RUSSIA: Ora la lotta all’attivismo femminista e LGBT si combatte sui social

“Prigioniera politica dal 2019”. Così si definisce nel suo profilo Facebook Yulija Tsvetkova, attivista femminista e LGBT di Komsomol’sk-na-Amure, estremo oriente russo. È infatti da ormai un anno che Yulija si scontra con continui problemi legali: il più grave risale allo scorso novembre, quando è stata condannata agli arresti domiciliari per diffusione di materiale pornografico sul gruppo “I monologhi della vagina”, da lei gestito sul social network VKontakte. Il 16 marzo 2020 la condanna è stata commutata a obbligo di dimora – una “nostra piccola vittoria”, come l’ha definita lei stessa.

Attivismo locale e online

La storia di Yulija è fatta di attivismo locale e di dedizione alla comunità della sua città natale. Dopo aver studiato a Londra e a Mosca, Yulija era infatti tornata a Komsomol’sk-na-Amure, dove dirigeva il teatro per ragazzi “Merak”. Un teatro che si autodefiniva “attivista” e che infatti non aveva tardato ad avere problemi con le autorità locali: lo spettacolo sugli stereotipi di genere “Rosa e azzurri” era infatti stato sospettato di fare “propaganda gay”, secondo la criticata legge omonima. Il contenuto dello spettacolo era stato controllato dalla polizia e Yulija e i suoi colleghi sottoposti a interrogatorio. In seguito, Yulija era stata interrogata nuovamente riguardo a un suo altro progetto artistico, “Le donne non sono bambole”, una serie di disegni a tema body-positivity che, secondo la polizia, sarebbero stati “pornografici” e avrebbero “corrotto” i ragazzi del teatro “Merak”. Le continue intromissioni della polizia non avevano però fermato né Yulija né il teatro, e “Rosa e azzurri” aveva continuato ad andare in scena.

Oltre alla sua attività con “Merak”, Yulija gestiva anche una serie di gruppi femministi e LGBT su VKontakte, il social network più popolare in Russia. Tra questi, il gruppo “I monologhi della vagina” aveva attirato l’attenzione delle autorità locali. Qui Yulija pubblicava disegni e illustrazioni astratte raffiguranti vulve e vagine, con l’intento di “combattere i tabù sulla fisiologia femminile”. È proprio per queste illustrazioni che Yulija è stata condannata a novembre per diffusione di materiale pornografico, reato punibile fino a sei anni di reclusione.

Una settimana dopo, Yulija è stata accusata nuovamente di “propaganda gay” per altri due gruppi che gestiva su VKontakte, uno a tema femminista e uno dedicato alla comunità LGBT, ricevendo una multa di 50.000 rubli (circa 580 euro). L’ultima accusa risale a gennaio 2020, quando a Yulija è stato fatto un verbale per aver postato sul suo profilo un disegno (che riportiamo come immagine dell’articolo), raffigurante due famiglie LGBT con la scritta “La famiglia è dove c’è l’amore. Sostenete le famiglie LGBT+”.

Nuovi strumenti di repressione

Non sono mancate in tutta la Russia azioni a sostegno di Yulija, da manifestazioni a flashmob. Molti ritengono infatti che le accuse nei suoi confronti siano infondate, e che abbiano come vero obiettivo quello di mettere a tacere non solo Yulija, ma tutti gli attivisti per i diritti delle donne e della comunità LGBT. Entrambi i reati di cui Yulija è stata accusata, propaganda dell’omosessualità e diffusione di materiale pornografico, sono infatti spesso usati in Russia per mettere a tacere gli attivisti politici. In particolare, la legge contro la “propaganda dell’omosessualità viene regolarmente impiegata per controllare e punire attivisti LGBT, ed è per questo stata fortemente criticata a livello internazionale sin dalla sua introduzione nel 2013. Quella contro alla diffusione di materiale pornografico è stata usata per requisire i computer anche di chi è attivo in tutt’altro campo, come gli ambientalisti contro la discarica di Shiyes.

Se la repressione dell’attivismo femminista e LGBT non è una novità in Russia, sembra però che ora i social media ne siano il nuovo campo di battaglia. Il caso di Yulija non è il solo: in ottobre, il tribunale di San Pietroburgo ha ordinato di bloccare i due più grandi gruppi LGBT su VKontakte, che contano quasi 200.000 iscritti. Anche chi è semplicemente iscritto a gruppi LGBT o femministi è a rischio: alcuni iscritti a “I monologhi della vagina” sono infatti stati sottoposti a interrogatorio, mentre in settembre uno studente dell’università di Ekaterinburg ha rischiato l’espulsione perché iscritto a un gruppo della comunità LGBT della città.

La lotta per la famiglia tradizionale

Dietro agli attacchi da parte delle forze dell’ordine alle community online sia femministe che LGBT c’è lo stesso tentativo di difendere i cosiddetti “valori tradizionali”, uno dei capisaldi ideologici del governo di Putin. Al centro di questi valori, conservatori e anti-liberali, c’è la famiglia tradizionale, di cui idee sia femministe che pro-LGBT rappresentano il nemico naturale. Non solo: femminismo e diritti LGBT sono visti in Russia come valori dell’Occidente, della “Gheiropa”, liberale e depravata, l’antitesi di una Russia tradizionale, conservatrice e ortodossa. Una dicotomia su cui si basa e alimenta molto dell’ideologia politica della Russia putiniana.

Per preservare i valori tradizionali, il governo ha creato una serie di strumenti ad hoc, in primis la legge contro la propaganda dell’omosessualità, che vengono poi usati dalle autorità a livello locale per mettere a tacere qualsiasi forma di attivismo scomodo. Visti i casi recenti di persecuzione sia di chi fa, che di chi fruisce di contenuti online dedicati, internet e i social media sembrano essere diventati l’ultima frontiera di questa battaglia.

A causa sia della situazione legale che di stigma a livello sociale, in Russia temi come femminismo e diritti LGBT sono largamente assenti da qualsiasi discorso pubblico. In questo contesto, internet e i social media sono l’unico luogo sicuro in cui incontrarsi e confrontarsi su questi temi – un luogo che diventa dunque fondamentale soprattutto per i giovani LGBT, soprattutto nell’isolata provincia russa. Ed è proprio per loro che persone come Yulija, in posti come Komsomol’sk-na-Amure, continuano la propria attività, nonostante tutto.

Foto: hrw.org

Chi è Martina Bergamaschi

Laureata in Interdiscilplinary Research and Studies on Eastern Europe all'Università di Bologna, adesso lavora nel campo della cooperazione internazionale. Per East Journal scrive soprattutto di Russia, dove ha vissuto per due anni tra Mosca, San Pietroburgo e Kirov.

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