Ungheria

UNGHERIA: L’economia sull’orlo del baratro, e non è colpa di Bruxelles

L’Ungheria è il paese UE con il tasso d’inflazione più alto: lo stop al tetto del prezzo degli idrocarburi non promette nulla di buono.

A novembre l’Ungheria ha registrato il tasso d’inflazione più alto di tutta l’UE: i prezzi sono aumentati del 22.5%. Il governo fa marcia indietro sulle misure contro il carovita incolpando Bruxelles, ma iniziano a farsi sentire le voci che criticano apertamente il premier Viktor Orbán: torna lo spettro del Fondo Monetario Internazionale.

Le critiche

Uno dei più stretti alleati del premier Orbán, il presidente della banca centrale ungherese György Matolcsy (in passato suo ministro dell’economia), punta il dito contro il governo e la sua politica economica. Lo scenario di Matolcsy è a dir poco tragico: l’Ungheria sarebbe la quarta o quinta economia più vulnerabile dal punto di vista finanziario al mondo. Ma la critica più cocente è sicuramente quella rivolta alle cause della débâcle: un tasso d’inflazione così alto non sarebbe soltanto frutto, come sostiene il governo, delle sanzioni imposte da Bruxelles alla Russia.

Matolcsy ricorda infatti che già nel 2021 i prezzi dell’energia in Ungheria erano aumentati. Inizia quindi a scricchiolare la retorica ufficiale adottata dal governo, secondo la quale le élite di Bruxelles sarebbero le sole responsabili dell’aumento dei prezzi, in accordo con l’opposizione ungherese, “schiava” dei liberali americani (a loro volta controllati da George Soros). Il riferimento è a dei fondi statunitensi inviati al movimento del leader dell’opposizione Péter Márki-Zay.

Bruxelles, eterna colpevole

Il governo Orbán è ora con le spalle al muro: il portaparola del governo Gergely Gulyás ha annunciato la fine del tetto al prezzo del carburante. Mezz’ora dopo, il provvedimento è entrato in vigore. Gulyás ha subito giustificato la decisione dando la colpa al nuovo pacchetto di sanzioni UE. L’obiettivo del governo diventa quindi risanare le casse dello Stato: la misura tampone in tal senso dovrebbere essere una nuova tassa sui superprofitti. Salvo che, nel frattempo, i cittadini ungheresi dovranno pagare un prezzo alle pompe già schizzato in alto, un costo che si aggiunge ai già strabilianti aumenti del prezzo nel settore alimentare.

Il governo ungherese ha cercato di passare all’offensiva in sede UE: Budapest ha tentato di usare il suo potere di veto contro la decisione di chiedere un prestito in comune di 18 miliardi di euro destinati all’Ucraina – ma il veto è stato aggirato. Il Consiglio UE martedì 13 dicembre ha anche confermato il blocco parziale dei fondi strutturali UE all’Ungheria, seppur con uno sconto sul taglio proposto dalla Commissione europea (55% anziché 65%), mentre è stato sbloccato il PNRR ungherese, per 5.8 miliardi di euro, il cui disborso però avverrà solo a seguito di importanti riforme per garantire lo stato di diritto. L’accordo all’ultimo minuto ha permesso a Budapest di evitare il crash finanziario sui mercati.

Resta da capire se Orbán riuscirà, ancora una volta, a convincere gli ungheresi che i problemi vengono esclusivamente dall’esterno. Gli insegnanti, categoria attualmente più attiva nel dissenso, non sono di questo avviso. La narrazione del governo – per cui i salari dei professori non sono adeguati a causa del blocco dei fondi UE – non li convince affatto: le strade si riempiono.

Foto: Jorge Franganillo, Flickr

Chi è Gianmarco Bucci

Nato nel 1997 a Pescara, vive a Firenze. Si è laureato in Relazioni Internazionali all'Università di Bologna con una tesi sul movimento socialdemocratico in Cecoslovacchia, Ungheria e Romania. Al momento è ricercatore alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Scrive su East Journal dal dicembre 2021, dove si occupa di Europa centrale e Balcani.

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