REP. CECA: Doppio cartellino rosso nella squadra di governo

Doppia espulsione dal governo ceco nel giro di nemmeno una settimana. Questo, calcisticamente parlando, il risultato imposto a distanza di pochi giorni dal premier ceco Andrej Babiš che, il 7 aprile, ha silurato il ministro della Salute Jan Blatný, per poi procedere, dopo solo 5 giorni, all’estromissione dalla compagine governativa del ministro degli Esteri Tomáš Petříček. Con questa mossa Babiš si è liberato in un colpo solo di due ministri scomodi per i suoi progetti e, verrebbe quasi da dire, ha preso due piccioni con una fava. I due piccioni, entrambi appetitosi, sono, in ambito covid, l’apertura della strada all’adozione in Repubblica ceca del vaccino russo Sputnik-V e, in ambito geopolitico, l’inclusione dell’agenzia russa per l’energia atomica Rosatom tra i candidati al grande appalto per l’ampliamento della centrale nucleare ceca di Dukovany. di cui abbiamo scritto in novembre e in dicembre.

Una poltrona da ministro val bene un vaccino non approvato

La colpa di Jan Blatný, precedentemente all’incarico politico primario a Brno, infatti, è stata semplicemente quella di aver insistito fino all’ultimo affinché l’eventuale adozione del vaccino Sputnik-V fosse regolarmente approvata dall’EMA, l’agenzia europea per i medicinali.

Dello Sputnik-V, come noto, si parla in tutta Europa viste le notevoli difficoltà ad ottenere le forniture promesse dai produttori già approvati, ma oggi è in uso soltanto in Ungheria mentre nella vicina Slovacchia l’acquisto frettoloso dello Sputnik-V, tra le altre cose, è costato la comoda poltrona di primo ministro, all’ex premier Igor Matovič, adesso riciclato come ministro delle Finanze nel nuovo governo di Eduard Heger, sempre di OL’ANO, il partito di Matovič.

Dei due milioni di vaccini Sputnik-V ordinati ne sono arrivati per il momento mezzo milione ma attualmente giacciono inutilizzati nei magazzini in quanto la corrispettiva slovacca dell’EMA ha scoperto che il lotto di medicinali ricevuto non è identico a quello oggetto del celebre articolo del Lancet che ne confermava un’efficacia del 91,6%, né tantomeno a quello attualmente sotto scrutinio da parte dell’EMA.

Petr Arenberger, il nuovo ministro della Salute ceco, per inciso già il quarto dall’inizio della pandemia, sembra esser stato nominato col preciso intento di spianare la strada allo Sputnik-V. Arenberger, dermatologo specializzato e direttore di un importante policlinico praghese, si è detto aperto all’idea di non aspettare il verdetto dell’EMA e di concedere, nell’ambito di un ipotetico studio clinico, quella deroga che Blatný si era rifiutato di approvare.

A dissipare eventuali altri dubbi il viaggio a Mosca, annunciato dal vicepremier, nonché ministro degli Interni, Jan Hamáček, proprio per trattare l’acquisto del vaccino russo, esportato sì in 37 paesi del mondo ma, paradossalmente, sviluppato e prodotto in un paese dove solo il 5% della popolazione è stata vaccinata.

Verdetto: euroatlantista recidivo

Anche Tomáš Petříček si è ripetutamente espresso contro qualsiasi deroga nazionale all’approvazione dell’EMA, ma non è stato  certo questo a costargli la poltrona di ministro degli Esteri. Da tempo Petříček rappresentava una spina nel fianco nell’orientamento sinorussofilo del presidente Miloš Zeman, che non ha mai nascosto il suo forte disappunto per le nette posizioni euroatlantiste del giovane ministro (che l’autore di questo articolo ebbe l’occasione di intervistare insieme al Corriere della Sera nell’ambito del progetto 100 Giorni in Europa), e che, per citare un esempio, non esitò a visitare il porto ucraino di Mariupol, affacciato sul Mar d’Azov, non lontano dal confine dove è in corso il conflitto tra le forze nazionali ucraine e separatiste, per confermare l’appoggio della Repubblica Ceca all’indipendenza e alla sovranità dell’Ucraina.

Ma soprattutto Petříček era un fastidioso bastone tra le ruote del carro sul quale Zeman e i suoi fedelissimi vorrebbero portare l’appalto per l’ampliamento della centrale nucleare di Dukovany nelle mani del Cremlino, via Rosatom. L’ex ministro, infatti, non ha mai abbassato la guardia richiamando sempre l’attenzione sulle relazioni, pubbliche e non, del servizio di intelligence ceco BIS che da anni parla di un concreto rischio securitario che la Repubblica Ceca potrebbe correre se assegnasse l’enorme appalto (6 mld di Euro).

Ma nonostante le pressioni di Zeman e l’elezione diretta di quest’ultimo, la Repubblica Ceca non è una repubblica presidenziale e la politica estera rimane prerogativa esclusiva del governo, segnatamente del premier e del ministro degli Esteri. A differenza di Blatný, però, durato solo 5 mesi, di Petříček (che raramente ha potuto beneficiare dell’appoggio esplicito di Babiš) stupisce semmai sia durato in carica ben due anni e mezzo. Non poco considerata la costellazione tenacemente ostile del governo in cui ha operato come ministro. In quota socialdemocratici, Petříček, all’interno del ČSSD uno dei rappresentanti più stimati e in vista della corrente progressista e liberale, si è recentemente candidato alla guida del partito. Corsa nel congresso tenutosi digitalmente che, però, ha perso a favore del riconfermato segretario Hamáček. Sventato il pericolo di una sua scalata ai vertici del partito, evidentemente nulla ostava più a una sua improvvida e improvvisa defenestrazione in perfetto stile praghese.

Così è, o meglio era, se vi pare

Questo, almeno, era il quadro della situazione prima di sabato scorso. Nella tarda serata di sabato 17 aprile, infatti, in una concitata e seguitissima conferenza stampa speciale, il premier ceco e il vicepremier, nonché ministro degli Interni, Jan Hamáček hanno annunciato a sorpresa l’espulsione di ben 20 diplomatici dell’ambasciata russa di Praga a seguito delle prove, apparentemente incontrovertibili, secondo cui l’enorme esplosione del deposito di munizioni di Vrbetice, che nell’autunno del 2014 costò la vita a due cittadini cechi, sarebbe imputabile al servizio di intelligence militare russo GRU.

Tutto ciò, tuttavia, vale solo fino al prossimo aggiornamento sulla situazione che è in costante e rapido sviluppo. Di certo, una virata talmente repentina e netta nei rapporti bilaterali tra Repubblica Ceca e Russia non si era ancora mai vista dalla caduta del Muro di Berlino.

Foto di Petr Zewlakk Vravec: 25mila croci in Piazza della Città Vecchia a Praga per ricordare le vittime della pandemia 

Chi è Andreas Pieralli

Pubblicista e traduttore freelance bilingue italo-ceco. Laureato in Scienze Politiche a Firenze, vive e lavora a Praga. Si interessa e scrive di politica, storia e società dell’Europa centrale. Coordina e dirige il progetto per un Giardino dei Giusti a Praga.

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