UNGHERIA: La svolta populista e i pericoli per l'Europa

di Matteo Zola

Cosa sta succedendo in Ungheria? e come gli eventi magiari possono ripercuotersi in Europa? Budapest è oggi la capitale di un piccolo Paese, spesso ai margini della vita politica internazionale, ma non è sempre stato così e l’antica grandezza ha lasciato residui di grandeur su cui oggi è facile erigere politiche di stampo nazionalistico. Per comprendere i fatti di queste settimane, legati all’approvazione della nuova Costituzione, è necessario fare un passo indietro.

Un anno fa, nell’aprile 2010, si sono tenute le elezioni parlamentari. Tutti abbiamo salutato la vittoria di Fidesz come l’avvento di un partito giovane, europeo, più adatto a farsi interprete dei tempi nuovi rispetto al vecchio e polveroso governo socialista, protagonista di corruttele e legato al passato comunista. Il nuovo premier, Viktor Orban, prometteva ci cambiare il Paese. Fino a quel momento unico elemento di preoccupazione fu Jobbik, partito d’ispirazione fascista che si riferisce al mito della Grande Ungheria con forti connotazioni antisemite, che infine ottenne il 12% dei consensi. In generale Jobbik si fa portavoce dele istanze degli ungheresi d’oltre confine, in Romania, Slovacchia e Croazia, tagliati fuori dai confini del nuovo stato dopo che la Grande Ungheria fu ridimensionata a seguito della Prima guerra mondiale. Paradossalmente la Grande Ungheria, e il regno ungherese dalle origini, fu sempre multiculturale – una scelta obbligata vista l’indifendibilità dei suoi confini – e per questo patria ideale per molte minoranze in fuga, tra cui gli ebrei.

Il nazional-fascismo di Jobbik è stato moderato dalla vittoria dilagante di Fidesz che è riuscita a fare un governo monocolore ottenendo più dei due terzi dei seggi in Parlamento. Eppure il governo Orban, invece di mettere all’angolo Jobbik, gli ha fatto più volte l’occhiolino. In un solo anno Orban ha varato leggi controverse e discutibili, trovandosi a fronteggiare gravi problemi economici e una catastrofe naturale:

1) Dopo avere subìto il contraccolpo della crisi greca, ha mandato al diavolo il Fmi che, per rinnovare il prestito del 2008, aveva chiesto maggiore austerità. E austerità vuol dire tagli, manovre impopolari, con esiti che non sempre – a conti fatti – fanno bene al Paese. A muovere Orban però era il timore di un contraccolpo alle imminenti elezioni amministrative. La politica economica di Orban, che punta al controllo della Banca centrale di Budapest cambiando le regole con cui vengono nominati i governatori, spaventa non poco i mercati e l’instabilità magiara può avere conseguenze a domino anche se il primo ministro si è sgolato nell’affermare più volte che: “l’Ungheria non è la Grecia”.

2) Per stornare l’opinione pubblica dai problemi economici, Orban ha contribuito ad alimentare una forte tensione politica con la vicina Slovacchia in nome del nazionalismo caro a Jobbik. Il 26 maggio il nuovo parlamento ungherese ha approvato una legge che consente l’estensione della cittadinanza ungherese ai magiari “viventi oltre confine”. Legge che ha indisposto gli slovacchi che hanno reagito con eguale nazionalismo, minacciando la perdita della cittadinanza slovacca per tutti coloro che vessero fatto richiesta di quella ungherese.

3) Per fare cassa Orban ha tassato le banche, che ora non lo amano. Una misura molto popolare e -per certi versi- populista, nata come reazione alla crisi greca.

4) Si è trovato a fronteggiare una catastrofe naturale, quando 700mila metri cubici di residui chimici sono fuoriusciti da una fabbrica arrivando fino al Danubio e uccidendo decine di persone.

5) Infine, in un contesto tanto scosso, con l’opinione pubblica concentrata sulla crisi del fiorino, ecco il capolavoro di Orban: una nuova legge sull’informazione, una “legge bavaglio” in salsa magiara che prevede la soppressione di tutte le agenzie non governative e multe salate per chi scrive articoli contro il governo. La legge, in vigore dal primo gennaio 2011, è stata poi respinta da Strasburgo costringendo l’esecutivo a fare un passo indietro apportando significative modifiche al testo.

Se in questo anno si è stati incerti nel giudicare l’operato del governo Fidesz, che alternava buone riforme a pessime iniziative, ora la bilancia pende fortemente verso il segno negativo. Il varo della nuova Costituzione va in questo senso: una Costituzione d’impianto nazionalistico, vicina ai valori del cattolicesimo. “Un testo che rispecchia bene i valori della coalizione all’esecutivo di Budapest, composta dai conservatori del partito di centrodestra Fidesz e dall’alleanza cristiano democratica, si pone come linea-guida d’impronta cristiana e protrettrice dell’etnia magiara“, come spiega Claudia Leporatti, corrispondente da Budapest per East Journal e caporedattrice di Economia.hu. Il preambolo spiega infatti come l’Ungheria – che tra l’altro perde la dicitura “Repubblica” dal suo nome –  sia fondata sulla cristianità e ribadisce il ruolo della Santa Corona di Santo Stefano, il re della conversione al cristianesimo, come simbolo della nazione.

In questo modo, qualunque sia l’esito delle elezioni del 2014, Fidesz manterrà un forte potere di controllo sulle decisioni economiche. Già, perché tra i punti della nuova Costituzione non c’è solo la difesa dei magiari d’oltreconfine o la messa in discussione della legge sull’aborto, ma anche la limitazione dei poteri della Corte Costituzionale (che non potrà più pronunciarsi sui temi di bilancio statale) e del Parlamento (che non potrà più varare una finanziaria senza il favore di due terzi della camera).

Le proteste in Ungheria si moltiplicano ma l’esecutivo di Orban va dritto per la sua strada forte di un 52,7% dei consensi. La giovane democrazia ungherese soffre di un problema che riguarda anche le più vecchie: l’intolleranza del potere politico verso gli altri poteri che compongono lo Stato democratico. Ma l’attuale svolta populista magiara non ha solo risvolti interni. Non bisogna dimenticare che Orban è presidente di turno dell’Unione, e in questa veste – durante un discorso tenuto in Parlamento – ha dichiarato: “Noi non crediamo nell’Unione Europea, crediamo nell’Ungheria, e consideriamo l’Unione Europea da un punto di vista secondo cui, se facciamo bene il nostro lavoro, allora quel qualcosa in cui crediamo, che si chiama Ungheria, avrà il suo tornaconto”. Tradotto significa che per l’Ungheria l’Unione è un bancomat da cui prendere soldi, utile per l’economia, per l’assenza di frontiere, ma è solo uno strumento. Orban, nella sua visione utilitaristica dell’Europa, ha dichiarato che ogni Stato deve avere il suo tornaconto e che la UE non rappresenta una questione di fede, ma di ragione.

Proprio la carenza di “fede”, la perdita di vista dei valori di libertà e solidarietà che sottendono alla visione unitaria dell’Europa che fu dei padri fondatori, è ciò che rischia di sgretolare quest’Unione già assai divisa. Governi come quelli di Orban, accecati dal particulare, non vedono lo sfacelo cui la loro politica della frammentazione porterà il continente che, diviso, non saprà far fronte alle sfide globali che lo attendono né farsi interlocutore per esigenze extra-continentali (come, ad esempio, il nord Africa).

Alla base della politica di Orban c’è poi un nazionalismo novecentesco, del tutto anacronistico, che pure è sintomo d’una malattia diffusa in Europa: quella del rimontare dell’estremismo di destra, tentato dal populismo e dall’autoritarismo, che si propone come campione dell’esclusione dell’altro. Una impossibile esclusione. E il muro eretto contro la diversità (politica, etnica, religiosa, sessuale) una volta crollato sotto il peso della sua inadeguatezza, lascerà un vuoto normativo e politico che potrebbe essere ben più pericoloso dell’estremismo stesso. Al di là da queste, che restano valutazioni, c’è il dato di fatto di un euroscetticismo diffuso che sovente diventa aperta ostilità. E su questo male, sulle sue origini e possibile cure, tutti – cittadini e istituzioni – dovremmo interrogarci.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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14 commenti

  1. Stefano Bottoni

    Caro Matteo Zola,

    mi dispiace, ma devo pregarLa di informarsi prima di lasciarsi a discorsi di una superficialità sconcertante. L’articolo è talmente pieno di errori che verrebbe la tentazione di lasciar perdere, ma allora darei partita vinta a quelli – come Tarquini di Repubblica – che senza capire nulla della realtà di un paese mietono errori a raffica.
    Qualche esempio

    1) “Un anno fa, nell’aprile 2010, si sono tenute le elezioni parlamentari. Tutti abbiamo salutato la vittoria di Fidesz come l’avvento di un partito giovane, europeo, più adatto a farsi interprete dei tempi nuovi rispetto al vecchio e polveroso governo socialista, protagonista di corruttele e legato al passato comunista”. Lei forse ha salutato con favore la vittoria di Fidesz, non la maggior parte dei commentatori, che ha parlato molto più del 17% (non 12% – quello si riferiva ai seggi conquistati) di Jobbik che del 53% di Fidesz e, soprattutto, della disfatta social-liberale
    2) “Il nazional-fascismo di Jobbik è stato moderato dalla vittoria dilagante di Fidesz che è riuscita a fare un governo monocolore ottenendo più dei due terzi dei seggi in Parlamento. Eppure il governo Orban, invece di mettere all’angolo Jobbik, gli ha fatto più volte l’occhiolino”. Gradirei esempi concreti riferiti al “fare l’occhiolino”. Non siamo al bar.
    3) “Dopo avere subìto il contraccolpo della crisi greca, ha mandato al diavolo il Fmi che, per rinnovare il prestito del 2008, aveva chiesto maggiore austerità. E austerità vuol dire tagli, manovre impopolari, con esiti che non sempre – a conti fatti – fanno bene al Paese”. Orban ha rifiutato la terapia del FMI, rivelatasi fallimentare non solo nel caso ungherese. Dov’è il delitto? Il FMI si è incazzato? E chi se ne importa, se un paese riesce a finanziarsi attraverso il mercato come fa l’Ungheria? (cfr. gli spread rispetto ai bund tedeschi)
    4) “Per stornare l’opinione pubblica dai problemi economici, Orban ha contribuito ad alimentare una forte tensione politica con la vicina Slovacchia in nome del nazionalismo caro a Jobbik”. Scusi ma Lei dov’era dopo il 2006, quando a Bratislava è andata al governo la coalizione Fico-Slota? Ha mai sentito parlare del fatto che nel 2006-2010 c’è stata una VERA guerra fredda fra i due paesi, e che questa guerra fredda è FINITA dopo le elezioni ungheresi e slovacche del 2010?
    5) “Il 26 maggio il nuovo parlamento ungherese ha approvato una legge che consente l’estensione della cittadinanza ungherese ai magiari “viventi oltre confine”. Legge che ha indisposto gli slovacchi che hanno reagito con eguale nazionalismo, minacciando la perdita della cittadinanza slovacca per tutti coloro che vessero fatto richiesta di quella ungherese”. Quindi l’Ungheria si è adeguata a molti paesi UE, tra cui l’Italia…dov’è lo scandalo? Invece il governo Fico si era dichiarato pronto a revocare la cittadinanza a cittadini slovacchi di NASCITA? A quanto ne so è un passo senza precedenti nel diritto internazionale…fatti salvi i decreti Benes peraltro ancora parte dell’ordinamento giuridico ceco e slovacco
    6) “Per fare cassa Orban ha tassato le banche, che ora non lo amano”. NO, Orban ha tassato i profitti extra delle banche, delle grandi catene alimentari e delle aziende di telecomunicazione. Buona parte di esse erano/sono multinazionali tedesche. Devo essere più esplicito sulle motivazioni che spingono la stampa e i politici tedeschi o stiamo ancora a prendere la gente in giro con la favola dell’Europa che gli orientali non vogliono costruire??
    7) “Si è trovato a fronteggiare una catastrofe naturale, quando 700mila metri cubici di residui chimici sono fuoriusciti da una fabbrica arrivando fino al Danubio e uccidendo decine di persone”. Colpa sua anche il disastro? In caso contrario, cosa c’entra questo con l’elencazione dei peccati di Orban?
    8) “una nuova legge sull’informazione, una “legge bavaglio” in salsa magiara che prevede la soppressione di tutte le agenzie non governative e multe salate per chi scrive articoli contro il governo”. Ma davvero? non me n’ero accorto sa? E allora secondo Lei chi li scrive i centinaia di articoli e servizi giornalistici uno più critico dell’altro sulla stampa ungherese? mia nonna? O è tutto samizdat? INFORMARSI PRIMA DI METTERE LE MANI SULLA TASTIERA.
    9) “Il varo della nuova Costituzione va in questo senso: una Costituzione d’impianto nazionalistico, vicina ai valori del cattolicesimo”. Il cattolicesimo non c’entra nulla. Se Lei avesse una minima idea di cosa è l’Ungheria saprebbe che si tratta di un paese multiconfessionale e, negli ultimi 30-40, de-cristianizzato come pochi in Europa. L’unica cosa che esite è, nel preambolo, un riferimento al cristianesimo e al suo ruolo storico nella formazione dello Stato ungherese. Cose terribili, ne convengo…
    10) “Noi non crediamo nell’Unione Europea, crediamo nell’Ungheria, e consideriamo l’Unione Europea da un punto di vista secondo cui, se facciamo bene il nostro lavoro, allora quel qualcosa in cui crediamo, che si chiama Ungheria, avrà il suo tornaconto”. Tradotto significa che per l’Ungheria l’Unione è un bancomat da cui prendere soldi, utile per l’economia, per l’assenza di frontiere, ma è solo uno strumento”. Come ogni giornalista economico ed esperto di “nuova Europa” sa, sulla gestione dei fondi europei c’è un dibattito apertissimo. Come forse Lei NON sa, l’Ungheria era un paese dal fiorente settore agro-alimentare, completamente distrutto in seguito all’accesso nell’UE nel 2004, quando gli agricoltori tedeschi, francesi e olandesi hanno preso a esportare milioni di tonnellate di merda alimentare che IO e altri milioni di persone mangiamo. Dicesi PAC, In merito c’è un’ampia letteratura, una volta usciti dal baretto.

    Mi dispiace della veemenza, ma quando è troppo, mi creda, è davvero troppo.
    Saluti,

    Stefano Bottoni

  2. Gent. Stefano

    non si preoccupi della veemenza, è piacevole vedere che qualcuno ancora si sa infervorare. Procedo per punti, seguendo i suoi. 1) personalmente non ho mai visto di buon occhio Fidesz da quando, prima delle elezioni, si parlò di una possibile alleanza con Jobbik. Poi la vittoria plateale ha consentito a Fidesz il monocolore, così ho dato a Orban il beneficio del dubbio. Per il dato percentuale, ringrazio della correzione. Ricontrollerò i dati. Prove del mio scetticismo sono in tutti gli articoli da me firmati in proposito. 2) no, non siamo al bar. Quindi può leggersi sui precedenti articoli esempi di questo “occhiolino”. Già paventare un governo con Jobbik mi pare un “occhiolino”, ma lei contesterà che tale proposta sia mai stata realistica. Solo una boutade?
    3) Il delitto non c’è. Ho infatti parlato di “leggi controverse” e questa lo è. Non è andata giù a parecchi. Che l’Fmi faccia più male che bene, c’è l’Albania a insegnarlo. 4) ne ho sentito parlare, rimando ad altri articoli nel sito. Non sono tenero con nessun nazionalista. Sarò di parte, ma almeno si sa qual’è. 5) vedi sopra, e della reazione slovacca ho dato biasimata nota in questo articolo 6) attiene a quelle serie di leggi controverse, non ho detto che sia un “peccato”. 7) fronteggiare una catastrofe di quel genere non è certo facile per nessun governo, ho solo voluto dare atto a Orban di averlo fatto. Non è l’elenco dei peccati di Orban, non si lasci fuorviare dalla foto di Chaplin, è solo una presa in giro dei tanti (come Orban) politici un po’ troppo “cesaristi”. 8) la legge bavaglio, vero, non è in vigore poiché bocciata da Strasburgo. 9-10) questioni di punti di vista (quella sull’aborto un sentore di cattolicesimo ce l’ha) ma lei ha compreso il mio, ed io il suo.

    Una parola a margine: non è la prima volta che veniamo redarguiti per le nostre posizioni critiche nei confronti della politica ungherese. Ho sempre letto, in chi ci redarguiva, amore e attaccamento per quella terra. Nessuno di noi ha mai avuto intenzione di “screditare” l’Ungheria, e nessuno di noi è mosso da logiche politiche né ha verità da imporre. Se però la politica ungherese, come quella ceca, slovacca, romena, polacca (quante ne abbiamo dette ai polacchi! eppure ho studiato polonistica e davvero ne apprezzo la cultura), esprime contenuti che ci sembrano frutto di retoriche stantie, populismi, fondamentalismi culturali o religiosi (si legga i nostri interventi sulla chiesa serba), lo diciamo. E non per disamore, anzi forse per il contrario. East Journal non nasce per dire male dell’est, ma per mostrane a tutti le potenzialità, la cultura, l’importanza. Certo, di Jobbik non riusciamo a dirne bene. Ma nella pagina dedicata all’estrema destra vedrà che la nostra non è una posizione ideologica, bensì s’intende monitorare un fenomeno che -prima che sembrarci preoccupante- ci chiediamo a quali mali sia dovuto. Prima del giudizio viene l’analisi, poi certo ci sono articoli maggiormente d’opinione, come questo forse. Ma ognuno ha diritto alle proprie opinioni, e le mie ho cercato di motivarle. Forse sarebbe necessario anche approfondire un poco sul proprio interlocutore (East Journal, non il sottoscritto): lei ritiene di conoscerci? di sapere cosa ci anima? quali sono le nostre opinioni -che per quanto semplici sono comunque un po’ più complesse del semplice bene/male-? Giusto perché qui nessuno batte tasti a caso sulla tastiera.

    La ringrazio di aver così caldamente partecipato, non lo dico per piaggeria. Spero vorrà continuare a leggerci e a dire la sua opinione, corregendoci quando sbagliamo. Cordialmente

    Matteo

  3. Gentilissimo,

    la invito a informarsi, studiare o quantomeno chiedere ad esperti prima di scrivere tali imprecisioni per giunta diffamanti e irrispettose.
    Evito di commentare punto per punto e di farle annotazioni storiche. Ci ha pensato magistralmente il lettore davvero paziente nei suoi confronti. Comunque la libertà di stampa in Ungheria non è minacciata, ma a mio parere, dovrebbe esserlo per evitare di leggere articoli fuorvianti come il suo.
    Saluti cordiali.
    Giovanni Di Pace

    • Gentile Giovanni

      se ravvisa gli estremi per la diffamazione, la invito a fare regolare denuncia ai sensi dell’art. 595 del codice penale. Sarebbe gentile da parte sua rendere partecipi i lettori della diffamazione che avrei compiuto, magari brevemente illustrandola qui di seguito. Il suo invito alla censura, al fine di non leggere articoli fuorvianti, collide con quelle libertà proprie della democrazia. Libertà di cui conosco bene i limiti e di cui non ho abusato. Che poi esistano, in Italia e in Europa, tendenze a far tacere chi sostiene cose che non si condividono, invece di aprirsi alla deliberazione e al dialogo, non mi sorprende. Infine rivolgo a lei lo stesso invito ad infomarsi: se la legge sull’informazione voluta da Orban non è oggi in vigore in Ungheria è proprio grazie a quell’Europa che Orban disprezza (sul disprezzo di Orban si legga il virgolettato delle citazioni di Orban in questo articolo): Strasburgo ha infatti bocciato la legge di Orban (legga qui) e a seguito di questa bocciatura il governo Orban ha fatto marcia indietro. Invito anche, se avete a cuore i destini dell’Ungheria, a vigilare su quanto avviene in quel Paese, magari aiutandoci invece di proporre censure e proclamare diffamazioni. Per quanto riguarda la storia ungherese, invito a fare almeno lo sforzo di leggere altri articoli a riguardo usciti su East Journal. Che poi la stessa Storia sia letta differentemente dal lato slovacco, o romeno, rispetto a quello ungherese, la dice lunga sull’impossibilità di affermare un “unico vero”. E’ relativismo prospettico, che farci?

  4. Gentilissimo,

    Lei può avere tutte le opinioni possibili, purché basate su fonti attendibili che lei non cita mai. Approfittare di chi non sa nulla di quel paese NON è giornalismo. Le faccio tanti auguri, inutile che mi metta a perdere tempo ad appuntarle le ulteriori imprecisioni che continua a riportare.
    Altresì, non sono io a denunciarla per diffamazione a difesa di un’intera Nazione, sono solo un povero docente che viene neutralizzato nei suoi anni di studi semplicemente da articoli di “opinionisti” autoreferenziati.
    Per cortesia, se crede nella democrazia e nella libertà di stampa, che tanto declama, scriva chi è lei, da dove viene, cosa ha pubblicato e soprattutto le fonti, di volta in volta, dalle quali Lei matura opinioni a rischio emulazione.
    Tutto quì, solo un invito ad informarsi meglio e a contribuire ad un nuovo, reale giornalismo, ma mi pare che siamo ancora molto lontani.
    Auguri

    • Gent. Giovanni
      Facciamo un passo indietro. Legga, la prego, altri articoli sul tema che abbiamo scritto così da farsi un’idea sulla nostra terzietà, una terzietà imperfetta poiché le idealità che ci animano spesso non ci consentono quell’obiettività che assurdamente si pretende dai giornalisti.
      Legga, sempre sul nostro sito, i contributi di Agnes Bencze, docente all’Università di Budapest, che pur essendo distante dal mio modo di interpretare l’Ungheria, ha trovato tutto lo spazio che ha voluto: ha scritto, ha proposto un’altra lettura, senza insultare il nostro lavoro.

      Infine, se lei è d’accordo, legga l’articolo linkato qui sopra da “il primissimo”, è di Giorgio Pressburger, regista e scrittore (non giornalista) ungherese. L’articolo presenta in spalla alcuni punti della nuova costituzione (anche quello sull’aborto). Se, una volta letto, lo volesse pacatamente commentare potrei pubblicare l’articolo di Pressburger e il suo. In tal modo potremmo aprire una riflessione.

      A margine la domanda è: se sbagliamo a leggere quanto avviene in Ungheria come una pericolosa svolta populista, perché sbagliamo tutti? Dove sta la nostra bacatura?

      Mi chiede delle fonti. Nel nostro piccolo abbiamo due corrispondenti da Budapest, che leggono i giornali ungheresi e conoscono la realtà ungherese (che naturalmente apprezzano). Dal mio canto, mi reco in Ungheria molto volentieri, leggo la stampa internazionale, conosco (certo non a livelli accademici) la storia del Paese. Non mi ergo a maestro, offro una chiave di lettura in base alle mie conoscenze e sensibilità. Se questa chiave è condivisa da ben più autorevoli giornalisti e intellettuali, mi chiedo: dove sta secondo lei il nostro errore?

      Come vede non ho intenti polemici, se reagisco è perché non amo essere aggredito poiché non mi sembra di aver aggredito nessuno: cerchiamo di costruire un confronto sereno? Cordialmente

      Matteo

  5. Finiamola quì per carità.
    Auguri.
    Giovanni Di Pace

  6. Ho sempre trovato interessante questo sito. Spesso – a prescindere dagli errori che ci possano essere – da quelle informazioni che ti portano a ricercarne altre, una sorta di vano tentativo di una ricerca il più possibile oggettiva della verità: del resto la geopolitica è un pò così.
    Non sono in grado di trovare gli errori presenti in questo articolo, ma ho trovato ridicolo i punti specificati dal lettore Stefano Bottoni. A parte qualche correzione numerica, il resto mi sembrano attacchi gratuiti (la legge bavaglio non c’è perchè Strasburgo non ha voluto, interpretazione del lettore tutte soggettive “che c’è di male se non hanno rispettato il FMI?!”… beh a me non sembrava che il sig. Zola difendesse il FMI, ma stesse riportanto semplicemente la notizia… e così via!).
    E ho trovato ancor più diffamante il sig. Giovanni, che accusa il sig. Zola di scrivere articoli fuorvianti per chi non conosce la situazione ungherese. Io, signor Giovanni, avrei apprezzato – detto da chi non conosce la realtà ungherese e che si informa dove può, compreso qua, per conoscere sempre di più – che lei punto per punto, come il signor Stefano, rispondesse a ciò che le era sembrato errato, o magari linkando un articolo scritto da lei al riguardo. Non può dire “scrivi minchiate” e poi non dimostrarlo… specie per chi non è un cultore della materia. Se vuole aiutare persone come me alimenti il dibattito, fomenti il dialogo ma rimpiendolo di contenuti. Credo che tutti quanti in questo modo ne possiamo trarre benefici!

    La mia non vuole essere una difesa sfrenata a questo sito, che comunque se lo merita, a parte per il fatto che a volte ha alcuni referenti fascistoidi come Massimo Fini, che non dovrebbero aprire bocca. Mi spiace, ma a volte l’ideologia non è solo falsa coscienza, e io non posso farne a meno. Ma conosco i rischi in cui si incappa in un sito o rivista che tratta di geopolitica… in Argentina del resto l’hanno tolta come materia proprio perchè è ritenuta molto fascista, ma pazienza… è bella e utile! Non posso farne a meno, specie se faccio politica e voglio parlare con cognizione di causa… senza troppe ideologie!

    A prescindere da errori e quant’altro, ringrazio sempre la redazione di EaST Journal per il lavoro che svolge. Ringrazio anche chi scrive i commenti ampliando, correggendo, smontando con argomentazioni gli articolo… sono tutti parte integrante del sito e dell’articolo stesso. In quanto non mi ritengo ipocrita non ringrazio chi attacca gratuitamente, o comunque se ha dei motivi validi non li rende pubblici, e di fatto si rende gratuito e di cattivo gusto!

  7. Sia chiaro che ho usato, nei confronti del signor Giovanni, il termine diffamante con ironia. Non mi sognerei mai di definire diffamante uno che dice ad un altro “dici stronzate”, anche se poi non motiva nulla. E’ stato un pò ironico nei confronti dell’uso che ne ha fatto lui riferendosi all’articolo di Zola, tutto qua!

    Lo dico a scanso di equivoci, che tra l’altro possono pregiudicare un dialogo costruttivo. Buona domenica a tutti!

    ps: perdonate qualche errore nel commento precedente

  8. un’analisi molto equilibrata. Il signor Giovanni di Pace dovrebbe imparare a rispettare gli interlocutori ed il rispetto si dimostra contro-argomentando.
    D’altra parte non è certo sorprendente che il suddetto difenda un governo che non pare abbia la benché minima idea di cosa sia il rispetto per l’opposizione.

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