RUSSIA: Omicidio Nemtsov, la pista islamista è una scemenza

La versione delle autorità russe

Le autorità russe hanno dichiarato che sarebbe stato l’ex tenente ceceno Zaur Dadayev a sparare all’oppositore Boris Nemtsov. Dadayev è una delle cinque persone di origine caucasica sospettate nell’omicidio dell’ex vicepremier Boris Nemtsov. Il giudice che ha confermato il suo arresto sino al prossimo 28 aprile. Dadayev, reo confesso, avrebbe colpito Nemtsov per le sue parole di solidarietà verso le vittime dell’attentato a Charlie Hebdo. La corte ha esteso per un paio di mesi anche la detenzione degli altri quattro sospetti, che però si sono proclamati innocenti: i fratelli Anzor e Shagid Gubashev (cugini di Dadayev), Ramzat Bakhaiev e Tamerlan Eskerkhanov, tutti catturati in Inguscezia. L’ultimo sostiene di avere un alibi, mentre Bakhaiev ha obiettato di essere stato arrestato a casa e che se avesse partecipato all’uccisione avrebbe cercato di fuggire. Solo Dadayev e Anzor Gubashev sono comunque stati formalmente incriminati, come esecutori del delitto, mentre gli altri tre sono considerati ancora sospetti. Un sesto ricercato, accerchiato dalla polizia nel suo appartamento a Grozny, si è fatto saltare in aria con una granata dopo averne lanciata una contro gli agenti.

Il terrorismo islamico in Russia, una lunga storia

E’ dalla fine degli anni Novanta che in Russia, quando esplode un palazzo, quando avviene un attentato, quando si uccide un giornalista, un politico, un attivista, la pista da seguire è quella del fondamentalismo islamico. La matrice è sempre caucasica, ovviamente. Le buone ragioni non mancano. Gli attentati di matrice cecena cominciano nel 1996, durante la fase più intensa della prima guerra cecena. Una guerra combattuta dal potente esercito russo contro gli indipendentisti guidati, all’epoca, da Dzokhar Dudaev, ex generale sovietico di origine cecena.

Non c’era ancora l’elemento religioso a complicare il quadro – i ceceni aderiscono alla corrente islamica del sufismo, sincretica e tollerante – ma questo esplose proprio a causa dell’intervento russo: i gruppi guidati dai signori della guerra, come Basaev o Raduev, seppero prendere il sopravvento sulla componente “secolare” della resistenza cecena. Gli attentati furono la loro cifra e con gli attentati terroristici in suolo russo costrinsero il Cremlino alla pace. La vittoria della resistenza cecena guidata da Basaev fu anche la vittoria dell’estremismo islamico. Dall’Arabia Saudita, per via dell’emiro el-Khattab, arrivarono fondi per finanziare la lotta armata d’ispirazione salafita. Fu così che l’elemento dell’estremismo islamico entrò nel Caucaso.

La scusa del terrorismo per fare la guerra

Nel 1999 una serie di attentati dinamitardi scosse il paese, obiettivo furono una serie di condomini a Mosca, Volgodonsk e Buinaksk, più di trecento persone innocenti morirono. Il governo russo, all’epoca guidato dal primo ministro Vladimir Putin (El’cin era ancora presidente) affermò che la matrice era cecena: terrorismo islamico. Non fu mai trovata una sola prova a suffragio di questa teoria ma gli attentati spaventarono i indignarono l’opinione pubblica che, due mesi dopo, appoggiò largamente l’intervento russo in Cecenia. Scoppiava così la seconda guerra russo-cecena, una guerra che ai russi venne venduta come una guerra difensiva nei confronti dell’estremismo islamico.

Anni dopo la spia russa Alexander Litvinenko (poi ucciso nel 2006 avvelenato con il polonio) scrisse un libro (Blowing up Russia: Terror From Within), finanziato da Berezovskij (poi ucciso nel 2013), in cui accusava gli agenti del FSB di essere i veri responsabili degli attentati esplosivi del 1999.

I ceceni che uccisero Anna Politkovskaja

Anche la morte della giornalista Anna Politkovskaja, avvenuto nel 2006, avrebbe come responsabili i terroristi ceceni. Il processo, giunto a conclusione dopo un iter travagliato, ha visto la condanna dei fratelli ceceni Rustam, Ibragim e Dzhabrail Makhmudov, del loro zio Lom-Ali Gaitukayev e dell’ex dirigente della polizia moscovita Serghiei Khadzhikurbanov, tutti accusati a vario titolo di aver organizzato ed eseguito il delitto. E’ bene ricordare che la Politkovskaja fu minacciata di morte da Ramzan Kadyrov, allora come oggi presidente filorusso della Cecenia “normalizzata” da Putin. Se la pista cecena ha qualche elemento di verità, essa non conduce all’estremismo islamico ma ai tirapiedi del Cremlino.

Adesso è il turno di Boris Nemtsov ad essere ucciso dai fondamentalisti ceceni.

La colpa è sempre del terrorismo ceceno

L’estremismo islamico nel Caucaso esiste e, come si è detto, è un prodotto diretto dell’intervento militare russo in Cecenia. Anche se ha subito negli anni durissimi colpi, è ancora vivo nella regione. Quando nel 2001 l’attentato alle Torri Gemelle di New York scatenò la “guerra al terrorismo”, la Russia seppe usare la situazione a suo vantaggio dando alla seconda guerra cecena (1999-2009) un carattere di difesa dall’estremismo islamico globalizzato. Da allora il terrorismo islamico di matrice caucasica, meglio se ceceno, è indicato come il responsabile di qualsiasi attentato, omicidio, rapimento che avviene in Russia. Quando non si sa a chi dare la colpa, è il terrorismo islamico.

Dadayev, è vero, ha confessato. Ma le parole di Ramzan Kadyrov, presidente ceceno a libro paga di Mosca, sembrano sciogliere la trama: Dadayev è, secondo lui, un “eroe dedito sinceramente alla Russia e preparato a dare la sua vita per la patria”. Anche a fare da capro espiatorio? Oppure, come nel caso della Politkovskaja, si tratta di sicari di Kadyrov che hanno operato con il benestare delle autorità russe e che ora recitano la messa in scena? Allora la pista cecena avrebbe anche senso, ma non il senso che vogliono darle le autorità di Mosca.

Accusare Putin dell’omicidio di Borsi Nemtsov è sbagliato, lo abbiamo detto. Ma questo non significa che si debbano prendere per buone le favole del Cremlino. Il terrorismo islamico in Russia esiste ma la pista cecena è una scemenza: Nemtsov non aveva nulla a che fare con il Caucaso, con i ceceni o con i salafiti. La polizia e i servizi segreti russi sono alla ricerca di un colpevole, e in Russia c’è un colpevole che mette d’accordo tutti: il terrorismo ceceno.

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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