NATO

Quella promessa di non allargare la NATO che non ci fu

Secondo la propaganda del Cremlino, trent’anni fa gli Stati Uniti avrebbero promesso all’URSS di non allargare l’Alleanza atlantica ai paesi dell’ex blocco sovietico. Tale promessa non c’è mai stata, Si tratta di una delle tante favole cui molti in Europa hanno voluto credere – giornalisti, accademici, politici – senza mai avere l’onestà di dire che l’unica fonte a sostegno di questa affermazione è il Cremlino.

Non esiste un solo pezzo di carta che dimostri l’esistenza di un simile accordo, non un solo documento che possa suffragare questa ricostruzione. E non c’è da cercare molto. I russi sostengono che una simile promessa sarebbe stata avanzata nel 1990, durante i negoziati per la riunificazione tedesca. Al centro di quei negoziati c’era il ruolo della NATO nel nuovo assetto europeo.

Nel gennaio del 1990, appena tre mesi dopo la caduta del Muro, il presidente del Consiglio della Germania Est, Hans Modrow, e Michail Gorbačëv concordarono a Mosca un piano graduale per la riunificazione tedesca che prevedeva la permanenza della Germania nell’Alleanza Atlantica ma senza la presenza di truppe NATO nei territori orientali. Tale condizione decadde una settimana dopo, quando il segretario di Stato americano, James Baker, ottiene da Gorbačëv il nulla osta per l’ingresso NATO dell’intera Germania riunificata. In quegli incontri, così come nei successivi, non si parlò mai dell’allargamento NATO verso l’Europa orientale. A dirlo è lo stesso Michail Gorbačëv, che allora era a capo dell’Unione Sovietica.

E qui arriviamo a un secondo punto. Nel 1990 l’Unione Sovietica era ancora in piedi, come lo era il Patto di Varsavia. La dissoluzione dell’URSS non era prevedibile né desiderabile da parte delle potenze occidentali. Quale senso avrebbe avuto, da parte di Gorbačëv, discutere di un futuro allargamento NATO verso paesi che ancora erano sotto controllo sovietico? Nessuno, ovviamente. E infatti tale accordo non ci fu.

E quand’anche una simile promessa fosse stata fatta verbalmente, in sede di colloqui, non avrebbe valore sia perché gli accordi verbali non hanno importanza nel diritto internazionale, sia perché nessun paese può determinare le scelte di altre nazioni sovrane. Gli Stati Uniti e l’URSS non avrebbero avuto il diritto di decidere il futuro dei polacchi, dei lettoni, dei cecoslovacchi o degli ungheresi, i quali hanno infatti preso in mano i propri destini decidendo da soli il proprio avvenire.

Quello che non funziona nella retorica del Cremlino, impegnata a diffondere una versione rivisitata della storia recente e passata della Russia, è anzitutto la cronologia. Sappiamo però che il putinismo è da anni impegnato in un revisionismo storico teso a produrre una narrazione falsificata ma funzionale al potere, che si tratti delle origini medievali della Rus’ di Kiev oppure della dissoluzione dell’URSS.

Durante i primi giorni di guerra, all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina, giornali e tabloid si sono prodigati a sventolare un documento che dimostrerebbe che invece una promessa sarebbe stata fatta. A nessuno è venuto in mente che tale documento, misteriosamente venuto alla luce proprio nel momento in cui la Russia stava iniziando una guerra su larga scala, sia stato prodotto dalla cancelleria del Cremlino. 

La disinformazione non si arresta neanche in queste terribili ore. I propagandisti del Cremlino, specialmente nostrani, continuano nella loro opera di mistificazione. Fingendosi critici imparziali, continuano a dare fiato alla propaganda russa. Fingendosi pacifisti, invocano l’immediata resa dell’Ucraina ai diktat di Mosca. Fingendosi equidistanti dalle parti in conflitto, giustificano l’aggressione russa parlando di accordi traditi, responsabilità occidentali e altre menzogne o verità parziali atte a distorcere la verità e polarizzare l’opinione pubblica. Come d’altronde fanno da anni.

Foto Wikimedia Commons, scattata il 12 giugno 1990

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e ISPI. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (EastWest, Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra" e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) entrambi per Quintadicopertina editore (2015).

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