UCRAINA: Joe Biden in visita a Kiev. “L’Ucraina non sarà sacrificata per la Siria”

E’ durata due giorni la visita di Joe Biden in Ucraina, dove il vicepresidente degli Stati Uniti ha svolto una serie di incontri bilaterali portando in dono 190 milioni di dollari. Il suo ultimo viaggio a Kiev risale ormai a un anno di distanza, quando in uno dei momenti più difficili della crisi aveva simbolicamente avallato la nuova coalizione di governo formatasi faticosamente dopo le elezioni del ottobre 2014. Dodici mesi dopo, pur complimentandosi diplomaticamente con il lavoro svolto dal presidente e dal primo ministro, Biden non ha mancato di sottolineare un certo livello d’insoddisfazione per la lentezza dimostrata dal esecutivo nel portare avanti il processo riformatore richiesto da Washington e Bruxelles.

Riforme, riforme, riforme

Dopo gli ultimi incontri di Parigi la riforma costituzionale rimane in cima all’agenda internazionale per la stabilizzazione della crisi ucraina. Rispolverando la storia e il modello americano, Biden ha ufficialmente sostenuto il processo di decentralizzazione faticosamente avviato da Kiev che, secondo le sue parole, dovrà attribuire importanti principi di autogoverno alle entità regionali. Che si parli di decentralizzazione o di federalizzazione, come la chiamava Mosca più di un anno fa, la strada per i futuri rapporti tra centro e periferia sembra ormai tracciata. La parte difficile sarà quella di spingere la riforma attraverso l’ostruzionismo di alcune frange del parlamento e l’opposizione di una parte dell’opinione pubblica.

Altro punto cruciale rimane la lotta alla corruzione e la riforma del sistema giudiziario. Secondo alcune fonti governative riportate dal quotidiano tedesco Deutsche Welle, l’amministrazione americana è sempre più impaziente a causa della lentezza dimostrata da Poroshenko nel combattere la corruzione endemica ai vertici dello stato. Dopo oltre un anno di tentennamenti e ostruzionismo, infatti, solo pochi giorni fa è stato nominato il Procuratore anti-corruzione. Sul banco degli imputati è finito intanto il Procuratore generale, vecchio amico del presidente, considerato da molti settori della società civile come il fulcro del malaffare all’interno del sistema giudiziario ucraino. Proprio Viktor Shokin è stato direttamente tirato in ballo da Biden, che durante il suo incontro con rappresentanti del parlamento e della società civile ha espresso la necessità di un radicale rinnovamento della Procura, iniziando, appunto, dal Procuratore generale.

Messaggio a Mosca

Un segnale importante è stato lanciato anche al Cremlino, la cui posizione rimane fondamentale per la definitiva stabilizzazione della crisi ucraina. All’ombra del recente sabotaggio delle linee elettriche e all’acutizzarsi della situazione intorno allo status della Crimea, dalle tribune della Verkhovna Rada Biden ha sottolineato il fermo sostegno americano “contro l’aggressione russa”. Nonostante lo spostamento dell’attenzione della Casa Bianca verso il quadrante mediorientale e il difficile dialogo con Putin sul destino della Siria, il vicepresidente americano ha ricordato la posizione della sua amministrazione nei confronti della Crimea, la cui “annessione da parte della Russia non sarà mai riconosciuta dagli Stati Uniti”. L’Ucraina non sarà sacrificata per la Siria, sembra questo uno dei segnali della visita di Biden a Kiev, proprio quando la leadership ucraina iniziava a dare segnali di apparente nervosismo.

Confermato Yatseniuk

La visita di Biden sembra avere, però, importanti ripercussioni anche sul futuro del Primo ministro, in crisi di consensi, circondato da scandali e alle prese con una fronda interna desiderosa di destituirlo, guidata da Saakashvili. Impegnato nel frattempo a Bruxelles a trattare il regime senza visti per i cittadini ucraini e a cercare di deviare l’attenzione europea (e soprattutto tedesca) dalla costruzione del secondo ramo del gasdotto Nord Stream, Yatseniuk sembra aver incassato il tacito sostegno della Casa Bianca, preoccupata per la futura stabilità dell’esecutivo. In cambio il suo governo dovrà velocizzare il percorso legislativo di alcune riforme molto care agli Stati Uniti. Si tratta della deregolamentazione finanziaria, della semplificazione del sistema fiscale, di nuove privatizzazioni e del rinnovamento del sistema doganale. Dato come sicuro dimissionario, il premier sembra avere ora maggiori possibilità di rimanere ancora in sella, cavandosela con un semplice rimpasto di governo.

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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