Rom d’Europa. Rom di Serbia. Rom senza Stato

I rom d’Europa sono distribuiti prevalentemente nell’area sud-orientale, ma complicato è un preciso censimento: il caso della Serbia

I rom (come comunità in senso plurale) rappresentano la minoranza etnica più grande d’Europa, con una stima di 12 milioni di persone, di cui circa il 60/70% vive in Europa sud-orientale. La situazione in cui versano, con le dovute differenziazioni in base al Paese, mostra in sostanza il fallimento delle politiche europee e le contraddizioni del processo sociale. Complessivamente esclusi dalla Storia europea, si assiste a una serie di strategie simili tra i vari Stati nei confronti dei rom, tutte finalizzate a rappresentarli come stranieri. Escludendoli, marginalizzandoli, razzializzandoli. Il sistema campi, per esempio, è diffuso in tutta Europa in percentuali diverse e rappresenta un interessante caso di segregazione spaziale.

Inoltre, il fatto che si tratti di popolazioni sparse, senza un proprio Stato, quindi senza un’appartenenza territoriale, porta a non considerarle secondo la consueta accezione di minoranza. Da ciò scaturisce la loro frequente esclusione dall’accedere a qualsiasi tipo di diritto, secondo la diffusa convinzione che, “per cultura”, non necessitino di acqua, energia elettrica, fognature, diritto alla sanità e all’istruzione. Sempre più frequenti sono le pratiche di violenza e l’allarmismo nei confronti dei rom, con la loro conseguente securitizzazione, percependoli come una minaccia all’ordine pubblico e alla sicurezza sociale. Come un’emergenza: il discorso securitario aumenta il rischio che vengano etnicizzate e culturalizzate le cause dell’esclusione, della marginalizzazione e del comportamento “anti-sociale”, rafforzandone inevitabilmente la stigmatizzazione.

In aggiunta, avere un quadro preciso, in termini numerici, delle comunità rom è sempre complicato, per una serie di fattori, non ultima la loro riluttanza nel dichiararsi come appartenenti a questa etnia. Per di più, nei Paesi dell’ex Jugoslavia anche lo strumento del censimento ha assunto nel tempo un carattere particolarmente complicato, a causa della gabbia identitaria derivata dalle guerre degli anni ’90: non più semplice aggiornamento demografico e azione di pianificazione sociale, ma una vera e propria questione politica.

In Serbia, potenziale candidato all’UE, l’ultimo censimento risale al 2011. Quello previsto per il 2021 è stato rinviato a ottobre 2022, ufficialmente a causa della pandemia. I dati del 2011 mostrano un fenomeno che ha colpito, in maniera differente, tutte le altre ex Repubbliche: lo spopolamento. Guardando ai precedenti censimenti, del 2002 e del 1991, si contano rispettivamente 7.498.001 e 8.118.917 abitanti. Al 2011 invece 7.186.862 (con un calo, in vent’anni, pari a quasi 1 milione di abitanti) e una recente stima dell’Ufficio Statistico riporta al gennaio 2021 addirittura un’ulteriore riduzione, con un numero di abitanti pari a 6.871.547.

La Serbia è anche il Paese dell’ex Jugoslavia con la comunità rom più numerosa. Secondo il censimento del 2011, la popolazione rom qui ammonterebbe a 147.604 persone, ovvero il 2,05% degli abitanti. I dati del 2002 parlavano di 108.193 rom, mentre quelli del 1991 ne contavano 94.492. Ma in realtà, per tutti i periodi di riferimento, si immaginano numeri molto più alti di quelli ufficiali.
È facilmente visibile che, al contrario dell’andamento relativo ai dati sulla popolazione totale del Paese, guardando a questa specifica etnia si nota un progressivo aumento: i numeri non propriamente coerenti tra popolazione serba complessiva e comunità rom sono da collegare ovviamente alla difficoltà nel predisporre per quest’ultima una definizione numerica univoca, ma anche all’alto tasso di fertilità che la caratterizza (a differenza della popolazione serba) e al consistente trasferimento dei rom dal Kosovo dopo la guerra del 1999.

Secondo un focus dell’Ufficio Statistico della Repubblica di Serbia, l’età media dell’etnia rom è di 28 anni – il che la rende considerevolmente più giovane della popolazione serba (42 anni) – e appare suddivisa in 51% maschi e 49% femmine. Sembra che, dal punto di vista territoriale, le aree da loro occupate prevalentemente siano in Serbia meridionale e orientale, con alcune comunità anche in Serbia occidentale e nel Distretto di Šumadija (Serbia Centrale). Osservando la distribuzione per municipalità, si evince che gli insediamenti rom più numerosi sono registrati a Kostolac (a est di Belgrado sulle rive del Danubio) e a Bojnik e Vranjska Banja (nella parte sud della nazione, nelle vicinanze del confine con il Kosovo). Le condizioni abitative sono spesso drammaticamente precarie, accampati in baracche nelle periferie delle grandi città, pressocché al pari degli altri Paesi europei, in campi-ghetto. Al contempo, da parte del popolo rom di Serbia frequente è il sentimento di sfiducia nelle istituzioni e molto alto il fenomeno di dispersione scolastica: il 78% abbandona la scuola prima dei 14 anni con un’educazione primaria; il 34% è analfabeta; solo lo 0,4% riceve un’educazione superiore.

Purtroppo, nonostante gli sforzi per migliorare la situazione, l’integrazione delle comunità rom continua a risultare di difficile applicazione in Serbia: in generale, dopo il momento di persecuzione conosciuto come porrajmos o samudaripen (che in realtà fondava le sue radici in più antiche discriminazioni e persecuzioni), persiste una marginalizzazione economica e sociale. Pare che solo durante l’epoca socialista i rom di Jugoslavia abbiano vissuto in condizioni decisamente migliori, con la Costituzione del 1974 che ne garantiva (impensabilmente per gli altri rom europei) la partecipazione alla vita politica economica e sociale.

Al giorno d’oggi, invece, rappresentano fondamentalmente quello che Balibar definiva “figura della mancanza: di status, di diritti, di iniziativa e partecipazione alla costruzione della polis, se non accidentalmente e indirettamente”. Nonostante ciò, è possibile una riflessione: considerare i rom come una “minoranza nazionale paneuropea” e – pur senza avere un proprio Stato e pur senza aspirarvi – come una “nazione trans-statuale” nel cuore dell’Europa permette un ripensamento del discorso geopolitico dello Stato-nazione, fuoriuscendo da quella logica territorialistica secondo la quale una storia e una cultura, per esistere, debbano necessariamente nascere in un luogo definito e determinato geograficamente e politicamente.

Foto: Courtesy of The Metropolitan Museum of Art

Chi è Diletta Iervolino

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