile, spontanea. Le rovine sono i luoghi di produzione di una memoria che non perde il rapporto con il passato. La ricostruzione dell’identità si associa invece con una ricostruzione edilizia e una architettura che hanno lo scopo preciso di produrre una nuova memoria, funzionale al presente e utile al futuro.

La Sarajevo neo-ottomana

Come ricorda Francesco Mazzucchelli, autore del libro Urbicidio, per chi atterra a Sarajevo all’areoporto di Butmir, uno dei simboli del conflitto, il paesaggio della città è “una distesa di palazzoni in stile socialista crivellati dai colpi di kalashnikov” e poi, d’un tratto, nel mezzo di Novo Sarajevo, ecco svettare la moderna e maestosa moschea di Re Fahd, costruita nel 1997 con soldi provenienti dall’Arabia Saudita. Proseguendo verso il centro altre enormi moschee post-belliche affermano l’identità eminentemente e radicalmente musulmana della città. Solo raggiungendo la città vecchia, nella baščaršia d’epoca ottomana, il dedalo delle piccole strade svela il racconto antico della città: le antiche moschee Ferhadjia e Gazi Husrev, la madrasa, si inseriscono mimetizzandosi tra le eterogenee architetture religiose della città (cattedrali cattoliche, chiese ortodosse, templi giudaici, chiese evangeliste).

Come acutamente sottolinea Mazzucchelli, tutto è privo di sfarzo, funzionale, misurato, discreto, persino nascosto nell’omogeneo tessuto architettonico di una città senza strappi, senza muri culturali, specchio della mentalità cosmopolita e lontana dai fanatismi. Il centro città, di segno musulmano, è il luogo in cui meno si afferma l’identità islamica. Un’identità risorta durante il conflitto e radicalizzatasi quando nell’ottobre del 1992 comincia l’offensiva croata su larga scala. L’offensiva spezza definitivamente i già logori fili che tenevano insieme le rappresentanze politiche delle varie comunità. In quel contesto il partito musulmano di Izetbegovic si radicalizza, estromettendo le opposizioni serbo-croate, e sancendo la svolta “nazionalista islamica” della leadership bosniaca.

Oggi, oltre alle monumentali moschee della periferia, si possono vedere numerosi cartelli pubblicitari che inneggiano alle radici ottomane, con tanto di stendardi e bandiere della Sublime Porta appese ai minareti. Accanto crescono grattacieli, come l’Avaz, costruito tra il 2006 e il 2008 è il più alto dei Balcani, simbolo della nuova identità consumistico-mediatica della Bosnia, sede del quotidiano Dveni Avaz di proprietà del tycoon Fahrudin Radončić, un magnate dell’editoria “sceso in campo” nella politica bosniaca. Il contrasto architettonico evidente tra l’antichità ottomana, il razionalismo socialista e le turrite megastrutture moderne è il segno di “un’identità frantumata e ricostruita sotto il segno dell’oblio”: il grattacielo Avaz, che si staglia verso il cielo, è il simbolo del futuro, della modernità e del benessere promessi dall’indipendenza. Una promessa costata quasi centomila morti solo tra i bosniaci musulmani.

L’identità, nel contesto dei nazionalismi balcanici, è l’oggetto di ricostruzione più diffuso. Il nazionalismo stesso, realizzato concretamente con gli accordi di Dayton, è la costruzione di una frontiera intrabosniaca che non si cura del territorio. “L’idea della suddivisione di un territorio su base etnica sorvola disinvoltamente sull’identificazione che una popolazione può avere con il territorio stesso” scrive Luca Rastello in La guerra in casa (Einaudi 1998). I costruttori della frontiera hanno infatti tracciato una linea che divide in parti etnicamente omogenee le comunità dimenticando le economie reali e i rapporti sociali concreti. Ronald Wixman, citando ancora il libro di Rastello, si chiede sulle colonne di Internazionale del 5 settembre 1997: “quali sarebbero state le linee della mappa bosniaca se questa gente fosse stata autorizzata a dire “noi siamo bosniaci?”” invece che musulmani, ortodossi o cattolici. L’architettura sociale preesistente viene così rasa al suolo dai bulldozer della diplomazia internazionale e un muro invisibile taglia davvero in due le stanze delle case bosniache in cui, fino al 1991, il 40% dei bambini nati aveva almeno un genitore di etnia serba o croata.

Il ponte di Mostar non unisce più

Mostar, col suo celebre ponte Stari Most, è l’altro simbolo (citando ancora Mazzucchelli) dell’urbicidio che la guerra ha prodotto. La distruzione di questo ponte fu un gravissimo colpo per il morale dei bosniaci musulmani. La distruzione del ponte di Mostar, come la casa descritta da Handke, sono un interludio muto tra la precedente narrazione collettiva e le cicatrici di un nuovo racconto, il racconto tangibile di una società violata. Uno stupro che, nella ricostruzione, si palesa. Il ponte di Mostar è infatti stato ricostruito identico a com’era, utilizzando addirittura (per quanto possibile) le stesse pietre, ma quel ponte, che per secoli ha unito i quartieri croati a quelli musulmani della città, che per secoli è stato luogo di transito, di passaggio, di comunicazione, sembra aver incorporato un’invisibile barriera. Da soglia tra due anime della stessa città, il nuovo Stari Most diventa un limite invalicabile, e mentre prima si transitava senza nessun problema da un quartiere all’altro, negli anni successivi alla guerra ognuno resta rintanato nel suo quartiere. Una cesura che si respira ancora oggi a Mostar grattando appena dietro la superficie di ristorantini e negozietti per turisti.

Anche di fronte ad un ripristino integrale e filologicamente fedele, la memoria condivisa, il “senso comune” di quel luogo è definitivamente mutato. Il risultato è un bel manufatto, espressione dei finanziatori della Banca Mondiale, delle potenze straniere per le quali la Bosnia è un mercato dove ritagliarsi uno spazio di ricostruzione. Lo ha spiegato bene Gilles Péqueux, che ne avviò i lavori per poi dimettersi perché “l’etica” del ponte non era garantita. L’etica del ponte, opera che non nasce dalla collettività locale ma da una squadra di tagliapietre turchi preferiti a quelli bosniaci per ragioni di costi. Non è il simbolo di una riconciliazione ma di una pacificazione coercita, calata dall’alto su un lutto non elaborato. Come ebbe a spiegare bene Paolo Rumiz, “oggi il ponte è un innesto incompatibile, a forte rischio di crisi di rigetto“.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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