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UCRAINA: La necessità della pace, il dilemma del pacifismo

La pace è un bene supremo, assoluto. Nessuna persona dotata di morale, intelletto e ragione potrebbe mai sostenere il contrario. Questo è tutto, ogni altra parola sarebbe retorica. Come lo è dire che ogni guerra è abominio da condannare senza discussione e senza distinguo. Ma la pace ha un prezzo, sempre. E pagarlo qualcuno deve. L’aggressore, sarebbe meglio. La vittima, spesso accade. La pace, lo sappiamo, non è un ideale, è una pratica. Ma perché la pace sia un agire concreto, occorrono due condizioni: la libertà e la giustizia. Se manca la libertà, non c’è pace che tenga. Senza giustizia, libertà e pace sono parole vuote.

É triste osservare il livore di chi cerca di tacitare la pace. Le parole sarcastiche, malevole e rancorose che vengono riservate ai pacifisti, accusati di essere apologeti del Cremlino. Tuttavia, come diceva Alexander Langer, un pacifismo fatto principalmente o esclusivamente di marce e petizioni per chiedere disarmo o condanna di certe aggressioni militari non ha grande credibilità. E – dobbiamo ammetterlo – in queste settimane non abbiamo assistito ad altro.

La necessità del pacifismo

Il pacifismo è una pratica di riconversione economica, di ripensamento dei modelli di sviluppo che portano alla guerra. Si tratta di un processo lungo che agisce prima del rombo dei cannoni. Ma quando le forze della guerra sono soverchianti e precipitano il mondo nel conflitto, le semplici invocazioni alla pace risultano sterili. E qui il pacifismo si trova di fronte al dilemma di che cosa fare. C’è un precedente, quello jugoslavo. Alexander Langer, sempre lui, uno che alla pace ha dedicato la vita, l’impegno politico, e ci è morto in quell’impegno, ebbene Alexander Langer ci ha insegnato a diffidare sia del pacifismo tifoso, sia del pacifismo dogmatico. E mentre Sarajevo sprofondava nell’assedio, Langer era a Cannes a chiedere ai capi di stato di smetterla “con la neutralità tra aggrediti e aggressori”. Non gli diedero ascolto. Ma le sue parole valgono ancora.

Quale pacifismo?

La guerra di aggressione scatenata dai russi contro l’Ucraina ci ha posto tutti davanti a un dilemma. Quando c’è una vittima e c’è un aggressore, come non schierarsi in difesa della vittima? E come difenderla? Chi si proclama contrario all’invio di armi a sostegno della resistenza ucraina, rischia di scivolare in quel “pacifismo dogmatico” che diceva Langer, un’invocazione astratta alla non-violenza. Poiché la pace che deriverebbe da questo atteggiamento sarebbe il risultato della sconfitta ucraina, lasciata sola, e infine assoggettata all’aggressore. Una pace senza libertà e senza giustizia, non è una pace.

Allo stesso modo, coloro che non riescono ad abbandonare posizioni anti-atlantiste, giustamente considerando la NATO foriera di guerre e soprusi, finiscono per cadere in un “pacifismo tifoso” che non riesce a vedere come il ruolo dell’Alleanza atlantica nell’Europa centro-orientale sia diverso da quello svolto in Medio oriente. Occorre considerare il contesto, la storia e i desiderata dei paesi dell’Europa centro-orientale che hanno visto nella NATO una garanzia per la propria indipendenza.

Accade poi che le invocazioni alla pace giungano dai tanti sostenitori di Putin che popolano la politica e i media. Un pacifismo strumentale, un pacifismo di destra, che dice “pace subito” ma intende “resa immediata” degli ucraini. Questi finti pacifisti confondono e disorientano l’opinione pubblica, accusano l’Unione Europea o la NATO per giustificare l’aggressione di Mosca.

Decisamente più astratta appare la posizione di coloro che chiedono la fine immediata del conflitto. Poiché sappiamo bene che i russi non porranno fine alla guerra fino alla resa degli ucraini. Questo approccio ha come conseguenza la resa della vittima. La resistenza ucraina è animata da volontari, arruolati nelle Forze di difesa territoriale, e questo fa della resistenza ucraina una ‘guerra di popolo’ che non intende arrendersi. Come possiamo noi pretendere il contrario? La fine immediata del conflitto non è possibile, e non dipende da noi.

La neutralità impossibile

La via diplomatica è stata percorsa prima della guerra, e non ha avuto successo. La responsabilità del fallimento è di tutti, sia delle cancellerie europee e russa, sia delle opinioni pubbliche, per anni tiepide davanti alle guerre del Cremlino. Sotto le bombe, con un conflitto in corso così doloroso, il percorso è ancora più difficile. E, come si è detto, il Cremlino non farà concessioni finché non sarà costretto a farne. Pretendere che la diplomazia prenda il posto delle bombe è sacrosanto, ma non c’è posto per i negoziati finché non termine l’aggressione russa. Chiedere ai russi di fermarsi è, però, come gridare del deserto.

Un intervento di interposizione dei caschi blu dell’ONU in Ucraina è reso impossibile dal fatto che la richiesta di invio deve essere approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, organo in cui siede la Russia, che ha potere di veto. Questa dovrebbe essere la via da percorrere, e su cui insistere, per far tacere le armi. Ma anche in questo caso, i russi non sembrano disponibili a mediazioni. Che fare?

La guerra dei russi sta già prendendo di mira le popolazioni civili. Dobbiamo rifiutarci di essere complici delle deportazioni mascherate da corridoi umanitari, delle epurazioni nei territori conquistati dai russi, dei rapimenti, delle violenze contro gli inermi. La neutralità è colpevole.

Il prezzo del pacifismo

Armare gli ucraini, sostenendoli in una resistenza che è etica, che è lotta per la propria libertà, è quindi necessario per arrivare a una condizione di equità delle forze in campo tale per cui un cessate-il-fuoco diventi conveniente anche per l’aggressore. Ogni invocazione alla diplomazia prima che tra le parti in conflitto si sia stabilita una certa parità in battaglia, sembra destina a cadere nel vuoto.

Ed ecco che il sostegno militare diventa l’amara via da percorrere. Una via tanto più amara in quanto i governi che la sostengono non sono mossi da intenzioni umanitarie o da valutazioni etiche, ma da logiche e strategie militari e geopolitiche. Lo sappiamo, ma lasciare che gli ucraini vengano fagocitati dalla violenza dei russi, dal loro regime violento, dalla loro dittatura oppressiva, è davvero qualcosa che – in coscienza – possiamo ritenere giusto?

Al sostegno militare si deve associare a un sostegno politico. Il pacifismo dovrebbe pretendere che si garantisca il soccorso alle vittime imprigionate nelle città assediate, che l’aggressione di Mosca venga punita dalla giustizia internazionale, che l’Ucraina venga immediatamente invitata ad aderire all’Unione Europea. Si dovrebbe pretendere una pace che non si limiti al cessate-il-fuoco ma garantisca giustizia e libertà per gli ucraini. Ma su queste cose prevale il silenzio. E il calcolo.

Così le manifestazioni per la pace, nel nostro paese, restano prigioniere della neutralità. E il Cremlino ha gioco facile a intestarsele. La guerra in Ucraina è la dimostrazione che il movimento pacifista è imperativo e deve avere un ruolo. Ma che sia concreto. “Il silenzio incoraggia l’aguzzino, mai il torturato” diceva Elie Wiesel. Dobbiamo uscire dalle vecchie gabbie e misurarci con una realtà nuova e atroce.

Dobbiamo sostenere la resistenza ucraina perché la pace che verrà dalla sconfitta degli ucraini sarà instabile e fragile. e aprirà a una stagione di oppressione. E non ci sarà nessuna pace, allora, perché non c’è pace senza libertà e giustizia. Dobbiamo sostenere la resistenza ucraina. Lo chiedono le macerie di Mariupol, le madri in fuga, i figli straziati. Lo chiedono i corpi insepolti, le membra carbonizzate. Lo chiedono gli uomini soli a combattere un nemico soverchiante. La pace ha un prezzo da pagare. Il prezzo è il sostegno militare a chi viene aggredito.

Foto di Aleksandra Koch, via Pixabay

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra" e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015).

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