BOSNIA: Un parcheggio interrato per seppellire la memoria

La Città Vecchia di Sarajevo ha dato l’ok ad un parcheggio interrato in Trg Oslobodjenja – Alija Izetbegović (piazza Liberazione). Un progetto che ha suscitato indignazione, e che riporta a galla le questioni aperte della politica della memoria a Sarajevo.

La storia

Trg Oslobodjenja nasce negli anni ’30, al posto della stazione cittadina dei tram (gradski kolodvor). Nasce così uno spazio aperto che congiunge la centrale via Ferhadija con la Cattedrale ortodossa e la Casa degli ufficiali (Dom Armija). In tale spazio viene eretto un  monumento a cavallo a Pietro Karadjordjevic, il “liberatore”, quindi durante l’occupazione nazifascista del 1941-’45 una effimera stele ai soldati tedeschi caduti. Nel dopoguerra la facoltà di economia prende il posto di quella di teologia ortodossa, e viene eretto un nuovo edificio per la casa editrice Svjetlost (Luce), mentre la piazza prende pian piano la forma attuale, inclusa la scacchiera gigante davanti alla cattedrale, dove ogni giorno si ritrovano a giocare i pensionati sarajevesi.

Il progetto

Un progetto per il rifacimento di Trg Oslobodjenja era stato annunciato già un anno fa dal sindaco della Città Vecchia di Sarajevo (Općina Stari Grad), Ibrahim Hadžibajrić (NDL), con un parcheggio interrato che sarebbe stato finanziato dalla municipalità stambuliota di Fatih, per un totale di 6 milioni di euro. I documenti della gara d’appalto, del dicembre 2019, non fanno tuttavia menzione del parcheggio, ma includono invece una dettagliata relazione architettonica e culturale della storica piazza e del suo contesto.

Il 28 gennaio 2021 il consiglio municipale della Città Vecchia, con Hadžibajrić appena rieletto per il quarto mandato, ha approvato il progetto: tre piani di parcheggio sotterraneo, per 242 posti auto, una piazza principalmente pavimentata, per ospitare fiere ed eventi, e un nuovo monumento ai soldati caduti durante l’assedio di Sarajevo. I busti agli scrittori bosniaco-erzegovesi dovrebbero restare, così come il memoriale alla Prima Brigata di Polizia della Città Vecchia, mentre del monumento socialista del 1977 non si fa più alcuna menzione.

Anche la statua dell’Uomo Multiculturale, dono della Regione Abruzzo a Sarajevo a fine anni ’90, dovrebbe essere ricollocata di fronte alla Vijećnica – in un’altra ex area verde, appena cementificata con la scusa del parcheggio interrato – o in un altro quartiere più periferico come Mojmilo o Dobrinja. “Non sarebbe il primo monumento espulso dalla città nel dopoguerra”, nota Branka Mrkić-Radević.

Lo scultore Francesco Perilli, contattato dal portale Udar, non ha nascosto la propria disapprovazione: “Non so chi stia sopprimendo il multiculturalismo oggi, ma se la città non vuole più difendere questo simbolo, è bene che sia rimosso, e lo daremo ad un’altra città europea che sia pronta a mantenerlo con orgoglio”.

L’associazione Eko Akcija ha fatto notare che i residenti della Città Vecchia hanno a disposizione solo 0,78 metri quadri di verde pubblico ciascuno (l’OMS raccomanda almeno 9 metri quadri), in quella che risulta ogni anno tra le città più inquinate del mondo. Con il rifacimento della piazza sarebbero inoltre abbattuti numerosi alberi, vecchi fino a 50 anni. L’Associazione bosniaca degli architetti paesaggisti si è espressa contro il progetto sottolineando come esso porterebbe ulteriore traffico e inquinamento nel centro storico e nella sua zona pedonale.  I cittadini sarajevesi intanto si sono mobilitati tramite un gruppo facebook.

Una serie di mancanze procedurali, inclusa la mancata consultazione pubblica, ne mettono inoltre in dubbio la legalità. Il 26 febbraio la Commissione per la salvaguardia dei monumenti nazionali (KONS) – un organo creato dagli accordi di Dayton – ha ordinato la sospensione di ogni attività finché non sarà chiara la conformità del progetto con i regolamenti urbanistici, inclusa la designazione del paesaggio urbano storico di Sarajevo come monumento nazionale della Bosnia Erzegovina, dell’8 gennaio scorso. La municipalità non l’ha presa bene: le decisioni “che dichiarano quasi ogni millimetro del nucleo della Città Vecchia un monumento nazionale”, secondo i consiglieri, portano ad una “situazione paradossale per cui è meglio tenersi delle rovine che svilupparle”.

La memoria e la commercializzazione dello spazio pubblico

Il progetto di rifacimento di Trg Oslobodjenja è indicativo di due dinamiche in corso nello spazio pubblico sarajevese. In primo luogo, la sovrascrittura degli spazi del passato socialista, a favore di una narrativa mononazionale, che cerca di sostituirvisi, depotenziando e risemantizzando, ossia inscrivendo di nuovi significati, i luoghi di memoria precedenti. Andando oltre all’affiancamento con il nome del primo presidente bosniaco Alija Izetbegović e all’erezione di un piccolo memoriale alla Prima brigata di polizia, la sostituzione della statua all’Uomo Multiculturale con un monumento ai soldati caduti durante l’assedio porterebbe avanti tale sovrascrittura della memoria pubblica, che nel contesto bosgnacco passa spesso per una giustapposizione, come già scritto in passato.

Inoltre, tale progetto urbanistico illustra la dinamica di commercializzazione e privatizzazione dello spazio pubblico, in corso da tempo a Sarajevo come in altre città dei Balcani. Come esempio, la piazza di fronte al BBI Centar sulla Titova, di proprietà del centro commerciale, si è rivelata no-go area per manifestazioni politiche o per i diritti civili. Come di recente nei casi del parco Hastahana e del già citato giardino di fronte alla Vjecnica, il profitto e le necessità della motorizzazione di massa hanno il sopravvento sull’interesse a godere di spazi verdi e pubblici, spesso tramite partenariati pubblico-privato di dubbie conseguenze. Bisognerà vedere se i cittadini sarajevesi, che persino durante l’assedio, per rispetto, non arrivarono a tagliare gli alberi di Trg Oslobodjenja per riscaldarsi, lasceranno ora che vengano abbattuti per l’interesse privato di qualche consigliere locale.

Foto: AABH.ba

Chi è Andrea Zambelli

Andrea Zambelli è uno pseudonimo collettivo usato da vari membri della redazione di East Journal.

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