LIBIA: Nuovo governo, milizie e lotta all’Isis. Cosa sta succedendo?

Il nuovo governo di unità nazionale si è infine insediato a Tripoli. Alla chetichella: il premier Serraj e i ministri sono arrivati via mare alla base navale di Abu Sittah, che per il momento resta sede provvisoria dell’esecutivo. Nei giorni precedenti i tentativi non erano andati a buon fine, l’aereo che li trasportava era stato preso di mira dalla contraerea di Tripoli. Per il governo di Serraj, voluto e creato dall’Onu, le prossime settimane saranno delicatissime. Per governare deve far uscire di scena gli altri due governi libici – quello di Tripoli e quello di Tobruk – che continuano a opporre resistenza. E dovrà anche evitare di finire ostaggio delle tante milizie armate, per il momento l’unica vera autorità a controllare il territorio.

Il fattore petrolio

Ma per riuscire a fare tutto questo, il governo Serraj ha bisogno di alleati. I primi giorni non sono andati affatto male. È arrivato l’appoggio della NOC, la compagnia di bandiera per il petrolio. La NOC si dice pronta a collaborare e prevede di alzare la produzione nazionale a 800mila barili al giorni, dai 300mila di fine marzo. Per la disastrata economia di un rentier state come la Libia, riprendere le esportazioni è in cima all’agenda. Una mano in questo senso è arrivata dall’Onu, che il 31 marzo ha prolungato il divieto di esportazione da fonti diverse rispetto alla NOC. È un messaggio alla Cirenaica e al governo di Tobruk, che a più riprese ha tentato di concludere accordi commerciali senza Tripoli. D’altronde è proprio sull’ottimo petrolio libico che si innestano la maggior parte degli interessi occidentali.

Ed è arrivato anche l’appoggio delle milizie che controllano pozzi e infrastrutture petrolifere, le Petroleum Facilities Guards. Il loro leader, Jadhran, è estremamente chiacchierato: chi lo vuole in affari con Ansar al-Sharia, chi sospettava contatti con lo Stato Islamico (ma poi l’Isis lo ha attaccato, e ha perso), chi diffida di lui perché teme voglia l’indipendenza della Cirenaica. Sta di fatto che per ora si è schierato con Serraj. Almeno a parole.

La reazione dei gruppi armati

Poi Serraj è stato fotografato in riunione con i vertici della banca centrale della Libia. Oltre all’ovvia necessità di gestire le finanze del Paese, controllare la banca significa poter pagare gli stipendi. Adesso molte milizie sono di fatto stipendiate dallo Stato, per cui avere i soldi per pagarle è un buon modo per non farle rivoltare fin da subito. Dopo, si vedrà.

Già, le milizie. Quelle fedeli al governo di Tripoli pattugliano la capitale e hanno interrotto le trasmissioni della tv al-Nabaa. Tutto sommato è niente rispetto a quanto si temeva. Dieci città della Tripolitania hanno garantito il loro supporto. Il misuratino Salah Badi, a capo della milizia Fronte Sumud e tra i più veementi oppositori del governo Serraj, sarebbe tornato nella sua città natale. I gruppi armati, come i politici di Tripoli, tengono un basso profilo. E l’Onu ha sanzionato i “falchi” tra i politici tripolini: il premier Ghweil, che aveva minacciato di far arrestare Serraj appena avesse messo piede nel Paese, e il presidente del parlamento Abu Sahman.

Da al-Qaeda ad alleato dell’Italia

Chi invece da Tripoli supporta il nuovo governo è Abdelhakim Belhaj. Una rapida occhiata alla sua carriera lascia intuire che forse non è l’uomo più affidabile su cui puntare. Si è fatto le ossa con i mujaheddin in Afghanistan alla fine degli anni ’80, poi ha combattuto in patria con il Gruppo Combattente Islamico Libico pro al-Qaeda, quindi è stato comandante militare durante la rivolta del 2011 contro Gheddafi, ha stretto rapporti col Qatar, infine si è dato alla politica a Tripoli col partito al-Watan. Poche settimane fa era a Roma per accreditarsi presso il governo italiano come potenziale partner per combattere contro l’Isis. Commentava l’analista Mattia Toaldo sul Foglio: “C’è una gara a diventare i curdi di Libia”.

Da Roma è passato anche Salem Joha, il vice di Khalifa Haftar che controlla l’esercito di Tobruk (appoggiato da Egitto, Emirati e sempre più apertamente dalla Francia). Haftar non appoggia il nuovo governo senza garanzie di un suo futuro ruolo di spicco. E per il momento Tobruk non si è pronunciata sul governo Serraj. Questo è uno dei prossimi nodi che andranno sciolti per dare pieni poteri all’esecutivo di unità nazionale.

Che guerra fa in Libia?

Intanto la guerra in Libia – quella all’Isis – c’è già, più o meno in sordina, da qualche mese. Gli Usa hanno effettuato alcuni raid mirati (ad esempio quello del 19 febbraio a Sabratha), forse anche la Francia, entrambi conducono da tempo missioni di sorveglianza. Americani, francesi e inglesi avrebbero stabilito un comando unificato in una base militare vicino Bengasi. Sempre a Bengasi sarebbero dispiegate Forze Speciali francesi, che aiutano le truppe di Haftar a riprendersi la città, mentre da Misurata agirebbero quelle inglesi per formare i primi nuclei di forze anti-Isis.

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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