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La guerra in Macedonia, l’ultimo atto di un decennio drammatico

Tanti, se non tutti, ricordano le guerre jugoslave: gli inizi in sordina in Slovenia, i primi spari in Croazia, la drammatica escalation della Bosnia, e infine la guerra del Kosovo e l’intervento della NATO contro la Serbia di Slobodan Milošević. Immagini drammatiche, che associamo a questi paesi e agli anni ’90. In pochi, però, ricordano che quella lunga scia di violenza si concluse solo all’inizio del decennio successivo e in un altro paese ancora, la Macedonia (oggi Macedonia del Nord). Il 12 novembre 2001, l’uccisione in un agguato di tre poliziotti macedoni nel paesino di Treboš, nella Macedonia nord-occidentale, è l’atto conclusivo della guerra macedone, ma anche della catena di violenza iniziata esattamente dieci anni prima. Una guerra atipica, quella macedone, che non è rimasta impressa nelle nostre menti come le altre, ma che di fatto segnò il punto finale delle drammatiche vicende attraversate dalla regione balcanica a partire dal 1991.

Le tensioni

Nel 2000, il nuovo millennio iniziava con la convinzione che, posto fine alla guerra in Kosovo grazie all’intervento americano, la regione balcanica si avviava finalmente ad una fase di pacificazione. In pochi, nella comunità internazionale, si resero conto che in Macedonia una nuova miccia era pronta ad esplodere, quella delle difficili relazioni tra maggioranza macedone e minoranza albanese.

La miccia era passata inosservata perché la Macedonia, a differenza delle altre ex-repubbliche jugoslave, aveva acquisito la propria indipendenza nel 1991 senza spargimenti di sangue. Una tranquillità che nascondeva però una realtà poco conosciuta, la presenza di una cospicua componente albanese (il 23% del totale, nel 1994). Una minoranza esclusa dalla vita istituzionale della Macedonia socialista all’interno della Jugoslavia di Tito, e rimasta ai margini anche nella Macedonia indipendente.

Durante gli anni ’90, le nuove istituzioni macedoni poco fecero per favorire l’integrazione di questa minoranza: agli albanesi era negato l’uso della propria bandiera, il riconoscimento della propria lingua e un’adeguata rappresentanza negli uffici pubblici. Diritti che iniziarono ad essere reclamati da un crescente movimento di protesta, culminato nel 1995 con la proclamazione di un’università in lingua albanese nella città di Tetovo, e nel 1997 con l’esposizione della bandiera albanese sul municipio di Gostivar. In entrambi i casi, la reazione delle autorità fu di tipo repressivo. L’università fu chiusa il giorno successivo dalle forze di polizia, e continuò ad operare in uno stato di illegalità. La bandiera fu rimossa dalle forze speciali, un’azione che degenerò in scontri armati che fecero quattro vittime e 70 feriti.

Il passaggio dalla protesta alla lotta armata fu reso però possibile solo dalla guerra del Kosovo del 1998-1999 e dall’esempio dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK), che mostrò agli albanesi il potenziale di una forza di guerriglia organizzata. Non va dimenticato, inoltre, che tra i principali leader dell’UCK vi erano alcuni albanesi di Macedonia, come Ali Ahmeti, Bardhyl Mahmuti e Fazli Veliu. Forti del successo ottenuto in Kosovo, e alla luce del clima di contrapposizione con le autorità macedoni, diversi esponenti dell’UCK nati in Macedonia iniziarono ad organizzare una forza di guerriglia in grado di sfidare le autorità di Skopje e rivendicare i diritti degli albanesi. Per tutto il 2000, la guerriglia si organizzò nel disinteresse generale.

La guerra

A svegliare una dormiente comunità internazionale ci pensarono i primi spari. Il 22 gennaio 2001, un gruppo di ribelli albanesi attaccò la stazione di polizia a Tearce, vicino Tetovo. Ben presto seguirono altri attacchi in altre zone del paese. Senza nemmeno accorgersene, la Macedonia si ritrovò in guerra.

L’UCK macedone si dimostrò ben presto una forza di guerriglia ben strutturata, che sarebbe cresciuta fino alle 3.000 unità alla fine del conflitto. Attiva soprattutto nella Macedonia nord occidentale, tra Tetovo e Gostivar, istituì il proprio campo base nel villaggio di Shipkovica, sotto l’esperta leadership di Ahmeti. A contrastarla, un esercito che fin da subito mostrò un’evidente debolezza, con l’eccezione delle unità speciali della polizia del Ministero dell’Interno. Le stesse istituzioni macedoni, inoltre, erano divise sul tipo di reazione da adottare: mentre il presidente della Repubblica Boris Trajkovski apriva al dialogo, il primo ministro Ljubčo Georgievski e i falchi al ministero dell’Interno videro nella guerra un’occasione per aumentare il proprio prestigio agli occhi della maggioranza dei macedoni.

Le violenze esplosero a partire da marzo, con scontri a fuoco tra UCK e esercito e polizia macedoni nella città di Tetovo, seguiti dalle violente battaglie a Kumanovo e Aračinovo tra maggio e giugno. A preoccupare il governo, e con lui la comunità internazionale, era la capitale Skopje: un conflitto esploso in città, divisa in quartieri macedoni e albanesi, sarebbe potuto diventare un massacro reciproco difficile da fermare. Ad incendiare ancora di più gli animi, in diverse città nel resto del paese, esplosero violenze ai danni dei cittadini albanesi, divenuti bersaglio della rabbia di molti macedoni.

Nonostante la gravità della situazione, a metà dell’estate, si iniziò a capire che entrambe le parti avevano buone ragioni per raggiungere un compromesso. A differenza che in Kosovo, gli albanesi non avevano dalla loro il sostegno degli americani, che sotto l’amministrazione di George W. Bush non vedevano di buon occhio nuovi stravolgimenti nell’area. Inoltre, se in Kosovo la guerriglia rappresentava la popolazione nettamente maggioritaria, in Macedonia l’UCK era una forza regionale, incapace di agire al di fuori delle aree a maggioranza albanese. Dall’altro lato, anche i falchi macedoni si resero conto che la Macedonia non aveva la forza per reprimere per intero i ribelli, e non poteva permettersi di protrarre la guerra troppo a lungo, date le mire mai sopite dei paesi vicini su parti del suo territorio.

L’accordo di Ohrid 

In questo quadro, la proposta di mediazione presentata dalla comunità internazionale, guidata da Stati Uniti e NATO, aveva le carte in regola per avere successo. L’accordo venne raggiunto nella città di Ohrid l’8 agosto e firmato a Skopje il 13 agosto da parte dei rappresentanti macedoni (di governo e di opposizione) e dai leader politici albanesi, delegati dall’UCK a dare l’ok. Dopo l’accordo, la NATO predispose il dispiegamento di 3500 uomini, dando avvio alla riconsegna delle armi da parte dei ribelli. Un processo non indolore, come dimostrato dagli scontri che continuarono a verificarsi dopo l’estate, ma ormai irreversibile. L’uccisione di tre poliziotti macedoni a Treboš il 12 novembre da parte di un commando ribelle albanese fu l’ultimo atto violento della guerra.

La guerra, durata 10 mesi, non ha un numero esatto di vittime (si parla di 150-250 vittime e circa 140.000 sfollati). Pochi crimini e pochi colpevoli furono perseguiti, con solo una condanna emessa dal Tribunale dell’Aja verso un membro della polizia macedone. Molti leader dell’UCK, tra cui lo stesso Ahmeti, si adattarono rapidamente al nuovo sistema, divenendo attori politici di primo piano.

Diverse sono le opinioni sull’accordo di Ohrid. Secondo alcuni, l’accordo ha premiato la guerriglia, dando ragione all’uso delle armi. Secondo altri, il nuovo sistema incentiverebbe la divisione tra le due etnie, mantenendo una separazione che potrebbe riesplodere in futuro. Sicuramente, l’Accordo di Ohrid ha avuto il merito di porre fine alla violenza e di porre le basi per un nuovo stato, fondato su una maggiore condivisione della cosa pubblica tra le due etnie. Un riconoscimento della natura multietnica della Macedonia, riflesso nelle istituzioni, nell’istruzione, nell’uso della lingua e nella decentralizzazione. Ha garantito la salvaguardia dello stato macedone, in quei mesi di conflitto messa seriamente a rischio, in cambio del riconoscimento di garanzie e di ruoli alla minoranza.

È stato, infine, l’ultimo atto di una guerra poco conosciuta, quella macedone, durata 10 mesi, e l’ultimo di atto di una spirale di violenza che non si può dimenticare, durata 10 anni.

Foto: Wikimedia commons

Chi è Andrea Zambelli

Andrea Zambelli è uno pseudonimo collettivo usato da vari membri della redazione di East Journal.

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