SERBIA: Intervista a Milorad Vucelic, il dissidente che collaborò con Milosevic

Milorad Vucelic (1948), laureato in legge, alla fine degli anni ’60 ha iniziato la sua carriera giornalistica come direttore della rivista d’avanguardia “Student”, passando poi alla direzione di diverse riviste letterarie e, alla fine, al più prestigioso settimanale serbo NIN. Ha partecipato attivamente alle manifestazioni studentesche del ’68 in Serbia. Per le sue posizioni critiche verso la nomenclatura comunista jugoslava dell’epoca, che accusava di non essere fedele ai principi ed alle idee della vera sinistra,  fu espulso dal partito comunista jugoslavo e condannato a due anni di carcere con la condizionale.

Negli anni ’80 è stato  direttore artistico di diversi teatri belgradesi, ed anche di un festival internazionale di teatro. Ha scritto i seguenti libri: “Argomento contro la Neutralità”, “La Società sospetta”, “Le Conversazioni con l’Epoca”, “ Kosovo – le Radici del Separatismo”. Dopo un periodo di critica nei confronti di Slobodan Milosevic, negli primi anni ’90 diventa uno dei suoi più stretti collaboratori: è stato  direttore generale della TV serba, capo gruppo del Partito Socialista Serbo nel Parlamento serbo e ha partecipato, insieme a Slobodan Milosevic, a diverse trattative di pace e conferenze internazionali.

Dopo gli accordi di Dayton, nel ’95 viene espulso dal Partito socialista. Nel ’97 viene  riabilitato, ma nel ’98 viene espulso di nuovo perché non approvava la politica del partito “JUL” di cui  leader era Mirjana Markovic, moglie del presidente Milosevic. Vucelic abbandona di nuovo la politica e fonda “Komuna”, una casa di produzione famosa per aver prodotto i film di Emir Kusturica. Nel 2008 fonda “Pecat-giornale della Serbia Libera”, settimanale politico-culturale considerato oggi l’unico giornale di opposizione in Serbia, di cui tuttora è direttore.

D: Il 25 maggio si terranno le elezioni per il parlamento europeo. E’ la prima volta che queste elezioni attraggono l’attenzione di tutti. E’ in gioco il futuro dell’Unione europea. Ci sono in campo due schieramenti che, per semplificare, possiamo definire, si all’Europa – no all’Europa.  Lei cosa pensa di  queste elezioni, sapendo che la Serbia sta facendo un percorso di adesione all’UE.  

R: Prima non c’era nessun interesse verso le elezioni per il parlamento europeo perché  l’Europa  sembrava una cosa lontana, sradicata dalla gente. Come diceva  il filoso Jürgen Habermas: “L’Europa è soltanto una burocrazia e non è responsabile verso nessuno, neppure verso Dio”. La gente avendo capito questo trucco se ne fregava delle elezioni.

Secondo me l’Europa attuale, come è stata costruita, non può durare a lungo, anche perché abbiamo due poli. La vecchia Europa degli stati fondatori e la nuova Europa, quella della Polonia, dell’Estonia, della Lettonia ed altri paesi che una volta facevano parte del Patto di Varsavia; tutti questi paesi adesso hanno degli interessi diversi dai paesi fondatori. Sono nazioni che hanno una voglia di rivincita nei confronti dell’ex Urss, e questa tendenza si nota soprattutto adesso con questa crisi ucraina. Le parole dell’ammiraglio Helmar Ludwig Schmeling, ex capo dei servizi segreti della Germania, sono la prova che la UE è cambiata: ha detto chiaro e tondo che la UE sta diventando una specie di clone della NATO. Parlare adesso dei problemi economici dell’UE sarebbe solo un  luogo comune ed io non posso aggiungere niente. Io vedo l’Europa in modo cinico, vedo che ai tedeschi piace lavorare e che sanno lavorare, allora lasciamoli lavorare. Nell’Europa Mediterranea invece non è così. E’ un posto in cui alla gente piace godersi la vita. Il mio posto sarebbe nell’Europa Mediterranea, ma purtroppo devo lavorare.

D: Il risultato del 25 maggio inciderà sulla politica serba?

R: Potrebbe avere un’influenza perché le forze contrarie all’UE avranno il vento in poppa. Poi, questo risultato potrebbe incidere anche sulla situazione europea perché sarà la prova che ancora esistono nazioni gelose  della propria identità nazionale,  che stanno combattendo per non perderla, che rifiutano la dittatura americana. Soprattutto adesso è chiaro, dopo la crisi di Crimea, che gli Stati Uniti, tramitela Nato, stanno  spingendo la Germania contro la Russia. Anche in Germania l’opinione pubblica è molto divisa: intellettuali, giornalisti, politici  hanno ormai capito questo gioco contro la Russia  e non vogliono cascarci.

D: Ma il fronte del no è molto variegato con al suo interno anche partiti imbarazzanti come Marine Le Pen in Francia o i partiti xenofobi del nord Europa. Lei non si sente un po’ scomodo in questa compagnia?

R: No, perché penso che si stia  esagerando quando si parla del pericolo xenofobia. Secondo me si tratta di una fregatura internazionalista. Anzi, una balla degli americani che per forza vogliono distruggere gli stati nazionali. Il partito della signora Le Pen io non lo considero per niente xenofobo. Esiste questo problema concreto dell’immigrazione e dell’integrazione degli stranieri  e noi non possiamo far finta di niente, non possiamo chiudere gli occhi davanti a questo problema reale. Perché nessuno dice che la Svizzera è un paese xenofobo, visto che ha addirittura organizzato un referendum per impedire l’ingresso agli stranieri?  Ecco, la Serbia adesso ha un problema concreto con i Rom: nel 2008 il governo serbo ha firmato un accordo con la UE con cui si è impegnato ad accogliere tutti i Rom d’Europa. Ora, chiunque di loro può essere deportato qui; può arrivare da qualunque  posto a Belgrado, trovare due testimoni, andare all’ufficio dell’anagrafe e chiedere la residenza e la cittadinanza serba. Tutto questo senza nessun certificato, basta la parola: ad esempio io posso andare all’anagrafe e dichiarare che sono nato nel ’55 invece che nel ’48, inventarmi un nome e cognome, dare un indirizzo fasullo e nessuno controlla chi sono, da dove vengo e quanti anni ho veramente. E noi corriamo il rischio  di beccarci qui in Serbia tutti gli zingari d’Europa. Nel2008 in Serbia vivevano 100.000 Zingari,  adesso ce ne sono500.000 in più. Questo non si chiama xenofobia, questo è un vero e proprio problema. Perché mai tutti gli zingari dovrebbero stare qui da noi?

Voglio poi dire che in  Serbia abbiamo avuto i più grossi problemi proprio con la sinistra al governo in molti paesi europei. Per essere sinceri i più grandi crimini contro la Serbia sono stati commessi proprio da questi signori di sinistra. Noi siamo stati bombardati proprio dai signori della sinistra: da Blair, da Clinton e da Schroeder. Tutti quanti di sinistra! Se tutti i crimini che sono stati commessi qui in Serbia durante i bombardamenti della Nato sono la prova della xenofobia bisogna ricordare che la Serbia  è stata bombardata proprio dai signori della sinistra: Blair, Clinton, Schroeder.

D: Lei si definisce una persona di sinistra?

R: Sì mi definisco un uomo di sinistra, direi di una sinistra patriottica.

D: Lei definisce di sinistra Blair, Clinton, Schroeder?

R: Si, diciamo che rappresentiamo uno scontro all’interno della sinistra.

D: Perché il Partito Democratico è nell’Internazionale socialista e il Partito Socialista Serbo no?

R: Grazie alle amicizie  di Zoran Đinđić e di Boris Tadić il Partito Democratico è entrato nell’Internazionale Socialista. Il Partito Democratico è un classico partito che non c’entra con la sinistra, lo stesso vale per il Partito Socialista che ha un suo elettorato che lo vota per tradizione, quasi per comando. Anche se questo partito con il suo programma e, soprattutto, con le sue scelte non c’entra più con la sinistra. Possiamo dire che in Serbia la sinistra non esiste. Vuoto assoluto! Esistono intellettuali di sinistra, esistono persone che sono davvero di sinistra, ma una sinistra organizzata in un partito politico e con un programma ideologico non esiste più.

D: Per essere di sinistra bisogna essere patrioti e internazionalisti?

R: Senz’altro, prima di tutto bisogna essere patrioti. Noi abbiamo avuto molte esperienze di internazionalismo. Abbiamo una specie di fatum con l’internazionalismo. Prima guardavamo incantati verso il Cremlino, poi con lo stesso trasporto verso Washington. E adesso Bruxelles! Invece, questo paese è stato il più “westernizzato” di tutti gli altri paesi dell’Est!  La mia generazione, io sono del 48, è cresciuta in Jugoslavia col mito dell’Ovest. Qui si leggevano Sartre, Camus, Gramsci. Diciamo che erano di moda. Per questo tutte queste generazioni si sono sentite in qualche modo tradite. Noi facevamo parte dell’Ovest e non dell’Est ma, alla fine, siamo rimasti delusi perché questo paese cuscinetto è stato il primo esempio della globalizzazione. Quando non si vuole piegare la schiena, cioè seguire questa nuova ideologia americana, si viene schiacciati.

D: Sui fatti di questi giorni in Ucraina  cosa pensa?

R: Io sostengo la posizione della Russia e tifo, sia da un punto di vista sentimentale che ideologico, per la Russia. La situazione è talmente assurda che Obama  ha dichiarato che, finalmente, bisogna smetterla con questa politica che permette ai grandi di schiacciare i piccoli. Assurdo che  lo affermi il presidente degli Stati Uniti quando il teatrino separatista che adesso sta girando per tutta l’Europa è iniziato proprio in Kosovo. Come nel ’91,  quando hanno organizzato una specie di referendum, un referendum inesistente, ridicolo, fatto di nascosto;  lo stesso che nascondere nel cesso la cosidetta urna con i voti. Allora, il referendum regolare per il Signor Obama non è valido in Crimea, ma quello inesistente in Kossovo invece sì. In più, gli Americani ci hanno bombardato nel ’99 a causa del ridicolo referendum  del ’91. E’ assurdo!

D: Kosovo, Crimea, Scozia, Veneto. Le frontiere dopo la seconda guerra mondiale sono intangibili o l’autodeterminazione dei popoli vale ancora?

R: I confini non sono una cosa fissa, immutabile. La ex Jugoslavia è stato  un paese dove sono stati modificati tutti i confini, ma questi confini non sono ancora stabiliti perché esistono ancora problemi fra Serbia e Croazia, fra Bosnia e Croazia, fra Slovenia e Croazia… Non parliamo poi del Kossovo e della Macedonia e, soprattutto, dell’idea, che gira già da un bel po’, della creazione di una Grande Albania. Non bisogna dimenticare che i Balcani sono ancora una bomba a orologeria, per il semplice fatto che qui non è stato ancora risolto nessuno dei  problemi che ha fatto scoppiare la guerra. Ma, adesso vorrei ritornare sulla situazione in Ucraina. Chi ha conquistato il potere in Ucraina? Lì al potere sono i veri fascisti, e i nuovi leader ucraini rappresentano un vero pericolo: sono loro i veri xenofobi e i nuovi nazisti! I tedeschi hanno compreso questo pericolo e Georgy Giszi, leader della sinistra tedesca (il partito der Link) nel suo discorso al Bundestag sulla situazione in Ucraina ha messo in guardia  la signora Merkel. Ha definito i nuovi leader ucraini fascisti, precisando che il vice premier e molti ministri sono fascisti dichiarati e che un paese come la Germania, con  il suo passato, dovrebbe reagire ben conoscendo il pericolo. Nella storia non è mai successo che i fascisti lascino il potere di loro spontanea volontà. Bisogna tener conto della drammaticità di questa situazione. Cosa dobbiamo fare? Preservare l’integrità di un paese che è caduto nelle mani dei fascisti? Aspettare che gli otto milioni di russi che ci vivono vengano sterminati con le armi nucleari?! C’è una telefonata intercettata della Timoshenko dove lei propone di usare le armi nucleari contro i russi di Crimea. Si è poi scusata dicendo che la telefonata è stata manipolata e che le si possono attribuire soltanto parti della stessa . Ma come solo parti! Tutto il suo discorso era allucinante! In Ucraina abbiamo davvero al potere dei fascisti. La telefonata della Timoshenko lo dimostra: dice cose molto pericolose per tutti gli otto milioni di russi che vivono in Ucraina.

D: Due esempi molto lontani. Il popolo kosovaro e il popolo scozzese, hanno diritto alla autodeterminazione? Come si possono definire criteri obiettivi su questo diritto?

R: Per semplificare, ognuno ha questo diritto se ha dietro di sè una potenza. Sappiamo che l’autodeterminazione dei popoli è stata il principio di Lenin e sappiamo che lo stesso Lenin è arrivato in Russia da Zurigo su un treno tedesco  per distruggere l’Impero russo. Adesso è interessante sottolineare il fatto che questa idea occidentale di autodeterminazione che ha causato   la fine dell’Impero russo  stia ritornando in Europa. E’ lo stesso principio che ha dissolto la  Jugoslavia, grazie agli Americani e alla Nato. Adesso, come un fantasma, si aggira per tutta l’Europa.

D: Se abbiamo capito l’ironia ogni richiesta di indipendenza è messa in moto solo se c’è dietro una grande potenza.

R: Sì è vero;  dietro i kossovari ci sono gli americani, dietro la Crimea i russi. Ma per quello che riguarda la Scozia ci saranno sempre gli inglesi pronti a fare qualche giochino. Invece sono sicuro che nessuno potrebbe bombardare Londra se la Scozia chiedesse l’autonomia.

D: Le grandi istituzioni internazionali cercano di governare il rapporto fra le nazioni. Gorbaciov parlava addirittura di un governo mondiale. Queste istituzioni hanno dato vita a tribunali internazionali per giudicare i crimini di guerra,  tipo Norimberga o l’Aia. Cosa pensa di queste istituzioni?

R: Io purtroppo penso che le istituzioni internazionali hanno perso la loro credibilità. Per quanto riguarda il tribunale dell’Aia ha dimostrato un sacco di volte di non essere oggettivo e di non essere serio.

Tornando ai confini io gli considero come espressione  del senso della misura. Come nella mitologia greca la gente viveva secondo i suoi costumi e le sue regole, e ogni volta che questa misura veniva distrutta succedeva  qualcosa di terribile. La globalizzazione, la sparizione dei confini, la distruzione dell’identità di un popolo…  beh, quello che vorrei dire non è razionale ma, tornando alla mitologia greca, credo che ci sarà una punizione per questo internazionalismo forzato.

D: All’Aia sono morte sei persone coinvolte nelle guerre balcaniche degli anni novanta. Lei cosa pensa di queste morti?

R: Milosevic è stato un carissimo amico. Io sono stato un suo stretto collaboratore anche se per ben due volte mi aveva  cacciato. Sono stato io ad organizzare il suo funerale e sostengo che lui, in qualche modo, sia stato eliminato. Io ero presente quando Milosevic è stato curato all’Aia da un equipe di medici assolutamente incompetenti. Purtroppo la stessa sorte toccherà a Vojislav Šešelj.  Šešelj non uscirà vivo dal tribunale dell’Aia. La stessa sorte toccherà a tutti gli altri. A  Mladic che è gravemente malato e che non riceve le cure necessarie, e anche a  Karadzic che è stato un mio caro amico prima di entrare in politica.

D: Lei pensa che l’equipe che curava Milosevic fosse volutamente incompetente?

R: E’ molto difficile che un medico serio, con una sua etica professionale e  delle competenze, accetti di curare in modo inadeguato un paziente. Qui abbiamo a che fare con delle persone con scarse competenze professionali che è facile manipolare.

In più, aggiungerei anche questo dettaglio: da Wikileaks esce fuori che il direttore del carcere di Sheveningen Mc Fedeene (che prima era direttore delle carceri per i separatisti irlandesi dell’IRA) ogni giorno informava  i diplomatici americani sulle condizioni di salute e sul comportamento dei detenuti. Per ogni detenuto si cercava di trovare un punto debole per poterlo distruggere. Nel caso di Milosevic,  il  punto debole era di non poter vedere la moglie. Sono stato cinque  volte a trovare il mio amico Milosevic. Una sola volta ho potuto parlare da solo con lui. Tutte le altre volte il direttore, guarda caso, mentre ero con lui veniva a trovarlo per chiedergli se avesse bisogno di qualcosa. E  poi si piazzava lì per poterci spiare.

D: Su Milosevic c’è un giudizio generale negativo, ma anche una discussione se Milosevic fosse un socialista che ha utilizzato il nazionalismo per difendere lo stato e lo stesso  socialismo. C’è chi anche lo indica come uno dei primi combattenti contro la globalizzazione. Ci dia il suo giudizio in merito.

R: La prova che Milosevic sia stato un combattente contro la globalizzazione l’ha fornita l’ex vice segretario di Stato americano Strobe  Talbott  scrivendo, nell’introduzione di un libro di cui adesso mi sfugge il nome, che Milosevic è stato eliminato proprio perché si opponeva fortemente al processo di globalizzazione e agli interessi americani. Se lo dice Strobe Talbott, che  negli anni 90 era uno degli uomini più influenti della politica americana,  non dobbiamo chiederci se questa sua affermazione sia vera o falsa.  Io, invece,  posso affermare che Slobodan  Milosevic non è stato un nazionalista. Sono stato tante volte con lui presente a molte trattative:  a Ginevra almeno dieci volte, a Londra, ad Atene, e posso dire che in tutti i suoi discorsi pubblici non gli è mai sfuggita una sola affermazione che si possa definire nazionalista. Un’altra sua caratteristica era il grande rispetto per le donne: era un femminista convinto. Quando la sera si usciva assieme, si scherzava, si beveva, ma  se si facevano battute sulle donne, anche solo per scherzo,  subito protestava. Aveva davvero un grande rispetto per le donne.  Non accettava battute su di loro. Nel 90, quando è stata approvata la nuova Costituzione, una vera e propria Costituzione,  tutti i deputati del Kosovo hanno votato a favore. Per questo è ridicola l’affermazione di Obama che si riferisce al referendum del 91. Le pare sensato che prima votino a favore e poi organizzino un referendum contro quegli stessi argomenti? Comunque nella nuova costituzione approvata nel ’90 non vi è nulla che possa far pensare o essere causa della dissoluzione della Jugoslavia. La Serbia, accusata di aggredire gli altri, non aveva neppure un suo esercito. Tutte le decisioni venivano prese a livello federale.  Dirò di più, quella Costituzione dichiarava guerra alla follia nazionalista, esautorando i baronetti del passato,  come i vecchi dirigenti politici della Voivodina. Il cosiddetto nazionalismo, presente prima che scoppiasse la guerra, era semplicemente un risveglio popolare e non distruggeva le istituzioni perché  la Costituzione stessa ne segnava i limiti.

D: Esistono i crimini di guerra? Ci sono stati crimini di guerra in questa guerra?

R: Sì, sì.

D: Lei ha vissuto la Jugoslavia, di Tito, la post Jugoslavia, quella di Milosevic, l’attuale Serbia democratica. Ci sono punti di continuità e di rottura?

R: Non c’è continuità. Io posso solo dire,  nel mio caso, che esiste la continuità nelle amicizie. La Jugoslavia di Tito è stata un progetto fantastico. Guardandola da oggi mi pare una specie di miraggio, un incantesimo. Tutti potevano studiare, frequentare l’università, tutti potevano curarsi bene e gratuitamente. Ogni famiglia aveva in casa un tale quantitativo di medicinali che adesso riempirebbero una mezza farmacia. Uno finiva le scuole ed era sicuro di trovare subito un posto di lavoro. Se qualcuno non trovava un lavoro adatto quasi scoppiava un caso politico. “Come mai questo non trova un posto?!”  Ci si prendeva  cura di ogni persona. Ognuno aveva un lavoro, una casa e la sicurezza economica. In quel periodo la Jugoslavia contava sulla scena internazionale e, forse per questo,  è nata la nostra megalomania: credere di essere qualcosa di importante. Nel ’68 noi  abbiamo protestato perché il PIL era sceso dal 10% al 6 %,  mentre in Giappone era del 12%. Se vediamo la situazione di adesso sembra di stare in un altro mondo. Ora c’è  da mettersi le mani nei capelli! Quel periodo idilliaco, se così si può chiamare il titoismo,  è finito nel sangue e nel caos più totale. L’opera di Tito è stata distrutta. Tutto quello che era stato creato è sparito. Finito questo periodo è arrivata la cosiddetta democrazia dove, a partire dal 2000 la Serbia, secondo me,  esce dalla storia. Adesso ci troviamo in un periodo di transizione che non sappiamo quanto durerà e dove ci porterà. Non possiamo definire con precisione quando qui è iniziato il capitalismo. Infatti  io  non saprei definire cosa è mai il nostro stato. Qualcuno forse lo sa, ma a me sfugge qualsiasi definizione precisa. Chi siamo? Dove andiamo? Cosa vogliamo?

D: Come si combattano i crimini di guerra e come li si sanziona?

R: Punto primo: la guerra nella ex Jugoslavia è stata una guerra civile, anche se Slovenia e Croazia parlano di aggressione serba. Per quanto riguarda la Serbia sono stati condannati dai nostri tribunali più di mille serbi per crimini di guerra. Si tratta di appartenenti alle diverse milizie paramilitari. In Croazia ai criminali di guerra sono state inflitte neppure un decimo delle nostre condanne. In Bosnia quasi nessuno è stato condannato. Io ribadisco che si trattava di una guerra civile. I croati parlano invece di  guerra  patriottica,  come pure gli sloveni che hanno addirittura sparato a 26 ragazzini freschi di leva.  E così in Croazia e in Slovenia sono nati gli eroi di guerra. Perché qui in Serbia, e solo in Serbia, non si parla mai di eroi  guerra? Perché?!

D: La sua idea è che ogni paese deve sancire i suoi criminali di guerra?

R: Sì.

D: Lei non ha un partito politico, ha solo questa rivista che lei dice di opposizione. Dato che prima ci ha detto che non sa definire la Serbia di oggi, lei a cosa si oppone?

R: Prima di tutto,  dal punto di vista internazionale,  io mi oppongo all’affermazione alquanto  fanatica che l’UE non abbia alternativa. Sono per una collaborazione della Serbia con tutti i paesi d’Europa, ma senza fanatismi. Sono contrario l’Alleanza atlantica. Sostengo la costruzione del Gasdotto Sud Europeo (Sud Stream) perché è nell’interesse sia del mio paese che della Russia e dell’Italia. Sarebbe una bugia se  dicessi che dal punto di vista emotivo io non stia dalla parte del popolo russo e di Vladimir Putin. Però penso anche che questa volta noi serbi  dobbiamo rimanere neutrali e non ficcare il naso in affari che non sono nostri. Io sono consapevole che noi serbi siamo un piccolo popolo, ma comunque un popolo importante. Posso capire l’atteggiamento di certi politici  pronti ad umiliarsi per ottenere qualcosa per il loro popolo,  ma non il contrario. Dal punto di vista culturale la mia rivista promuove tutto quello che prima dei cosidetti cambiamenti democratici era cultura: il museo nazionale, il museo d’arte moderna che, da ben 13 anni, per  motivi misteriosi, rimangono chiusi. La mia rivista promuove anche artisti e scrittori di valore che dopo i così detto processo di democratizzazione  sono stati emarginati. Adesso, purtroppo,  si favorisce soltanto la non cultura.

D: Quanto pensa di influenzare la politica serba e quanto la influenza davvero?

R: Non lo so. Forse un’influenza c’è. Forse questa influenza è più forte di quello che mi aspetto. Ma, comunque, io non credo che sia una influenza forte.

D: Il giorno del funerale di Milosevic lei disse: “Quando ci saremo asciugate le lacrime, saremo orgogliosi di averlo avuto fra noi”. Ripeterebbe oggi questa frase’

R: Certo che io la ripeterei e non solo io. Incontro sempre più gente comune che prima era contro Milosevic e che adesso lo rimpiange.  Anche fra i giovani è diffuso questo sentimento. Il mio  amico  Brana Crncevic , scrittore serbo morto tempo fa, disse che Milosevic è stato uno statista con molti difetti. Quelli di oggi hanno solo difetti.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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5 commenti

  1. L’intervista, di per sé, e’ interessante – pur condividendo poco di quello che dice Vučelić e della sua storia personale, soprattutto degli anni Novanta -, ma segnalo un’imprecisione nel testo. Parlare di Pečat come ‘unico giornale di opposizione’ nella Serbia di oggi non sembra corretto, da qualunque punto di vista si interpreti l’ondivaga parola “opposizione” nel contesto serbo (anti-governo? anti-establishment? anti-capitalista? anti-nazionalista?), e ancor di piu’ nei giorni in cui alcuni siti serbi sono sotto attacco web, con sospetti sul coinvolgimento del governo o comunque sugli ambienti ad esso vicini (vedi la vicenda di Pešćanik: http://ilpiccolo.gelocal.it/…/tesi-copiata-bufera-sul… . Curiosamente, su Pečat questo caso non viene nemmeno menzionato).

  2. Condivido quello che scrive l’utente Alfredo Sasso. Preciso che nella domanda sulla rivista diretta da Vucelic si dice “Lei non ha un partito politico, ha solo questa rivista che lei dice di opposizione”, cioè è l’intervistato che si è definito di opposizione. E’ stata una intervista difficile per cercare di non dare giudizi sulla persona ma riportare fedelmente la sua visione dei fatti attuali e del passato recente.

  3. “La guerra nella ex Jugoslavia è stata una guerra civile, anche se Slovenia e Croazia parlano di aggressione serba.”

    Questa frase può passare per la guerra in Bosnia (in parte), ma per Slovenia e Croazia no.
    Il motivo è semplice, sia la Slovenia che la Croazia si proclamarono indipendenti attraverso un referendum (costituzionalmente legale), dopodiché vennero aggredite.
    L’aggressione avvenne dopo l’indipendenza.
    Uno stato sovrano che viene aggredito da un’altro stato non è guerra civile.

    Mišo

  4. sono discretamente disgustato da questa continua esaltazione di un esperto in stupri di massa e genocidio come Milosevic che ha voluto e voluto soggetti come Mladic e Karazdic.Penso a tante povere vittime che non hanno avuto il privilegio di una comoda cella e prima di una vita molto lussuosa e sono stati uccisi dagli allievi di Milosevic.Penso al devastante sistema corruttivo attivato da Milosevic anche aggravando la situazione di corruttela esistente in Italia.Penso penso ed allora meglio non pensare perchè potrei esplodere contro i revanscisti variamente ammantati

  5. Certamente la Serbia non ha aggredito la Slovenia, in quanto fu l’esercito federale (non solo serbo) ad accennare ad un intervento. Quanto alla Croazia, è certamente più guerra civile di quanto sembri: l’unico motivo per cui scoppiò è il diritto all’autodeterminazione dei popoli che subito valse per la Croazia, ma non per la repubblica serba di Kraijna (con capitale a Knin). Queste zone, a abitate dal 90 % dei serbi sopravvissuti agli stermini Ustaša (uccisero 700.000 serbi ed ebrei) di cui nessuno parla, sarebbero potute essere ancor più grandi se non fosse stato per la politica di Tito, che li incoraggiò ad andarsene (la mia famiglia è originaria di lì) e per gli Ustaša. La guerra in Croazia ci fu principalmente per quello: popolazioni serbe figgite dalle persecuzioni ottomane nei secoli dalle zone del Kosovo e riversatesi nei confini dell’Impero Austroungarico (Kraijna=terra di frontiera), impegnate a combattere in prima linea il nemico dell’Europa, e che costituivano un buon 15 % della Croazia (che pacificamente poteva essere molto di più) all’indomani dell’indipendenza croata non vedevano uno straccio di diritto o riconoscimento per sè! Sapevano che avrebbero fatto la fine dei loro connazionali ai tempi della seconda guerra mondiale, e per questo scoppiò la guerra in Croazia, guerra che si risolse in eccidi e in un esodo di massa con l’ “eroica” (o vergognosa?) operazione Oluja, con cui si negò un diritto riconosciuto alla Croazia e si cacciò una popolazione che aveva sempre fatto comodo a tutti, sradicata per la seconda volta nella sua travagliata storia. Se si esclude il forsennato attacco a Vukovar (che comunque aveva molti serbi) non si può continuare a demonizzare la Serbia elogiando la Croazia. Alla fine sta dalla parte del giusto solo chi è più ad occidente, qualsiasi siano le ragioni in causa!

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