Il pop raï e il fondamentalismo islamico. Ricordando Cheb Hasni

Cheb Hasni era un cantante algerino, esponente della corrente musicale del pop raï, genere che coniuga la musica algerina tradizionale, appunto il raï, con la musica europea pop e rock. Proprio a causa della sua musica, Cheb Hasni è stato assassinato a Orano, la sua città, il 29 settembre del 1994. Aveva ventisei anni. A ucciderlo fu un islamista radicale. Pur non essendo noto al pubblico europeo, lo vogliamo ricordare perché la sua morte ha oggi un significato importante in questo occidente che confonde ancora la civiltà araba con il fondamentalismo religioso che è, invece, un problema comune. Un problema che le società musulmane affrontano da tempo.

Quella tra la cultura araba e il radicalismo religioso è una lunga battaglia di cui poco sappiamo. Per l’occidente il fondamentalismo islamico diventa d’attualità con l’attacco alle Torri Gemelle di New York nel 2001. Quella che seguì, passata alla storia con il nome di “guerra al terrorismo”, è diventata – poiché così l’abbiamo voluta – una guerra all’Islam nel suo complesso senza sapere, né voler sapere, che avevamo preziosi alleati nelle società musulmane le quali hanno pagato un altissimo tributo di sangue alla lotta al fondamentalismo. Non a caso lo scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun ha definito la lotta all’estremismo “la guerra civile dell’Islam”. Il muro che abbiamo eretto tra noi è l’Islam ha lasciato campo libero ai fondamentalisti che, di là dal muro, stanno ora avendo la meglio.

Cheb Hasni fu una vittima di quella guerra civile. La sua colpa era quella di fare musica. Una musica il cui peccato, si badi, non è quello di essersi aperta alle suggestioni e contaminazioni europee ma di essere, nei testi delle canzoni, troppo licenziosa. Una licenziosità che è la cifra stessa del raï, genere musicale apparso all’inizio del Novecento e che ha avuto come epicentro la città algerina di Orano.

La parola raï significa “opinione”, “avviso” o “punto di vista” e quando si diffuse apparteneva al genere della lamentazione. Il cantore incolpava se stesso delle scelte fatte e degli errori compiuti a causa del proprio cattivo ingegno, dei sentimenti che lo avevano mosso, della mancanza di ragione. La forma del testo era basata sulla tradizione poetica araba mentre quella musicale era già una commistione tra elementi berberi e arabi. Per via dei suoi contenuti morali era adatta alle feste religiose, come il matrimonio e la circoncisione, ma negli anni Venti del secolo scorso mutò registro diffondendosi nei souk e nelle taverne celebrando l’amore carnale, il vino, i piaceri terreni. Proprio a causa dei suoi contenuti licenziosi le autorità religiose cercarono di limitarne la diffusione.

Ne secondo dopoguerra il raï esplose come genere musicale diventando uno dei simboli dell’identità nazionale algerina. Al tradizionale liuto arabo (oud) si andò affiancando la tromba, il benjo, il piano, e le sonorità europee si mescolarono a quelle arabo-berbere dando vita a un genere musicale unico. Le influenze del rock anglosassone e del pop francese e spagnolo diedero così vita al pop raï di cui Cheb Hasni divenne un esponente di spicco insieme a Cheb Khaled e, più recentemente, a Cheb Mami (noto in occidente per i suoi duetti con Sting e Zucchero). Cheb Khaled, autore della fortunatissima Aisha, decise di abbandonare l’Algeria per timore delle minacce dei fondamentalisti religiosi, cosa che Cheb Hasni non fece andando così incontro alla morte. Le autorità algerine nel 1985 avevano infatti dichiarato il pop raï “genere musicale tipico algerino” causando la reazione del clero che emanò una fatwa contro i musicisti pop raï.

La morte di Cheb Hasni, avvenuta ventun’anni fa, è di tremenda attualità. Essa ci dimostra che il fondamentalismo religioso è nemico delle società musulmane quanto lo è di quelle occidentali. Non solo, ci dice che le società musulmane hanno sviluppato e sviluppano anticorpi di cui poco o nulla sappiamo. Nelle taverne di Orano ci sono canzoni che minano alle fondamenta l’oscurantismo religioso poiché ne mettono in discussione il monopolio della morale. La lotta al terrorismo passa anche da quelle taverne. Se vogliamo vincere l’ignoranza e la barbarie del fondamentalismo non ci basterà essere tutti “Charlie Hebdo“, dovremo imparare a essere anche Cheb Hasni.

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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