Srebrenica, i revisionisti e il legame russo

Sabato 11 luglio si commemoreranno le vittime del genocidio di Srebrenica, perpetrato 25 anni fa dalle forze serbo-bosniache guidate da Ratko Mladić nei confronti di oltre 8000 bosgnacchi. Come ogni anniversario, durante la cerimonia verranno inumate le vittime identificate nel corso dell’ultimo anno.

L’accezione di genocidio rimane contestata in Bosnia Erzegovina, un paese ancora fortemente diviso sul piano etnico. In parlamento non si è ancora raggiunta la maggioranza per una legge che metta al bando quelle tendenze negazioniste ancora troppo presenti all’interno della comunità serbo-bosniaca.

Sul piano internazionale, il ruolo della Russia – paese alleato e grande fratello ortodosso di Belgrado e della Republika Srpska – è stato rilevante, se non a tratti determinante. Mosca ha contribuito in questo senso a livello internazionale, ma l’influenza russa è ancora presente, direttamente o indirettamente, anche a livello locale, grazie a strumenti di soft power come mezzi di propaganda e ONG ultranazionaliste e filorusse.

Il veto del 2015 e oltre

L’8 luglio 2015, alla vigilia del ventesimo anniversario, il Consiglio di Sicurezza ONU discusse una risoluzione che avrebbe chiamato gli eventi di Srebrenica con il loro nome: un atto di genocidio ai danni della popolazione musulmana. Una risoluzione che sembrava vedere d’accordo tutti e che avrebbe dato alle Nazioni Unite un’occasione simbolica per riconoscere le proprie inadempienze, la propria inadeguatezza, o in qualunque modo si possa descrivere il modo in cui l’organizzazione agì – o non agì – durante l’assedio e l’occupazione della cittadina della valle della Drina. Un’occasione che, tuttavia, sfumò a causa dell’opposizione della Russia. Il veto russo arrivò allora in maniera inaspettata, viste le parole pronunciate alla vigilia del voto da Petar Ivancov, allora ambasciatore russo in Bosnia Erzegovina, il quale riconosceva la natura genocidaria del massacro.

L’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite, Vitalij Čurkin, invece, aprì la sua intenzione di voto proponendo un minuto di silenzio per ricordare tutte le vittime della guerra in Bosnia Erzegovina. Successivamente, descrisse la bozza della risoluzione come un “documento distruttivo”, che addossava le colpe esclusivamente alla comunità serba. Questo documento, secondo Čurkin, non avrebbe fatto altro che aumentare le divisioni e avrebbe impedito la riconciliazione. Tra lo sgomento dei presenti alla sessione e lo sdegno della comunità internazionale, la Russia, pertanto, votò contro la risoluzione.

Gli idoli russi dei negazionisti serbi

Nel rapporto pubblicato recentemente dallo Srebrenica Memorial Center, i legami storici, culturali e religiosi che i serbi vantano con la Russia sono descritti come un mezzo per espandere l’influenza russa nei Balcani, ma allo stesso tempo contribuirebbero al revisionismo storico dei nazionalisti serbi. Certamente il veto del 2015 ha avuto l’effetto di galvanizzare i revisionisti e gli ultranazionalisti serbi, che nell’appoggio di Mosca vedono una giustificazione alle proprie idee e azioni.

La figura dell’ambasciatore russo Vitalij Čurkin, nel frattempo, è diventata oggetto di celebrazione, soprattutto dopo la sua scomparsa nel febbraio 2017. Una statua raffigurante Čurkin è stata regalata alla Russia dallo scultore serbo Dragan Radenovic ed è stata inaugurata nel febbraio 2019 a Marinkino, città natia di Čurkin , nella regione di Vladimir.

Anche l’organizzazione ultranazionalista serbo-bosniaca Istočna Alternativa (“Alternativa Orientale”) aveva annunciato la volontà di erigere un monumento a Čurkin , da collocarsi nel pieno centro di Srebrenica. Lo sdegno e le proteste della comunità locale impedirono questo ennesimo schiaffo ai parenti delle vittime, ma la statua venne comunque eretta nella parte orientale di Sarajevo. Il busto di Čurkin reca la scritta in russo Spasibo za russkoe net, “Grazie per il no russo”.

Istočna Alternativa e la sua affiliazione non nascono con il veto posto da Čurkin. Già nel giugno 2015, infatti, l’organizzazione aveva dichiarato il proprio amore per la Russia, tappezzando i muri di Srebrenica e di Bratunac con poster raffiguranti il presidente russo Vladimir Putin. Già il nome “Alternativa Orientale”, di fatto, è un chiara dichiarazione della propria affiliazione geopolitica.

Il presidente di “Alternativa Orientale” è Vojin Pavlović, noto per essere stato membro del Partito Radicale Serbo di Vojislav Šešelj e membro del consiglio comunale di Bratunac, non lontano da Srebrenica, dove nel 2011 si presentò con una foto di Ratko Mladić. Pavlović, che si fa fotografare volentieri con la sua maglietta con la foto di Putin, ha anche proposto l’erezione di un busto a memoria di Peter Handke proprio a Srebrenica.

L’organizzazione non si è smentita neanche quest’anno, al punto da aver organizzato, proprio in data 11 luglio, una commemorazione a Bratunac: in quest’occasione non si ricorderanno le oltre 8000 vittime bosgnacche, ma bensì un presunto “giorno della liberazione di Srebrenica”.

Il “complotto occidentale” contro Serbia e Russia

La negazione del genocidio e di altri crimini di guerra in Bosnia ed Erzegovina ha assunto una dimensione istituzionale lo scorso anno, quando le autorità della Republika Srpska hanno nominato una commissione per indagare “le sofferenze di tutti i popoli dell’area di Srebrenica” e un’altra per sondare le sofferenze dei serbi a Sarajevo durante la guerra. Poco dopo la formazione delle due nuove commissioni, è stata organizzata a Banja Luka una conferenza internazionale intitolata “Srebrenica”: Realtà e manipolazione”. Mentre la maggior parte dei partecipanti proveniva dalla Republika Srpska e dalla Serbia, c’erano anche diversi russi a portare un contributo alle istanze revisioniste.

Il discorso dei revisionisti è permeato da benaltrismo e relativismo: si toglie l’accento dalle proprie colpe, cercando di magnificare quelle altrui. Si tratta di un esercizio retorico del quale anche i russi si servono spesso, poiché tipico della guerra fredda e ancora oggi usato in contrapposizione all’occidente. Il “massacro di Srebrenica” diventa così uno dei tanti episodi di guerra, facilmente equiparabile ad altre violenze. Negli atti della suddetta conferenza internazionale si possono leggere svariati esempi di questa tendenza. L’intellettuale russa Ekaterina Polguieva scrive, ad esempio, che l’azione delle truppe serbo-bosniache avrebbe avuto “un ovvio carattere di risposta” e sarebbe stata “condizionata dalla necessità di proteggere la popolazione serba della regione”. Letta con gli occhi di oggi, questa frase suona simile alla retorica che giustifica le azioni intraprese dalla Russia in Crimea.

Degne di nota, sempre nella stessa conferenza, sono le accuse nei confronti dei poteri occidentali, che avrebbero agito in Jugoslavia per danneggiare il popolo serbo, “a causa del suo orientamento e dell’amicizia con la Russia”. Questo tipo di accuse rimane molto in voga negli ambienti negazionisti e anti-occidentali. Come ben descritto da Alfredo Sasso in un articolo del 2018, esiste infatti una narrazione complottista secondo cui i fatti di Srebrenica (e le guerre jugoslave in generale) farebbero parte di una più ampia “guerra strategica” dell’Occidente atlantista contro l’oriente russo-slavo. Secondo questa teoria, la stessa guerra continuerebbe tuttoggi nell’est dell’Ucraina e non di rado, infatti, i negazionisti e i complottisti tendono a tracciare una sorta di filo rosso tra le guerre jugoslave e il più recente conflitto nel Donbas.

I potenti media propagandistici russi, quali Sputnik e Russia Today, ospitano spesso opinioni di studiosi, giornalisti e politici che negano il genocidio di Srebrenica e fomentano le più fantasiose teorie del complotto, atte anche a giustificare le azioni russe nel presente. Oltre a negare l’entità del genocidio e a contestare il numero delle vittime, ecco quindi comparire articoli che affermano come “etichettare Srebrenica come genocidio ‘permetterebbe’ all’Occidente di intervenire in Ucraina, con il pretesto di prevenire un simile massacro”. Il comune denominatore è sempre quello di un complotto occidentale che trama e interferisce con gli affari dell’oriente slavo-ortodosso.

Tra chi ha citato il massacro di Srebrenica (ma non il genocidio) relativamente al conflitto in Ucraina c’è anche Vladimir Putin, il quale, pochi mesi fa, ha affermato che una “nuova Srebrenica” potrebbe avere luogo se i “nazionalisti ucraini” entrassero nelle zone controllate dai ribelli. Il presidente russo non si è dilungato in dettagli, lasciando libera l’interpretazione di questa frase, ma allo stesso tempo dimostrando di conoscere bene la vera entità di ciò che avvenne a Srebrenica.

Una “nuova Srebrenica”

La frase pronunciata da Putin nel dicembre 2019, che di per sé relativizza gli eventi di Srebrenica e li strumentalizza, ha fatto discutere i critici del veto del 2015, mentre ha dato l’opportunità ai media russi di mettere nuovamente in discussione la versione ufficiale dei fatti. Tuttavia, il parlare di una possibile “nuova Srebrenica” non è inadeguato a priori: l’unicità di un genocidio non esclude che simili dinamiche possano ripetersi nuovamente in futuro, come ci ammoniscono ogni anno i sopravvissuti e i parenti delle vittime.

Il primo passo per ricadere in questo errore si compie proprio negando un passato scomodo e disonorevole. Così, una “nuova Srebrenica” prende vita ogni volta che qualcuno nega, relativizza, strumentalizza, o addirittura celebra gli eventi attorno a quel 11 luglio 1995.

Chi è Maria Baldovin

Nata a Ivrea (TO) nel 1991, laureata in lingue e in studi sull’Est Europa. Per East Journal scrive prevalentemente di Russia, ma si interessa anche di tematiche transnazionali, come politiche di memoria e questioni di genere. È co-autrice del programma radiofonico "Kiosk" di Radio Beckwith e socia di "Memorial Italia".

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