SERBIA: Stella Rossa-Novi Pazar, quando una partita diventa un’orgia fascista

La squadra di pallamano di Novi Pazar si è ritirata dalla massima divisione serba (ARKUS, Superlige Srbije). Nessun ripensamento rispetto alle dichiarazioni rilasciate a caldo nell’immediato post-partita con la Stella Rossa, a Belgrado. La decisione è stata presa all’unanimità dal consiglio di amministrazione della squadra e a darne l’annuncio pubblico è stato Hasan Memic, membro del direttivo, che ha accompagnato la decisione con l’auspicio che “le cose viste a Belgrado non si ripetano più”. Un ritiro che riporta alla memoria l’analoga scelta fatta dalla squadra di calcio del Novi Pazar nel 2017: stessa situazione, stessa conclusione.

I fatti, il loro “perché”

Domenica 10 ottobre a Belgrado si giocava una partita come le altre. L’impianto della Stella Rossa ha una capienza di oltre mille persone, il più grande del paese. Difficile vederlo pieno, ma quel giorno le tribune sono stranamente gremite: stranamente perché la partita non è di quelle di cartello, entrambe le squadre navigano nelle zone basse della classifica, la Stella Rossa è addirittura penultima e non vince un titolo da 15 anni.

Ma il passaparola e il rinserrate i ranghi hanno, evidentemente, funzionato. Quello che conta questa volta, infatti, è altro, non l’incontro in sé ma l’avversario, il Novi Pazar, compagine che rappresenta l’omonima città nel centro-sud della Serbia, che conta poco più di 50 mila abitanti, per la grande maggioranza bosgnacchi. Ed è proprio questo il discrimine, la provenienza etnica della gente di Novi Pazar, gli “odiati” bosgnacchi, gli “odiati” musulmani. Tanto basta per scatenare l’inferno allo stadio: sulle tribune compaiono striscioni inneggianti Ratko Mladic e i sessanta minuti del match sono accompagnati da cori di insulti che richiamano, tra l’altro, Srebrenica e i suoi 8500 morti ammazzati. Una vera e propria orgia fascista, fatta sfogare indisturbata senza che né gli arbitri né la dirigenza locale facessero alcunché per fermarla.

Le reazioni

Nessuno si prende la responsabilità di interrompere la partita, come da regolamento. Non il delegato federale che, più volte sollecitato dalla panchina ospite, afferma di sentire solo canti di incitamento e si limita a far rimuovere lo striscione, nulla di più. Non la dirigenza belgradese che, al contrario, nega e minimizza. E che, l’indomani, dietro parole di solidarietà di pura facciata, trova il modo di sottolineare come la stessa Stella Rossa abbia ricevuto messaggi minacciosi che la intimano a non farsi vedere dalle parti di Novi Pazar. Probabile, anzi certo.

La Federazione, dal canto suo, promette di andare a fondo paventando sanzioni disciplinari e in un comunicato stampa condanna “ogni forma di provocazione, discriminazione e insulto su base nazionale, religiosa e razziale, non solo in occasione di eventi di pallamano e sportivi, ma anche in tutte le sfere della vita sociale”. Un comunicato dal vago sapore cerchiobottista, a voler essere maliziosi; impressione avvalorata dall’inazione nel prevenire quanto accaduto, malgrado le richieste avanzate dalla dirigenza del Novi Pazar nei giorni precedenti. E avvalorata anche dal fatto che nessuno sembra prestarvi troppa attenzione, come dimostrato da un episodio analogo verificatosi domenica scorsa – 17 ottobre – a Banja Luka, dove la squadra ospite, la kosovara Besa Famgas di Peja, è stata insultata con cori razzisti e spregiativi (shiptar) per tutta la durata dell’incontro.

Il legame tossico tra tifoseria, politica e malaffare

I legami tra tifoserie e politica sono acclarati e non sono certo una novità per la Serbia (e nei Balcani in genere), specie nel mondo del calcio. Sono notissimi quelli che hanno collegato i supporter della Stella Rossa e del Partizan di Belgrado alle falangi nazionaliste, così come è concorde il giudizio che descrive gli scontri che si verificarono nel maggio del 1990 a Zagabria tra i tifosi locali della Dinamo e quelli belgradesi come un evento premonitore di quanto sarebbe successo di lì a pochi mesi.

La politica si è spesso avvalsa dello sport per far prevalere i propri interessi di parte o per tutelarli, senza troppo curarsi dal rovistare nel sottobosco degli ambienti vicini alla malavita e al malaffare organizzato. Ultimo esempio, in ordine di tempo, quello che ha coinvolto il presidente della Federcalcio serba, Slaviša Kokeza, costretto a dimettersi dopo che erano emerse sue relazioni “pericolose” con gli ultras del Partizan di Belgrado, gruppo su cui ricadono accuse pesantissime, tra omicidi e traffici di droga.

Il circolo vizioso

È evidente come quanto accaduto a Belgrado sia il riflesso diretto del clima politico che si respira nel paese. La strumentalizzazione dello sport a fini nazionalisti non è altro che lo specchio di una società che fa fatica a fare i conti con sé stessa, col suo recente passato e che, anzi, in quel passato continua a trovare fonte di ispirazione per auto-glorificarsi e alimentare lo scontro infinito. Scontro di cui sono solo pochi a giovarsi – chi il potere ce l’ha e che fa di tutto per tenerselo stretto – e una nazione intera a perderci.

Così come è certo che l’episodio di domenica scorsa altro non è se non l’ennesimo anello di una catena che sembra impossibile da spezzare, un circolo vizioso nauseante. Azioni e reazioni che non risparmiano nessuno, in un invertirsi estenuante di ruoli tra vittime e carnefici (ruolo, quest’ultimo interpretato anche dai sostenitori del Novi Pazar, recentemente, in ambito calcistico). La contrapposizione politica che diventa guerra per bande e che trova nello sport solo il mezzo per manifestarsi in modo tristemente ripetitivo, sempre uguale a se stesso. In questo senso la scelta della dirigenza del Novi Pazar, quel rabbioso “non possiamo rimanere in silenzio” pronunciato da Memic nell’immediatezza dei fatti, appare l’unico modo per mandare un segnale al paese.

E se da una parte c’è lo sconsolato “come facciamo a giocare in questo clima?” che ha il sapore della resa (non solo dello sport, ma di una società intera), dall’altra c’è la coraggiosa scelta del Novi Pazar che si configura come un primo indispensabile tassello per cercare di cambiare le cose.

Nel piccolo di una piccola società del sud del paese. Nel piccolo di uno sport minore come la pallamano. Ma da qualche parte si dovrà pur iniziare, una buona volta.

Foto Klix.ba

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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