RUSSIA: Nobel a Dmitrij Muratov, c’è chi dice no

All’indomani dell’assegnazione del premio Nobel per la pace a Dmitrij Muratov, caporedattore di Novaja Gazeta, si è scatenato un dibattito piuttosto acceso in merito, animato da giornalisti, attivisti e politici.

Per molti, inclusi altri giornalisti, esponenti di ONG per i diritti umani, o semplici cittadini, il Nobel a Muratov è un premio per quel segmento del giornalismo russo che si è impegnato nella protezione dei diritti umani e, soprattutto, nella protezione del diritto alla libertà di parola, durante gli anni post-sovietici. Muratov stesso, d’altronde, ha dedicato il premio ai sei colleghi di Novaja Gazeta che sono stati uccisi tra il 2000 e il 2009 e ha anche speso parole di solidarietà con tutti giornalisti che oggigiorno sono vittime di pressioni e repressioni, legate in particolare a leggi particolarmente ostili, come quella sugli “agenti stranieri”.

Tuttavia, alcune domande vengono poste da chi con questo premio non è d’accordo. Niente di strano, verrebbe da dire: se quanto scritto sopra è vero, Muratov nel paese deve essersi fatto diversi nemici, tra politici, oligarchi e altre persone vicine al Cremlino. Tuttavia, gli attacchi, quelli meno scontati e forse più dolorosi, arrivano anche da un’altra parte, cioè da giornalisti, politici e attivisti dell’opposizione.

“Perché non a Naval’nyj?”

In molti avrebbero voluto che il premio andasse ad Aleksej Naval’nyj, politico dell’opposizione, blogger e fondatore del Fond za borba korrupcij (Fondazione per la lotta alla corruzione), anche lui tra i candidati al Nobel. Da febbraio, Naval’nyj si trova in prigione dopo una sentenza discutibile e dal sapore prettamente politico. I suoi sostenitori ritenevano giusto che questo premio andasse a lui e che il riconoscimento avrebbe aiutato la posizione del noto oppositore.

Mentre alcuni hanno espresso pacatamente questo pensiero, allo stesso tempo congratulandosi con Muratov e riconoscendone il merito, parole dure sono arrivate da altri sostenitori di Naval’nyj. Come il suo braccio destro, Leonid Volkov, che in un tweet ha citato direttamente una frase di Muratov, sorta in una recente disputa tra i due uomini: “Come campione della libertà umana, certamente sostengo il tuo inalienabile diritto a vomitare”. È così che Muratov aveva concluso una recente lettera aperta a Volkov, dopo un’accesa discussione tra i due sul voto elettronico alle recenti elezioni parlamentari, durante la quale il collaboratore di Naval’nyj aveva trovato alcune affermazioni di Muratov “vomitevoli”.

Riprendendo questa frase di Muratov – certamente criptica per chi non ne conosce l’origine – Volkov ha voluto esprimere lo stato d’animo dei sostenitori di Naval’nyj: delusione o, piuttosto, indignazione.

Sotto il tweet di Volkov si è scatenato il dibattito. C’è chi dice che Muratov non avrebbe fatto niente di speciale: “Per 20 anni ha solo documentato gli omicidi dei suoi giornalisti, senza subire alcun danno personale. Ci vuole coraggio e un altro nome e cognome, ma quella persona giace in prigione”.

Altri, invece, lo difendono: “avrebbe potuto condurre un talk show su Russia 1 [canale statale, ndr] molto tempo fa per milioni di dollari e invece continua ad essere il caporedattore di uno dei giornali più importanti del paese”. Il messaggio che passa, leggendo alcuni commenti dei sostenitori più infervorati di Naval’nyj, è piuttosto triste: Muratov non merita il Nobel, perché non è stato ammazzato, né tantomeno avvelenato.

Lo stesso Volkov, forse avvertito che un tweet del genere non avrebbe portato a nulla di buono, ha successivamente rimediato con una dichiarazione più equilibrata sulla sua pagina Facebook.

Andrej Kolesnikov, in una analisi su Carnegie Moscow, risponde alla domanda sul perché il premio non sia stato assegnato ad Aleksej Naval’nyj, affermando che proprio un certo tipo di stampa, inclusa Novaja Gazeta, impedisce al caso dello stesso Naval’nyj di finire nell’oblio.

“Chi protegge Novaja Gazeta?”

Per alcuni, il giornale sarebbe “ben protetto dall’alto” e la posizione del suo caporedattore sarebbe “ambigua”. Questo sarebbe il motivo per cui il giornale non è (ancora) stato inserito nell’infamante lista degli agenti stranieri, la quale – ricordiamo ancora una volta – include le organizzazioni, i mezzi di informazione e da poco anche gli individui che ricevono finanziamenti dall’estero e intraprendono nel paese attività “politiche” (termine dalla connotazione volutamente ambigua). La lista, ad oggi, include 29 mezzi di informazione e 56 individui, tra cui giornalisti che collaborano, a loro volta, con media riconosciuti come “agenti stranieri”, ma anche singoli attivisti.

Alla base di queste affermazioni, che dipingono Muratov più vicino al Cremlino di quanto si creda, ci sono i presunti legami di Novaja Gazeta con Sergej Čemezov, uomo influente, a capo della società statale Rostech e vicino al presidente Vladimir Putin. Čemezov non finanzierebbe direttamente Novaja, ma lo farebbe attraverso Sergej Adonyev, l’ex co-proprietario della compagnia telefonica  Jota. Mentre Muratov non ha mai nascosto il sostegno di Adonyev al giornale, ha sempre negato i legami con Čemezov.

In un recente articolo, il giornalista Leonid Beršidskij ha definito il riconoscimento “Un Nobel per un compromesso” e ha aggiunto che “c’è una ragione per cui il Cremlino si è congratulato con Dmitrij Muratov per il suo premio.”

Il fatto che Muratov goda di una certa autorevolezza anche tra gli esponenti dei piani alti è un dato di fatto. Quando, nel 2019, il giornalista di Meduza Ivan Golunov venne arrestato con false accuse di detenzione di droga, i maggiori esponenti dei media del paese ci misero la faccia e si batterono affinché Golunov venisse rilasciato. Tra loro c’era anche Dmitrij Muratov. Quando il giornalista di Novaja Gazeta Ali Feruz, apertamente omosessuale, è stato colpito dalla minaccia di essere deportato in Uzbekistan – suo paese di origine, dove l’omosessualità è illegale – Muratov è pubblicamente intervenuto in difesa di Feruz, che successivamente ha lasciato la Russia per la  Germania.

Secondo Andrej Kolesnikov, “ci sono due persone che le autorità rispettano seriamente e quindi non toccano per ora. Sono Muratov e il caporedattore di Echo Moskvy, Alexej Venediktov“. Muratov, certamente, ha un peso. Tuttavia, il suo peso non ha impedito che, negli anni, sei tra giornalisti e collaboratori di Novaja venissero uccisi, o che, fino ai tempi più recenti, il giornale subisse intimidazioni.

Muratov avrebbe votato Naval’nyj

Muratov ha dichiarato che lui stesso pensava che il premio andasse – e giustamente, secondo il suo punto di vista – ad Aleksej Naval’nyj. Tuttavia, ha anche dichiarato che i veri vincitori del premio sono i colleghi di Novaja Gazeta che non ci sono più, uccisi negli anni tra il 2000 e il 2009: Igor’ Domnikov, Jurij Ščekočichin, Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Anastasija Baburova e Natal’ja Estemirova. Il Nobel, infatti, sarebbe stato consegnato a lui, perché il premio non può essere assegnato post-mortem.

Se questo fosse stato il ragionamento dell’Accademia, il premio avrebbe un significato simbolico enorme, essendo arrivato esattamente quindici anni dopo l’omicidio di Anna Politkovskaja. Ma è anche bello pensare che il giornalismo non abbia sempre bisogno di martiri e che Muratov, come rappresentante della sua categoria, lo abbia meritato, pur non avendo subito un tentato omicidio. Requisito non necessario (e non sufficiente) per meritare un Nobel.

FOTO: Aleksandr Kazakov—Kommersant/POLARIS

Chi è Maria Baldovin

Nata a Ivrea (TO) nel 1991, laureata in lingue e in studi sull’Est Europa. Per East Journal scrive prevalentemente di Russia, ma si interessa anche di tematiche transnazionali, come politiche di memoria e questioni di genere. È co-autrice del programma radiofonico "Kiosk" di Radio Beckwith e socia di "Memorial Italia".

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