L’ascesa di Dudaev

Un primo chiarimento. In quel momento la Cecenia è parte di una Repubblica autonoma socialista sovietica, quella della Cecenia-Inguscezia che comprendeva, appunto, i territori di Cecenia e Inguscezia. Si stavano però formando, in quel 1990, alcune forze di opposizione non ufficiale al governo sovietico grazie anche alla spinta data dal processo della glasnost (trasparenza) avviato da Gorbacev e che mosse molti intellettuali e notabili verso una riscoperta in senso nazionale della storia locale. Anche in Cecenia si formò un comitato che raggruppava l’opposizione detto Congresso della Nazione Cecena, il quale invocava la sovranità della Cecenia come Repubblica dell’Unione Sovietica. Si chiedeva, insomma, che la Cecenia fosse non più una semplice repubblica autonoma all’interno della repubblica federativa russa, ma “salisse di rango”, e senza l’Inguscezia. Nell’agosto del 1991, Doku Zavgayev, il leader comunista della RSSA di Cecenia-Inguscezia, espresse pubblicamente il proprio supporto per il fallito Colpo di Stato contro il presidente sovietico Michail Gorbačëv. Dopo il fallimento del putsch, l’Unione Sovietica cominciò rapidamente a disgregarsi mentre le repubbliche costituenti si sbrigarono ad abbandonarla. Avvantaggiandosi dell’implosione dell’Unione Sovietica, Dudaev e i suoi sostenitori si mossero contro l’amministrazione di Zavgayev

Il 6 settembre 1991, militanti del Congresso dell’opposizione invasero una seduta del Soviet Supremo locale, disperdendo così il governo della RSSA di Cecenia-Inguscezia e prendendo il potere. Dopo un controverso referendum nell’ottobre del 1991 che confermò l’elezione di Dudaev a Presidente della Repubblica Cecena, egli stesso dichiarò unilateralmente l’indipendenza dall’Unione Sovietica. Nel novembre del 1991, il presidente russo Boris Eltsin dispiegò le truppe a Grozny, ma furono ritirate quando le forze di Dudaev impedirono loro di uscire dall’aeroporto. La Russia si rifiutò di riconoscere l’indipendenza, ma esitò a usare la forza contro i separatisti. La Repubblica di Cecenia-Inguscezia era diventata uno stato indipendente de facto anche se presto gli ingusci avrebbero abbandonato i ceceni, temendo la reazione di Mosca.

Inizialmente il governo di Dudaev ebbe relazioni diplomatiche con la Georgia, ricevendo ampio supporto morale dal primo presidente georgiano Zviad Gamsakhurdia. Quando Gamsakhurdia fu rovesciato alla fine del 1991, gli venne concesso asilo in Cecenia e presenziò alla cerimonia d’insediamento di Dudaev. Mentre risiedeva a Grozny, l’ex leader georgiano contribuì anche all’organizzazione della prima Conferenza Caucasica, alla quale parteciparono gruppi indipendentisti di tutta la regione. La Cecenia non ha mai ottenuto un riconoscimento diplomatico da alcun altro stato al di fuori della Georgia nel 1991.

Le scelte politiche di Dudaev a favore dell’indipendenza cominciarono presto a minare l’economia della Cecenia e, secondo gli osservatori russi, trasformò la regione in un paradiso criminale. La popolazione di etnia diversa da quella cecena lasciò la repubblica per via delle minacce da parte della criminalità, che il governo trattava con indifferenza. Nel 1993 il Parlamento ceceno tentò di organizzare un referendum sulla fiducia pubblica in Dudaev, dato che aveva fallito nel consolidare l’indipendenza della regione. La ritorsione di Dudaev comportò lo scioglimento del parlamento e di altri organi del potere. A partire dell’estate del 1994, gruppi armati dell’opposizione (che potevano contare sull’appoggio militare e finanziario russo) provarono ripetutamente ma senza successo a deporre Dudaev con la forza. Il più spettacolare di questi tentativi fu un colpo di stato tentato verso la fine del 1994 con il supporto del governo di Mosca, nel tentativo di preservare la repubblica cecena da un’invasione su larga scala.

Il 1º dicembre 1994 i russi cominciarono a bombardare l’aeroporto di Groznyj e distrussero l’aviazione militare cecena iniziando così la prima guerra cecena

Ma facciamo un passo indietro, e torniamo alla memoria della deportazione. Dudaev seppe utilizzare i timori della popolazione cecena a proprio vantaggio. La volontà cecena di affrancarsi dal controllo russo era dovuta anche alla memoria della deportazione. Ma la volontà di indipendenza profilava una nuova minaccia russa che le generazioni più giovani paragonavano alla deportazione, vedendoci la stessa volontà di sterminio nei loro confronti. E per questo decisero che avrebbero reagito anche combattendo. Dudaev dichiarò poi che i russi avevano pronto un piano per deportare di nuovo i ceceni. Non era vero ma bastò a convincere i ceceni dell’inevitabilità del conflitto. La memoria della deportazione diventa così, per Dudaev, lo strumento con cui – in primo luogo – convince il popolo ceceno a sottrarsi dal controllo russo e con il quale – secondariamente – lo muove alla lotta. A ingrossare le fila di coloro che erano pronti a prendere le armi fu anche la disoccupazione che colpì la regione a causa del disgregamento politico dell’URSS che rendeva impossibile l’abituale emigrazione stagionale dei lavoratori ceceni. Nell’estate del 1991 migliaia di lavoratori ceceni non riuscirono a lasciare la Cecenia, queste persone esasperate erano l’uditorio perfetto per Dudaev che compattò intorno a sé una popolazione pronta alla guerra che, puntualmente, arrivò.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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