Sulla primavera araba è già autunno /1

di Matteo Zola

Proviamo a dare uno sguardo, senza pretesa d’infallibilità, alla situazione in Nord Africa a quasi cinque mesi dall’inizio di quella che è stata chiamata la “rivoluzione araba” o “dei gelsomini”. Gelsomini che abbiamo sperato fiorissero ma che stanno trovando difficoltà a sbocciare.

Tunisia

In Tunisia il processo di transione è tutt’altro che concluso ed è in mano a una classe politica che non rappresenta una cesura rispetto al precedente regime di Ben Alì. Dopo di lui infatti, grazie al decisivo supporto dell’esercito, viene varato un governo di unità nazionale presieduto da Mohamed Ghannouchi, già ministro di Ben Alì. Nuove proteste, questa volta indirizzate contro Ghannouchi, vengono represse dall’esercito il 27 febbraio 2011, restano cinque morti sulla strada. Ecco che la transizione mostra il suo volto brutale, esercito e classe politica non sembrano disposti a una vera svolta democratica. Gli episodi del 27 febbraio causano le dimissioni di Ghannouchi e al suo posto è stato nominato premier Béji Caïd Essebsi, ministro degli Esteri durante la presidenza di Bourguiba. Le elezioni, le prime democratiche, sono fissate per il 24 luglio, ma i facili entusiasmi della prima ora lasciano sempre più il campo al timore di una nuova deriva autoritaria dalle tinte appena più tenui della precedente.

Egitto

L’Egitto è stato il grande protagonista della “rivoluzione” araba. Anche qui però la resa di Mubarak non sembra aprire le porte alla democrazia. A inizio aprile è andata in scena una nuova manifestazione per chiedere riforme democratiche. Risultato: un morto, forse due, e una settantina di feriti. Al potere c’è Tantawi, feldmaresciallo e comandante in capo dell’esercito egiziano, nonché ministro della Difesa e della Produzione Militare. Con lui governa il Consiglio Supremo delle Forze Armate, l’esercito insomma, che anche qui come in Tunisia ha guidato il cambiamento. La piazza chiede che la transizione guidata dall’esercito non diventi permanente ma le speranze di piazza Tahrir sembrano vane.

Prima riflessione: quando un regime viene rovesciato grazie all’apporto dell’esercito, non si dovrebbe parlare di rivoluzione ma di colpo di Stato. L’esercito, in entrambi i Paesi, sembra tentato dal mantenere il potere sul modello della Turchia kemalista di Ataturk. Non proprio una democrazia. Si può obiettare che la democrazia deve essere raggiunta gradualmente ma una dittatura “illuminata” esiste solo nel mondo dei sogni o nei libri di Storia antica.

(continua)

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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