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ALBANIA: Protocollo Meloni-Rama sui migranti, i nodi da sciogliere

Da un paio di settimane si discute attorno alla visita di Edi Rama, primo ministro dell’Albania, a Palazzo Chigi per incontrare Giorgia Meloni, presidente del Consiglio italiano, lo scorso 6 novembre. Visita che ha portato i due leader alla firma di un protocollo d’intesa in materia di gestione dei flussi migratori. Durante l’incontro, Meloni e Rama hanno rilasciato dichiarazioni congiunte da cui emerge la forte collaborazione tra i due paesi e la certezza di proporre un modello di cooperazione efficace su un tema fortemente sentito in Italia. In che cosa consiste il protocollo?

L’accordo, in sintesi

Giorgia Meloni durante il suo intervento ha parlato di «[un accordo] che si pone sostanzialmente tre obiettivi, e cioè contrastare il traffico di esseri umani, prevenire i flussi migratori irregolari e accogliere solamente chi ha veramente diritto alla protezione internazionale». Il testo, ancora in una fase embrionale, comprende quattordici articoli che a grandi linee disegnano un accordo di esternalizzazione per supportare la gestione dell’immigrazione diretta verso le coste italiane.

Tra le righe, si prospetta la messa a disposizione di due aree a nord dell’Albania per l’accoglienza dei migranti per un numero non superiore a 3.000 persone contemporaneamente. La stima è di riuscire a gestire 36.000 individui all’anno secondo la procedura accelerata prevista dal decreto interministeriale dello scorso settembre, in cui viene fissata a 28 giorni la durata massima per il trattamento di un richiedente asilo nei centri indicati. Tuttavia, la procedura ad oggi non riesce a stare al passo con questi tempi stringenti, incontrando vincoli di natura burocratica e sostanziale. La concessione o la negazione di questa tutela è una procedura, in sé, dilatata e delicata.

Le strutture sarebbero gestite da fondi e personale militare italiano, comprendendo anche l’organizzazione dell’assistenza sanitaria, con la collaborazione della parte albanese sul fronte sicurezza. La prima, nell’area del porto di Shengjin, è pensata per la prima accoglienza e le preliminari attività all’arrivo dei migranti. La seconda si trova invece nell’entroterra, a Gjader, e seguirebbe il modello dei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio). Il protocollo specifica la sua durata quinquennale con rinnovo automatico, se nulla osta tra le parti.

Durante la conferenza stampa, Meloni ha parlato di un documento dal respiro europeo, in cui l’Albania fa parte in quanto stato candidato, e la cui cooperazione conferma l’importanza di includere il paese nell’Unione, in un percorso che non sia di “allargamento”, bensì di “riunificazione”. Rama ha incentrato la sua dichiarazione soprattutto sulla volontà di attivare questo sistema in virtù del forte legame con l’Italia, in riconoscimento dell’aiuto ricevuto durante la grande migrazione albanese negli anni Novanta.

I nodi da sciogliere

Il protocollo d’intesa tra i due premier ha acceso i dibattiti. Oltre a basare i suoi criteri di successo su una procedura ad oggi difficilmente attuabile anche in Italia, il testo presenta diverse opacità. Si tratta di un accordo che definisce una linea di azione generale, presentandosi piuttosto come un documento politico, com’è politico il messaggio trasmesso dalle dichiarazioni dei due leader.

Affinché l’accordo, nelle sue successive fasi di definizione, sia effettivamente conciliante con le normative comunitarie e internazionali, deve garantire il principio di uguaglianza. Meloni ha affermato che donne, bambini e soggetti vulnerabili sono esclusi da questo sistema e verranno accolti in Italia. Va tuttavia reso chiaro in quale modo verrà logisticamente fatta questa divisione e secondo quale criterio si potrà decidere quali individui possano ritenersi meno vulnerabili, in quelle condizioni.

La gestione dei centri, anche se su suolo albanese, dovrà poi rispettare le normative e le eque procedure di valutazione della titolarità dell’asilo o della protezione umanitaria. La portavoce per gli affari interni della Commissione europea, Anitta Hipper, ha confermato di essere in contatto con le autorità italiane, aggiungendo che l’Unione e gli stati membri possono cooperare con paesi extracomunitari sul tema della migrazione, ma in piena conformità con le norme sovranazionali.

L’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori è infatti una prassi già nota tra gli stati europei. La letteratura giuridica continua a presentare casi e zone d’ombra nell’implementazione di questi accordi e le conseguenti sanzioni derivanti dalla loro inadeguatezza – ad essere messa in discussione è proprio la garanzia del principio fondamentale di non respingimento (noto come non-refoulement) di una persona in potenziale pericolo di persecuzione. Come si adopera il paese UE nel monitoraggio dell’incontrovertibile tutela dei diritti di protezione internazionale?

I nodi da sciogliere in questo caso sono senz’altro normativi, ma anche quantitativi. Il Ministero dell’Interno fornisce grafici che illustrano la situazione relativa al numero di sbarchi da gennaio a novembre 2023: sono 149.581 gli individui che hanno raggiunto le coste italiane, rispetto ai 59.693 del 2021. Nella migliore delle ipotesi, stimando dunque a 36.000 il complessivo annuo di migranti gestiti nei due centri in Albania, ci si domanda quanto ingenti investimenti di fondi e personale siano effettivamente una risposta programmatica al fenomeno, più che una mossa politica.

Le reazioni in Albania

Oltre alle reazioni delle istituzioni italiane e europee, anche in Albania il tema ha suscitato un certo dibattito. La notizia del protocollo ha generato la diffusione sui social di messaggi satirici e xenofobi, tanto che il sindaco di Lezha, Pjerin Ndreu, si è pronunciato con un ironico concorso per il “meme” migliore sul tema dell’accordo. Discussioni mediatiche a parte, viene recriminato a Rama di aver portato avanti queste trattative, in cui viene prevista la cessione della sovranità con la presenza delle forze dell’ordine italiane su alcune porzioni del territorio albanese, senza la consultazione trasparente dell’opinione pubblica e dell’apparato legislativo.

L’operabilità di questi centri è prevista per la primavera del 2024, prima delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Con questa mossa, l’Albania, paese candidato all’ingresso in UE dal 2014, ancora caratterizzato da una forte emigrazione (specialmente verso l’Italia e il Regno Unito), sembra tentare così l’assegnazione di un ruolo di credibilità, con la gestione di una (piccola) parte dei consistenti flussi migratori che giungono alle coste italiane.

Immagine e protagonismo internazionale

L’operazione di Edi Rama è in linea con la sua visione di politica internazionale. L’agenda del premier è notoriamente caratterizzata da frequenti incontri con leader europei, in cui traspare fortemente la sua ricerca di un’immagine di Albania vicina al modello occidentale.

L’esempio italiano è emblematico. A prescindere dal partito al governo, Rama si è sempre fatto vanto di avere un rapporto privilegiato, quasi di amicizia, con il primo ministro italiano di turno. Un rapporto confermato anche con l’attuale premier, a cui ha ribadito la volontà di mantenere saldo un legame storico con l’Italia attraverso un supporto concreto — come peraltro dimostrato nel 2020 quando, in una prima fase pandemica, Rama decise di mandare in Italia medici e infermieri per far fronte alla crisi sanitaria negli ospedali. Una corte spietata in politica estera, quella di Rama, che cerca di farsi posto con il principio della cooperazione e dell’affinità storica.

Foto: Governo Italiano

Chi è Ivana Ristovska

Nata nel 1996 a Štip (Macedonia del Nord), vive in Piemonte. Laureata in Scienze Internazionali a Torino, con una sosta francese a Sciences Po Lyon e una formazione pregressa in Comunicazione Interculturale. Attualmente operativa nel settore della progettazione ambientale. Attività che trova posto accanto ad un costante sguardo verso la storia e il presente dell'area balcanica. Ne parla qui su East Journal.

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