Il vertice di Vienna e il tempo della Germania per l’integrazione europea dei Balcani

Un anno fa la cancelliera tedesca Angela Merkel ha invitato a Berlino i premier dei sei paesi dei Balcani occidentali con un obiettivo chiaro: la Germania prenderà in mano il processo di integrazione europea di questi paesi, scuotendoli dall’inerzia politica ed economica. I due pilastri dell’impegno tedesca nella regione sono la cooperazione regionale e una particolare attenzione per l’economia. Mentre la cooperazione regionale ha registrato qualche progresso nelle relazioni bilaterali, il nodo economico è visto come una trappola che soffoca i cittadini dei paesi dell’Europa sud-orientale.

Le priorità per le economie della regione (concorrenza, esportazioni, riforme del mercato del lavoro e investimenti stranieri) erano lasciate all’angolo prima dell’iniziativa tedesca, mentre ora stanno ricevendo una maggiore attenzione. Il primo laboratorio politico tedesco è stata la Bosnia-Erzegovina, dove con l’assenso delle istituzioni dell’Unione europea, Berlino e Londra hanno lanciato un’iniziativa diplomatica per collegare l’entrata in vigore dell’accordo di stabilizzazione e di associazione con l’impegno della Bosnia per le riforme economiche. La cancelliera Merkel sta producendo pura politica in questi paesi, rappresentando non solo la Germania, ma anche l’Unione europea.

Dal vertice di Vienna ci si aspettava un bilancio di ciò che è stato promesso un anno fa e l’adozione di progetti di infrastrutture e di reti energetiche. L’Austria, partner della Germania in questa impresa, ha una ricca storia di penetrazione economica nella regione e voleva tornare in posizioni favorevoli. Inoltre, anche la Francia e l’Italia prevedono di ampliare la partecipazione al vertice euro-balcanico attesa prossimi due incontri.

Tuttavia, gli interessati al vertice euro-balcanico hanno fatto capire che i paesi della regione da soli non sono in grado di produrre una crescita economica e per questo hanno bisogno di investimenti da paesi dell’UE per creare posti di lavoro e sviluppare l’economia. Realisticamente si può dire che l’ingresso dei paesi dell’Europa sud-orientale nell’UE non avverrà come paesi poveri con problemi etnici e politici, che chiedono in cambio prestiti e un enorme sforzo da  parte delle istituzioni monetarie e politiche dell’Unione.

Le economie di Albania, Kosovo, Macedonia, Serbia, Montenegro e Bosnia-Erzegovina sono diseguali tra di loro, ma sono acomunate dal fatto di essere in gravi difficoltà, anche se il PIL di alcuni paesi ha raggiunto i livelli pre-crisi del 2009-2010. Secondo l’associazione di grandi imprese austriache 21st Austria, che ha analizzato il clima per gli investimenti nei Balcani alla vigilia del vertice di Vienna lo squilibrio della bilancia commerciale, la disoccupazione, la crescita del debito pubblico (in Serbia e Albania) e la bassa quota delle esportazioni e servizi sul PIL segnalano una debolezza strutturale di queste economie. Nella stessa analisi si trova un lungo elenco di nuove strade, ferrovie, reti elettriche e gasdotti: investimenti in infrastrutture che possono trovare l’accordo delle élite politiche della regione, evitando incomprensioni e divisioni.

Nel frattempo, il 25 agosto la Serbia e il Kosovo hanno firmato quattro accordi con il timbro “Repubblica del Kosovo” e “Repubblica di Serbia”, ciò che è, di fatto, non solo una normalizzazione delle relazioni, ma una sorta di pre-trattato di buon vicinato. Solo la Macedonia rimane ostaggio di sé stessa nei rapporti con la Grecia e l’Albania a causa della sua agenda politica confusionale ed estranea ai principi dell’Unione europea. Senza l’intervento del Commissario UE per l’allargamento, l’austriaco Johannes Hahn, la Macedonia ha rischiato di entrare in un conflitto politico che ne avrebbe minato la pace sociale ed etnica. L’Albania ha utilizzato il Vertice di Vienna per rivelare ancora una volta la sua visione per la regione e l’integrazione europea, ma senza fornire ulteriori dettagli sul suo progresso economico.

Secondo uno studio dell’Università di Nizza, il bisogno complessivo di investimenti nei Balcani occidentali è di 110 miliardi di euro entro il 2020 per rimettere in funzione le economie di 20 milioni di abitanti. Mentre lo studio esiste, manca il consenso politico nei paesi dell’UE per questo investimento. Non c’è alcuna garanzia strutturale e politica che questo denaro sarà effettivamente utilizzato per l’economia. La mancanza di fiducia che i paesi della regione hanno agli occhi della UE arriva soprattutto dopo i miliardi di euro spesi in questi anni per migliorare le loro economie, le amministrazioni e le infrastrutture, mentre la situazione economica, sociale e politica è deprimente e questo viene confermato dai 190 mila richiedenti asilo dai Balcani in Germania.

Una cosa è certa: le élite che rappresentano 20 milioni di persone in Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro, Kosovo e Serbia sono pieni di speranza che i tedeschi sono entrati in gioco perché c’è fiducia nell’affidabilità e la disciplina tedesca, anche se forse esse non condividono la stessa etica del lavoro dei prussiani.

Articolo apparso in albanese per Zeri.info, 31 agosto 2015

Chi è Lavdrim Lita

Giornalista albanese, classe 1985, per East Journal si occupa di Albania, Kosovo, Macedonia e Montenegro. Cofondatore di #ZeriIntegrimit, piattaforma sull'Integrazione Europea. Policy analyst, PR e editorialista con varie testate nei Balcani. Per 4 anni è stato direttore del Centro Pubblicazioni del Ministero della Difesa Albanese. MA in giornalismo alla Sapienza e Alti Studi Europei al Collegio Europeo di Parma.

Leggi anche

Peter Handke

Premio Nobel a Peter Handke, l’uomo che nega Srebrenica

Come si fa ad assegnare il premio Nobel per la Letteratura a Peter Handke, uno che nega l'esistenza del massacro di Srebrenica? Uno che andò a piangere sulla tomba di Milosevic?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: