SERBIA: Verso le elezioni generali, l’opposizione si unisce contro Vucic

 

Domenica 3 aprile i cittadini della Serbia sono chiamati ai seggi per votare alle elezioni presidenziali, parlamentari, e per la capitale Belgrado.

Il 2020 è stato l’anno chiave: i partiti di opposizione boicottarono le urne, accusando il presidente Aleksandar Vučić di perseguire politiche illiberali e di calpestare la libertà di stampa. Nonostante le forti tensioni, le elezioni si tennero ugualmente e il Partito Progressista Serbo (SNS) di Vučić conquistò 188 seggi su 250. Da quel momento, la maggioranza ha potuto decidere da sola, generando insoddisfazione nella popolazione che si è vista esclusa dalla vita politica.

Quest’anno, per consentire maggior trasparenza, la legislazione elettorale è stata discussa su due livelli: in Parlamento, e con l’opposizione extraparlamentare, con la mediazione degli eurodeputati. L’osservazione del processo elettorale sarà inoltre garantita dall’OSCE.

Le forze in campo

Contro il presidente uscente Vučić si presentano altri sette candidati alla presidenza: quasi tutti espressione di partiti di destra, a parte la candidata di Moramo Biljana Stojković, e la maggior parte rappresenta un’opposizione funzionale al partito di governo. I principali partiti di opposizione si affidano a un candidato unitario, l’ex capo di stato maggiore Zdravko Ponos.

Per quanto riguarda il Parlamento, le liste sono 18. Secondo gli ultimi sondaggi, la coalizione di SNS resta in ampio vantaggio. Tra le opposizioni, spiccano “Uniti per la vittoria della Serbia”, la coalizione di sinistra ecologista “Moramo” e quella guidata dall’ex presidente Boris Tadić. La soglia di sbarramento è al 3%. Come denuncia la Youth Initiative for Human Rights, tre criminali di guerra hanno espresso sostegno al Partito Progressista Serbo (SRS), oltre a Vojislav Šešelj candidato per il Partito Radicale Serbo (SRS).

A Belgrado si prevede un testa a testa per la carica di sindaco tra il candidato SNS Aleksandar Šapić e Vladeta Janković, già ambasciatore in Vaticano. Ma si prospetta un buon risultato anche per Dobrica Veselinović, candidato di Moramo, che da anni concentra il proprio attivismo nella capitale.

La campagna elettorale è ruotata attorno a temi noti: UE, NATO, Kosovo, e l’aggressione della Russia all’Ucraina. Ma  il dibattito si è esteso anche alla protezione ambientale. L’approvazione della legge sul referendum e gli emendamenti alla legge sull’esproprio hanno generato una forte mobilitazione. Numerose piazze si sono gremite di persone nei mesi scorsi per chiedere la sospensione del progetto di costruzione di una grande miniera di litio – su cui il governo a dicembre ha dovuto fare marcia indietro – e a sostegno della lotta all’inquinamento.

Il voto in Kosovo

Il governo serbo avrebbe voluto aprire seggi elettorali anche in Kosovo, che ad oggi non riconosce come indipendente, con l’assistenza dell’OSCE come avvenuto in passato. Ma il governo kosovaro di Albin Kurti si è opposto a quella che considera una violazione della propria sovranità, resistendo alle pressioni internazionali e affermando che i serbi del Kosovo avrebbero potuto votare per posta o presso l’ufficio di rappresentanza della Serbia a Pristina, come già per il referendum di gennaio.

Così il 25 marzo, a quasi una settimana dalle elezioni, i serbi del Kosovo sono scesi in piazza a Mitrovica e Gracanica per il diritto di voto, con lo slogan “Kurti non ci porterà via dal Kosovo!”. Il premier Kurti si è poi rivolto loro con un videomessaggio in lingua serba, mentre il governo serbo ha deciso di aprire dei seggi per i serbi del Kosovo in varie città della Serbia meridionale.

Secondo Freedom House, negli ultimi anni il Partito Progressista Serbo al governo ha contribuito fortemente all’erosione dei diritti politici e civili tramite forti pressioni sui media, l’opposizione e la società civile. Per questo motivo la Serbia è oggi classificata non più come democrazia ma come regime ibrido.

Chi è Angelica Vascotto

Laureata in Scienze Linguistiche per le Relazioni Internazionali e Conflict Resolution in Divided Societies, ad oggi è dottoranda in Istituzioni e Politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in cotutela con l'Università di Sarajevo.

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