La Polonia sul banco degli imputati, scontro decisivo con l’UE?

Lo scontro è arrivato al vertice. Il dibattito sullo Stato di Diritto, tenutosi stamane a Strasburgo, ha visto su fronti opposti il premier polacco Mateusz Morawiecki e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. In gioco non c’è soltanto la questione della giustizia in Polonia ma l’essenza stessa dell’UE dopo che il 7 ottobre scorso il Tribunale costituzionale polacco ha concluso che la costituzione polacca ha il primato sul diritto UE, respingendo di fatto il fondamento giuridico su cui si basa l’Unione europea sin dal 1964.

L’UE ha risposto di non riconoscere la validità di quella sentenza in quanto il Tribunale costituzionale non sarebbe indipendente per via della nomina politica dei giudici praticata dal governo polacco (ne abbiamo parlato qui). Dietro la questione della giustizia in Polonia c’è però la sfida alla supremazia del diritto UE su quelli nazionali. Una supremazia sancita dai trattati firmati dalla stessa Polonia che, oggi, va però stretta al governo polacco, guidato dal partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS), protagonista di molte contestate riforme in ambito giudiziario. Quelle riforme, che hanno minato lo Stato di Diritto in Polonia, sono finite nel mirino dell’UE avviando una disputa che ha portato infine allo scontro di oggi.

Quel pasticcio brutto delle riforme polacche

Quello delle riforme della giustizia in Polonia è un tema intricato, che riguarda varie istituzioni e che non è facile riassumere senza perdersi nei dettagli. In estrema sintesi, al centro della diatriba c’è il Tribunale costituzionale (Trybunał Konstytucyjny, da alcuni chiamato Corte Costituzionale) i cui 15 membri, eletti dal Parlamento, restano in carica per nove anni. Nel 2015, dopo una crisi sulle nomine di cinque nuovi giudici, il governo conservatore ha promosso alcune riforme che hanno portato il Tribunale sotto il controllo dell’esecutivo. Per questo l’UE ritiene che quel tribunale non sia indipendente e, per questo, non ne riconosce le sentenze. Tra le sentenze che non riconosce c’è appunto quella che stabilisce la primazia della costituzione polacca rispetto al diritto europeo.

Tra le riforme promosse dal governo conservatore c’è stata quella del pensionamento forzato di alcuni giudici della Corte Suprema, rimpiazzati da uomini fedeli al PiS. La Corte Suprema agisce, grossomodo, come la Cassazione italiana. I suoi membri sono nominati dal Presidente della Repubblica su indicazione del Consiglio nazionale della magistratura (il nostro CSM insomma). La nomina dei nuovi giudici è quindi toccata ad Andrzej Duda, presidente della Repubblica dal 2015, ed esponente del PiS.

Anche il Consiglio nazionale della magistratura è stato oggetto di riforme. Composto da 25 membri, di cui 10 di espressione politica e 15 eletti dalla magistratura, nomina i giudici nelle diverse corti ed agisce come organo di autogoverno della magistratura. Questi ultimi, però, hanno un incarico “a tempo determinato” e il loro mandato coincide con quello dell’esecutivo, da cui sono influenzati.

Quindi tra Corte Costituzionale artefatta, Corte Suprema sotto controllo e Consiglio della magistratura influenzabile, il sistema giudiziario polacco è in mano al governo conservatore. Ecco perché si dice che lo Stato di Diritto in Polonia è minacciato, e che la giustizia non è indipendente.

Polonia all’angolo?

“Non possiamo permettere e non permetteremo – ha dichiarato stamane Ursula von der Leyen – che i nostri valori comuni siano messi a rischio. La Commissione agirà e le opzioni sono tutte note. La prima opzione è la procedura d’infrazione per impugnare legalmente la sentenza del Tribunale costituzionale polacco. Un’altra opzione è il meccanismo di condizionalità e altri strumenti finanziari”. Insomma, l’UE intende mettere all’angolo la Polonia finché il governo, isolato e senza fondi, non si decida a una marcia indietro o venga bocciato alle urne.

D’altro canto è difficile immaginare che il governo polacco, dopo aver cercato lo scontro con ogni mezzo, ceda proprio adesso. E se mancano ancora due anni alle elezioni politiche di ottobre 2023, il PiS non può dormire sonni tranquilli: già l’anno scorso il suo presidente Andrzej Duda ha rischiato di mancare la rielezione, e il ritorno alla politica nazionale dell’ex Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk potrebbe rinvigorire l’opposizione mettendo l’Europa al centro del dibattito politico.

Il nodo al pettine

Tuttavia, quello della sovranità nazionale è un tema che va ben oltre la questione polacca. In gioco c’è l’essenza dell’Unione. La cessione di sovranità all’Unione è regolata dai trattati, ma i trattati sono pezzi di carta che valgono finché c’è un consenso pubblico a sostenerli. Al momento solo i partiti cosiddetti “sovranisti” sembrano voler rimettere in discussione la questione della sovranità nazionale. Ma se Varsavia è stata la prima a sfidare l’UE, altri potrebbero seguirla. “Le competenze della Ue hanno dei limiti, non si può più tacere, diciamo no al centralismo europeo” ha dichiarato stamane il premier polacco Morawiecki. Il nodo è al pettine. E rimettere la Polonia al proprio posto potrebbe non bastare a districarlo.

Immagine fonte ANSA

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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