TURCHIA: Il “turco” bussa alle porte del Caucaso

Negli ultimi anni, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha perseguito una politica estera sempre più aggressiva verso le regioni circostanti. Non solo il Medio Oriente, la Libia, il Mediterraneo orientale, l’influenza turca si è fatta sempre più presente anche verso l’oriente più prossimo, il Caucaso meridionale. Il ruolo di prim’ordine ricoperto dalla Turchia nella vittoria di Baku nell’ultimo conflitto nel Nagorno-Karabakh ne è la riprova ed ha riaperto uno spazio geopolitico (e geo-economico) a lungo atteso dal “sultano” di Ankara.

Cenni storici

Le relazioni tra Turchia, Georgia e Azerbaigian risalgono alla firma del Trattato di Kars nell’ottobre 1921 tra la neonata Repubblica Turca e l’Unione Sovietica. Questo fu un avvenimento cruciale che mise fine a un periodo di disordini e di conflitti etnici legati alla dissoluzione della Repubblica Federativa Transcaucasica e la formazione di stati-nazione nella regione, che furono reintegrati nella Russia bolscevica tra il 1920 e il 1921. Dunque, il Trattato di Kars stabilì formalmente il confine sovietico-turco: la repubblica di Ataturk ottenne le province di Ardahan, Kars e Igdir, trasferendo l’Adjara alla Georgia sovietica.

Con il crollo dell’Unione Sovietica, la Turchia fu il primo paese al mondo a riconoscere l’indipendenza della risorta repubblica dell’Azerbaigian nell’agosto 1991, mentre nel corso dell’anno successivo Ankara stabilì ufficialmente rapporti diplomatici con la Georgia e l’Azerbaigian con la firma di due accordi di amicizia, cooperazione e buon vicinato, pilastri di un asse tra i tre paesi che iniziava ad emergere già negli anni Novanta. Seppure la Turchia sia stata tra i primi paesi a riconoscere l’indipendenza dell’Armenia nel 1991, gli eventi della prima guerra del Nagorno-Karabakh nei primi anni Novanta hanno interrotto qualsiasi rapporto diplomatico fra i due paesi. Nel corso degli ultimi trent’anni, l’unico tentativo di ricucire i rapporti fra Ankara e Erevan si è avuto nel 2008, per quella che passò alla storia come la “diplomazia del calcio“: nel corso delle partite fra Armenia e Turchia per la qualificazione ai mondiali in Sudafrica 2010, gli allora presidenti dei due paesi diedero il via ad una serie di consultazioni nel tentativo di ristabilire le reciproche relazioni diplomatiche.

Il fallimento di quel processo ha inevitabilmente rimarcato l’isolamento di Erevan dal sistema di cooperazione regionale, in cui Tbilisi ha potuto affermarsi come perno fondamentale nei rapporti fra Baku e Ankara. Nel 2012, la Dichiarazione di Trebisonda ha ufficialmente formalizzato un asse energetico-logistico tra Ankara, Tbilisi e Baku che vede tra i suoi principali asset l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, il South Gas Pipeline come segmento primario del Corridorio meridionale e la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars, snodo fondamentale nella nuova “via della seta” eurasiatica. Queste tre infrastrutture collegano fisicamente lo stato anatolico alle coste del Caspio, proiettando così gli interessi geopolitici e le ambizioni di Ankara verso l’Asia Centrale. 

Il Caucaso nella geopolitica turca

L’ascesa di Erdoğan e della sua piattaforma politica, l’AKP – Partito della Giustizia e dello Sviluppo (in turco Adalet ve Kalkınma Partisi), ha rappresentato una svolta decisiva nell’evoluzione della Repubblica turca e della sua politica estera.

Nel libro “Profondità strategica” (Stratejik Derinlik), scritto dall’ex premier e ministro degli Affari Esteri Ahmet Davutoğlu, si definisce un nuovo obiettivo per la Turchia nel XXI secolo: sfruttare la sua posizione geostrategica per emergere dalla periferia dell’Europa e affermarsi come potenza regionale e globale nel nuovo sistema multipolare. Di lì in poi, concetti come determinismo geografico, civilizzazione ed enfasi sul vicinato divennero le parole d’ordine nella politica estera turca. Ciò si unisce ad una politica estera a tendenza neo-ottomana che il governo guidato dall’AKP dall’inizio del nuovo millennio, mirato ad accrescere l’influenza della Turchia verso le regioni storicamente legate alla fu Sublime Porta: i Balcani, il Medio Oriente e il Caucaso.

Sebbene nel primo decennio del nuovo secolo la Turchia non sia riuscita ad affermarsi come attore decisivo nella geopolitica del Caucaso, nel decennio successivo ha iniziato ad emergere una nuova prospettiva verso la regione eurasiatica. Il comparto energetico rappresenta il fulcro del rapporto fra Ankara e i suoi partner caucasici, in particolare l’Azerbaigian da cui provengono circa un quinto delle sue importazioni di gas naturale, come anche le risorse petrolifere dirette verso il porto turco di Ceyhan sulle coste del Mediterraneo. Come evidenziato dall’ex ministro degli esteri Tofiq Zulfuqarov i comuni benefici fra le parti stabiliscono il vero equilibro nella cooperazione trilaterale, in cui nessuno ha interesse a dominare sull’altro. Anzi, tutti e tre i paesi hanno l’interesse a ridurre il peso di Mosca nell’area e potenziare la propria interconnessione logistico-energetica.

Il soft power turco nel Caucaso passa anche per le diaspore

Gli azeri in Turchia sono circa 3 milioni, divisi tra cittadini turchi di etnia azera residenti nelle province di Igdir e Kars e cittadini azeri migrati a partire dal 1990 in linea con accordi politici, economici e sociali stabiliti con l’ottenimento dell’indipendenza azera. Un terzo gruppo è rappresentato dall’élite azera fondatrice della Repubblica Democratica Azera emigrata in Turchia nel 1918-1920, la quale fondò nel 1949 l’Associazione Culturale dell’Azerbaigian – Azerbaycan Kültür Derneği – un’organizzazione che con il supporto del Partito Nazionalista d’Azione turco (MHP) ha avuto un ruolo chiave nella ricostruzione della Repubblica azera nel 1991. Non a caso, l’allora presidente azero Abulfaz Elchibey si definì senza mezze misure “soldato di Ataturk” e promosse un’idea confederativa tra Ankara e Baku.

Fin dalla sua indipendenza, le relazioni tra Ankara e Baku si sono sviluppate sulla base della retorica nazionalista fra i due paese, secondo il principio di “una nazione, due paesi” e la comune inimicizia verso il vicino armeno. I rapporti tra la destra turca e l’élite azera restano tutt’oggi solidi. Lo scorso 2 Febbraio una delegazione del partito turco composta dal vicesegretario Mevlut Karakaya e da Ahmet Yigit Yildirim, leader del gruppo di estrema destra dei “Lupi Grigi” è stata accolta dal Presidente azero Ilham Aliyev per discutere la costruzione di una scuola e un centro culturale nella riconquistata Shusha/Shushi.

Cosa attende Erdogan dopo il Karabakh?

Sebbene il potenziale geopolitico di Ankara resta inibito dall’influenza di Mosca nel Caucaso, il ruolo giocato dalla Turchia nel recente conflitto del Nagorno-Karabakh rappresenta un passo decisivo nel riequilibrio di potere nell’area. Il supporto militare garantito da Erdogan sul fronte azero e la presenza alla parata della vittoria di Baku al fianco dell’alleato Aliyev sancisce l’orizzonte delle ambizioni del “turco” verso la regione fra i due mari, anticamera delle ambizioni panturciche in Asia Centrale. La costruzione di nuove infrastrutture transfrontaliere nella regione caucasica immaginata a seguito dell’armistizio del 9 novembre non farà altro che rinvigorire l’asse fra l’Anatolia e le coste del Caspio, che in futuro sembra destinato a diventare centrale nel panorama eurasiatico.

Immagine: East Journal/Aleksej Tilman

Chi è Marco Alvi

Laureatosi in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali al L'Orientale di Napoli, continua i suoi studi magistrali al corso di Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES) dell'Università di Bologna. Si interessa da lungo tempo di Caucaso e conflitti etnici, a cui si aggiungono diverse esperienze pratiche nella regione caucasica. Dopo aver vissuto in Russia e in Azerbaigian, inizia a scrivere per East Journal occupandosi di sicurezza energetica, conflict resolution e cooperazione tra Caucaso, Mar Nero e Mediterraneo orientale.

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