Ivo Andrić: Anche gli introversi litigano con il mondo


Litigando con il mondo

di Ivo Andrić

traduzione di Alice Parmeggiani

pp. 192

Bottega Errante Edizioni, 2021

Euro 17

 

Basta solo nascere in questo mondo e aprire gli occhi, e non ha limiti ciò che a un uomo può accadere.

Ivo Andrić è conosciuto dal grande pubblico soprattutto in quanto epico cantore dei destini e avvenimenti storici che hanno scandito le epoche della sua terra natale, la Bosnia. Accanto alle opere più celebri come Il ponte sulla Drina e La cronaca di Travnik, lo scrittore e diplomatico jugoslavo ha composto anche una sterminata quantità di versi, poesie in prosa, novelle e racconti. Dopo la raccolta In volo sopra il mare (2017) e il romanzo breve La vita di Isidor Katanić (2020), il sempre più sostanzioso catalogo della friulana Bottega Errante si arricchisce di un altro titolo firmato dal premio Nobel 1961.

Pubblicato lo scorso febbraio, Litigando con il mondo comprende sette racconti all’apparenza atipici, ma che in realtà coniugano perfettamente talento e intensità narrativa di Andrić con la sua nota indole riservata e schiva. Al centro delle vicende c’è infatti una serie di introversi, colti al valico tra infanzia e adolescenza; un ventaglio di ragazzini la cui natura taciturna e riflessiva non preserva dal conflitto con l’indecifrabile mondo degli adulti, ma anzi ne accentua ancora di più l’aspetto traumatico. Lo scontro tra l’universo esteriore e quello interiore vanno di pari passo, scuotendo le giovani anime con la violenza di “un’esplosione di polvere da sparo”, in modo improvviso e irreversibile.

Erano le ore del crepuscolo, erano gli anni tormentosi e ingrati dei primi dolori giovanili e delle goffaggini di quella generazione di studenti. I pensieri prorompevano, senza ordine, accompagnati da ricordi d’infanzia e da confuse premonizioni di un futuro ancora incerto.

Composti tra il 1936 e il 1960, gli episodi sono ambientati tra Višegrad e Sarajevo, le due città che hanno fatto da sfondo alla “fanciullezza” dell’autore. Nella prima Andrić trascorre l’infanzia, a casa della zia materna Ana, che lo cresce come fosse suo figlio. All’età di dieci anni si trasferisce nella capitale bosniaca per frequentare un prestigioso ginnasio, grazie all’ottenimento di una borsa di studio. La profonda e polifonica multiculturalità di entrambi i centri lo affascina a tal punto da diventare una delle sue principali fonti d’ispirazione; il periodo a Višegrad verrà ricordato come il più bello della propria esistenza, mentre l’epoca sarajevese è segnata dalle difficoltà negli studi.

Andrić attinge a piene mani dalla sua giovinezza per creare quelli che Božidar Stanišić definisce “racconti con un’etichetta ingannevole”, poiché nonostante il tema non sono testi destinati ai piccoli lettori. La voce narrante che riecheggia dalle pagine è adulta, matura e amara. Non è la prima volta che lo scrittore si nasconde in maniera più o meno palese tra le sue stesse righe e figure, basti pensare a Isidor Katanić, anagramma di isti kao Andrić, “identico ad Andrić”. Analogamente, i pensosi protagonisti in questione sono le sfaccettature di un unico prisma, tanti Andrić alle prese con il “rovescio cupo e freddo del mondo”, “l’onnipotenza dell’ingiustizia” e “uno sconosciuto dolore di bambino”.

Si tratta di quegli episodi minimi, invisibili ma fatali, che non di rado spezzano le anime di quei piccoli uomini che chiamiamo bambini, e che gli adulti, assorti nelle loro preoccupazioni, hanno già superato facilmente o non hanno affatto notato.

È la “passione per il mondo” che fa scontrare Lazar, Marko e Petar con l’ambiente circostante, il quale alle prime avvisaglie dell’adolescenza perde di colpo quell’alone familiare, diventando incomprensibile. Attraverso lo sguardo dei suoi personaggi persi tra “il mondo dei libri” e la loro fervida immaginazione, “bramosi di tutto”, Andrić riconduce il lettore verso quegli irripetibili momenti cruciali, riti di passaggio mai conformi e presto dimenticati eppure quasi sempre determinanti per la vita avvenire. Andrić torna a scrivere sul tema a più riprese, durante tutta la sua brillante carriera, come in un’incessante ricerca di sé.

La sua penna estremamente acuta e meticolosa alterna metafore e paragoni sorprendenti a un linguaggio intenso e diretto, un distillato di realismo. In epigrafe al racconto Il libro colloca una citazione dallo Zibaldone di Giacomo Leopardi, per la meraviglia del pubblico italiano. E si potrebbe scomodare pure un altro grande poeta e prosatore nostrano, che in una sola strofa sintetizza perfettamente i litigi col mondo orditi da Andrić:

Stupefatto del mondo mi giunse un’età
che tiravo dei pugni nell’aria e piangevo da solo.
Ascoltare i discorsi di uomini e donne
non sapendo rispondere, è poca allegria.
Ma anche questa è passata: non sono più solo
e, se non so rispondere, so farne a meno.
Ho trovato compagni trovando me stesso.
(Cesare Pavese, “Antenati”  – dalla raccolta “Lavorare stanca”, 1936)

foto: Stevan Kragujević/Wikipedia

Chi è Giorgia Spadoni

Marchigiana con un debole per le lingue slave, bibliofila e assidua frequentatrice di teatri e cinema. Laureata al Dipartimento di Interpretazione e Traduzione di Forlì, la sua incessante curiosità l'ha portata a vivere in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, che è riuscita a strapparle un pezzo di cuore. Nel 2018 ha vinto il premio di traduzione "Leonardo Pampuri", indetto dall'Associazione Bulgaria-Italia. Da gennaio 2020 continua a scrutare oltrecortina per East Journal, raccontando frammenti di cultura est-europea, storia e attualità bulgara.

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