BIELORUSSIA: L’indipendenza del 1918, da festa nazionale a simbolo politico

Il 25 marzo di 104 anni fa la Bielorussia si proclama libera: nel 1991 è la festa di tutti, oggi è il giorno dei nemici di Lukashenko

Da festa nazionale a giorno di protesta per eccellenza contro il presidente Lukashenko. Il 25 marzo è una data apicale nella storia della Bielorussia: nel 1918 viene per la prima volta proclamato uno stato indipendente che alza il vessillo bianco e rosso, riportato in auge tra il 1991 e il 1995, ma oggi simbolo dell’opposizione che vuole un paese diverso. L’indipendenza di 104 anni fa è fragile quanto breve. Ma è comunque il seme che fa germogliare una nazione messa più di altre a rischio dal tentativo di russificazione e, paradossalmente, salvaguardata da un intervento del centralismo comunista da Mosca.

Risveglio nazionale e attivismo politico di fine Ottocento

I bielorussi sviluppano più tardi rispetto ad altri popoli slavi una coscienza e ambizioni nazionali. Tra l’altro proprio quando lo zar porta avanti con maggiore forza il tentativo di russificazione dell’impero, nella seconda metà del XIX secolo. A fine Ottocento ad esempio viene fondato dal poeta Janka Lučyna il primo quotidiano in lingua, il Minskij Listok (Bollettino di Minsk); si sviluppa una letteratura ispirata principalmente alla cultura contadina; nascono circoli studenteschi fuori dalla madre patria. La lingua si consolida grazie alla poesia di Francišak Bahuševič e al lavoro di Ivan Daminikavič Lucevič, conosciuto con lo pseudonimo di Janka Kupala, che promuove con successo una forma scritta unitaria del bielorusso calcata sul dialetto di Minsk.

A cavallo tra i due secoli si organizzano i primi partiti politici, a partire dalle sezioni locali di quelli che operano in tutto l’impero, come il Partito operaio socialdemocratico russo, futuro Partito comunista, che si costituisce nel 1898 proprio a Minsk, dove hanno i loro militanti anche il Bund o il Partito socialista rivoluzionario. Nel 1902 vede la luce anche un partito socialista dichiaratamente nazionale, fondato da Ivan Luckievič a San Pietroburgo, la Bielaruskaja sacyjalistyčnaja hramada (Assemblea socialista bielorussa), mentre dall’altro lato viene fondato il Partito democratico cristiano, nazionalista e conservatore.

Nel caos della Grande guerra

La prima effimera indipendenza bielorussa sboccia negli anni della Grande guerra, di cui il paese è uno dei teatri principali. Da qui l’esercito russo invade la Prussia orientale, e qui le truppe zariste vengono in seguito incalzate dalle forze dell’Alleanza. La controffensiva tedesca è accompagnata dall’ipotesi del sostegno a una Bielorussia indipendente dopo la sconfitta della Russia, travolta nel frattempo dalle rivoluzioni del febbraio e dell’ottobre 1917.

Tra le due insurrezioni la Hramada promuove un comitato nazionale con altri partiti e con i rappresentanti di tutte le minoranze etniche e religiose. Nasce così la rada, che si ispira a quanto sta avvenendo nella vicina Ucraina. Per la prima volta “Bielorussia” è il nome ufficiale del territorio che per lo zar, ma anche per i bolscevichi, è solo la “Provincia del Nord-ovest”. A ottobre si accende lo scontro col governo sovietico, non riconosciuto dalla rada, e con i bolscevichi bielorussi che, almeno fino a una scissione dalla Hramada, sono quasi tutti russi.

Il breve sogno di una Bielorussia libera e ambiziosa

Mentre rada e soviet si fronteggiano per imporsi a Minsk, la guerra va avanti. L’8 febbraio i tedeschi piegano le ultime resistenze russe, e Lenin il 3 marzo deve firmare la Pace di Brest con Austria e Germania: un trattato che lascia fuori dal territorio sovietico Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Ucraina e parte della Bielorussa.

In questo contesto il 25 marzo la rada proclama la Repubblica popolare bielorussa, che nella dichiarazione di indipendenza “conferma tutti quei diritti e libertà dei cittadini e dei popoli della Bielorussia che sono stati proclamati dalla carta costituente del 9 marzo 1918”. Capo dello stato è Jan Sierada, all’epoca 39enne insegnante e veterinario originario della regione di Brest, attivista della Hramada che ha da poco lasciato l’esercito zarista.

Le ambizioni territoriali sono chiare: la neonata repubblica rivendica la sovranità su tutti i territori a maggioranza bielorussa da Mahileu a tutta la regione di Minsk, da Horadnia a Vicebsk, come pure su Bielastok oggi polacca o Smolensk ora in Russia, e le zone dei governatorati confinanti abitate da bielorussi. Non viene riconosciuto il Trattato di Brest, e anzi il governo si ripromette di “stabilire relazioni con le parti interessate proponendo loro la revisione di quella parte del Trattato che riguarda la Bielorussia e la firma di trattati di pace con tutti gli stati belligeranti”.

Riconquista bolscevica e riconoscimento da Mosca

Il sogno nazionale dura appena otto mesi: da un lato la Germania viene meno alle promesse di tutela, dall’altro l’Armata rossa riavanza fino a Minsk. Le ambizioni nazionali non rientrano nel programma dei comunisti locali: in pratica, ciò che per lo zar era la russificazione, per i bolscevichi è il superamento delle differenze nazionali tra russi e bielorussi. La sostanza non cambia, e paradossalmente è decisivo il centralismo moscovita per salvaguardare la nazione bielorussa.

Il comitato centrale di Mosca impone infatti, in linea con la politica leninista sulle nazionalità, l’esistenza di una nazione bielorussa, sovrana purché socialista. Le ragioni di questa scelta sono di due ordini: uno strategico, che vorrebbe uno stato cuscinetto tra la Russia socialista e il fronte imperialista; un altro politico per contenere e neutralizzare i nazionalismi borghesi in piena ascesa.

Nasce la Repubblica socialista sovietica bielorussa

Così il 25 dicembre 1918 a Mosca viene proclamata la “Repubblica socialista sovietica bielorussa”. Ma l’indipendenza resta sulla carta e pure per poco: già nel febbraio del 1919 c’è la fusione con la Lituania, fresca di presa da parte dei sovietici. La Bielorussia socialista che durerà fino alla Seconda guerra mondiale viene poi disegnata il 18 marzo 1921, con il Trattato di Riga tra i sovietici e la Polonia, lasciando fuori dagli ipotetici confini nazionali un milione di bielorussi e diverse città rilevanti, tra cui Brest.

I comunisti di Minsk chiedono, senza successo, di compensare questa perdita con la cessione di territori abitati da bielorussi da parte della Rss russa. Per la Bielorussia comincia la “vita sovietica”, fino all’illusorio sogno democratico del 1991 spezzato da Lukashenko anche sulla spinta di rivendicazioni profondamente nazionali. Nel 1995 l’attuale presidente ammaina la bandiera bianca e rossa per rispolverare quella sovietica leggermente modificata. Fino a qualche concessione in occasione del centenario, il 25 marzo resta addirittura una data tabù. Il vessillo del 1918 da simbolo nazionale resta comunque il simbolo politico di chi vuole riprendere il cammino democratico inaugurato dalla rada.

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Immagine: la bandiera bianca e rossa esposta sul parlamento di Minsk nel 1918

Chi è Andrea Rapino

Nato nel 1973 a Lanciano, in Abruzzo, dove vive e lavora come giornalista professionista, si è laureato in Storia a Bologna con una tesi sulla letteratura serba medievale, e ha frequentato la scuola di giornalismo dell'Università di Roma - Tor Vergata. Si occupa di cronaca, sport e cultura per diverse testate locali. Ha iniziato a scrivere per East Journal dal dicembre 2021.

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