UCRAINA: Minatori in sciopero nei territori occupati del Donbas

di Claudia Bettiol e Martina Napolitano

Lo scorso 5 giugno, nella repubblica separatista di Luhansk (LNR), oltre 120 minatori hanno protestato contro le autorità locali e i gestori dell’impresa para-statale di estrazione per cui lavorano: da tre mesi non ricevono infatti il salario. La protesta si è svolta direttamente nelle viscere della miniera di Komsomolskaja, dalla quale si sono rifiutati di uscire, barricandosi entro il bastione di roccia.

La risposta, sull’onda delle misure di sicurezza legate all’emergenza Covid-19 che ha stretto nella morsa anche il Donbas separatista, è stato l’annuncio di una “nuova” quarantena, il cui obiettivo è in primo luogo quello di isolare gli scioperanti nelle cittadine minerarie di Antratsyt e di Rovenky, negando loro l’accesso ai soccorsi e a ogni tipo di assistenza socio-sanitaria. Le autorità locali hanno persino bloccato l’accesso ai social network e alle linee telefoniche nell’area al fine di impedire la diffusione della notizia relativa alla protesta dei minatori, un assembramento doppiamente pericoloso ai loro occhi. Al fine di prevenire ulteriori manifestazioni, le autorità della repubblica separatista hanno annunciato anche l’introduzione di multe pecuniarie pari a 5.000 rubli russi (circa 64 euro) per ogni ritardo sul lavoro; inoltre, il salario di tutti i partecipanti allo sciopero saranno ridotti di due volte – fino a un minimo sindacale di 9000 rubli russi al mese (circa 115 euro).

Nonostante le misure introdotte dagli organi della repubblica separatista, le notizie hanno circolato e già nei giorni seguenti gli operai di alcune miniere limitrofe si sono uniti allo sciopero. La sera del 7 giugno sono così iniziati i primi arresti, che hanno però interessato non solo i minatori stessi, ma anche attivisti e sostenitori, nonché alcune mogli di quei lavoratori che stavano cercando di organizzarsi e rivolgersi a organi internazionali come l’Osce. Lo stato di fermo è stato perpetrato in molti casi senza mandato, non rispettando alcun protocollo di polizia.

Il 13 giugno intanto i minatori di Komsomolskaja sono risaliti in superficie, avendo ottenuta quantomeno la garanzia di ricevere l’intero stipendio del mese di aprile (attorno ai 20mila rubli russi, circa 255 euro). Altrove lo sciopero continua da oltre due settimane, ma ciononostante i media delle repubbliche separatiste locali continuano a ignorare la situazione o, quando non lo fanno, screditano gli scioperanti, parlando di “proteste istigate”, sobillate dall’esterno.

A Kiev invece il ministero ucraino per la Reintegrazione dei Territori Temporaneamente Occupati sta cercando di attirare l’attenzione delle missioni internazionali come l’Osce e delle Ong che operano nel Donbas, poiché tutto ciò rappresenta una minaccia diretta per la vita e la salute dei cittadini ucraini che risiedono in queste aree ancora fuori dal controllo centrale. Pochi giorni fa è stata lanciata una campagna internazionale di solidarietà nei confronti dei minatori.

Il 19 giugno il Comitato per la liberazione del Donbass, che riunisce cittadini delle zone occupate, si è infine rivolto al presidente del parlamento ucraino, Dmitrij Razumkov, e al difensore civico per i diritti umani, Ljudmyla Denysova, con un appello che richiede al governo ucraino e alle organizzazioni internazionali di intervenire nella repubblica di Luhansk in quanto si stanno violando i diritti dei lavoratori delle miniere di Nykonor-Novaja, Komsomolskaja, Partizanskaja e Molodogvardeijskaja.

Miniere e potere

Il bacino del Donbas è un territorio molto ricco di risorse minerarie, principale fonte di sostentamento di questa regione che, in epoca sovietica in particolare, ha subito un fervente processo di industrializzazione. Benché sempre più obsoleta, la filiera estrattiva ha garantito anche all’Ucraina indipendente una certa prosperità energetica ed economica.

Il conflitto e la proclamazione dell’autonomia delle repubbliche separatiste del Donbas hanno però sancito una brusca battuta d’arresto per questo settore: la guerra tra le forze armate ucraine e quelle separatiste coadiuvate dall’esercito russo, in corso ormai da sei anni, ha causato oltre 14.000 morti tra militari e civili – cifra che continua a crescere secondo le stime dell’Osce; a ciò si aggiungono i danni riportati agli edifici e alle infrastrutture – miniere comprese – che costituiscono non solo un serio problema per l’ambiente, ma anche una minaccia per le condizioni di lavoro e messa in sicurezza delle miniere. Molte di esse sono a rischio chiusura in quanto non più redditizie e i minatori vengono licenziati in maniera tacita o sono espressamente spinti a farlo: non percependo più il salario mensile, si ritrovano costretti ad andarsene. L’alternativa, invisa alle autorità, è lo sciopero in difesa dei propri diritti di lavoratori contro quel governo separatista che, nella sua totale noncuranza nei confronti degli abitanti, li priva dei mezzi di sostentamento, usa la repressione, l’intimidazione e il terrore contro chi si oppone.

Secondo alcune stime del ministero per la Reintegrazione dei Territori Occupati, fino al 2014 nelle due repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk vivevano rispettivamente circa 5 e 2 milioni di abitanti; oggi il governo conta una popolazione totale di 1,6 milioni: dall’inizio del conflitto, pare che una percentuale non indifferente di abitanti abbia lasciato il bacino del Donbas alla ricerca di una vita migliore altrove – in Ucraina, Russia o Crimea. Come riporta l’Unhcr, l’Ucraina è il nono paese al mondo per numero di cosiddetti IDP (Internally Displaced Persons): le stime del governo parlano di almeno un milione e mezzo di cittadini che hanno lasciato le proprie case in seguito al conflitto nell’est del paese trasferendosi altrove all’interno dei confini di stato.

L’organizzazione delle miniere

Le ragioni che spingono i minatori a scioperare sono strettamente legate alla nuova struttura “organizzativa” delle miniere, che minaccia la stabilità economica della regione – già in declino a causa della guerra e, di recente, della pandemia globale. Da poco infatti sono cambiati i quadri dirigenziali e numerosi sono stati i tagli dei posti di lavoro: si tratta di segnali autoesplicativi di come l’industria primaria del Donbas si trovi oggi sull’orlo del fallimento. Chi resta, continua a lavorare sodo e in condizioni sempre più precarie, pur nella speranza sempre meno vivida di ricevere uno stipendio a fine mese.

Le prime difficoltà concrete dell’industria mineraria della regione risalgono al 2018 e potrebbero essere collegate alla scomparsa dell’ex-leader della repubblica separatista di Donetsk, Aleksandr Zacharčenko. In seguito alla sua morte, nelle repubbliche autoproclamate, l’equilibrio di potere ha subito un cambiamento: alcune strutture locali associate all’oligarca ucraino Sergej Kurčenko ottennero a quel tempo sia il controllo dell’industria mineraria che di quella metallurgica; improvvisamente le fonti primarie dell’economia locale si sono ritrovate così concentrate in due sole mani.

Nell’agosto dell’anno successivo, molte miniere nel territorio della regione di Donetsk hanno esaurito il proprio capitale, lasciando i minatori senza salario per mesi. Così sono iniziate le prime proteste e sono circolate le prime lettere di appello da parte dei “comitati dei minatori” al governo locale e al presidente russo Vladimir Putin. Nell’aprile 2020 si è dato il via a una riorganizzazione delle imprese minerarie per cercare di salvare il salvabile, ma le cifre del debito delle repubbliche autoproclamate costituiscono un problema: sfiorano gli 8 miliardi di rubli. Le autorità locali non hanno liquidità, mentre la maggior parte delle miniere sono state chiuse – anche a causa di alcuni problemi ambientali di non poco conto.

Nel frattempo, a livello internazionale il dibattito attorno al conflitto pare essersi esaurito, ma la regione è ancora interessata da una “guerra ibrida” che continua a mietere vittime e alla cui effettiva risoluzione non pare abbiano ancora aiutato i vertici internazionali.

Negoziati inconcludenti (di nuovo)

Lo scorso 9 dicembre, i leader di Russia, Ucraina, Francia e Germania si sono incontrati a Parigi per concordare una serie di tappe necessarie a risolvere il conflitto armato nel Donbas. Sono trascorsi più di sei mesi dal vertice del “quartetto normanno”, ma, come di consueto ormai, gli accordi presi non sono stati pienamente rispettati: “Eccetto i due scambi di prigionieri, non è stato fatto molto, nonostante l’approccio costruttivo della leadership ucraina”, ha riferito l’agenzia di stampa ucraina Ukrinform, citando gli interventi della riunione del Consiglio permanente dell’Osce dello scorso 18 giugno.

I diplomatici europei hanno posto ancora una volta l’accento sulla necessità di raggiungere quanto prima il pieno cessate il fuoco, al fine di trovare una soluzione pacifica al conflitto e ripristinare la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina all’interno dei suoi confini, così come sono riconosciuti a livello internazionale. A riguardo, il 17 giugno, il capo dell’ufficio del presidente ucraino, Andriy Yermak, ha assicurato che il paese ha fatto di tutto per garantire la volontà di rispettare questi accordi; ha anche aggiunto che si aspettava un secondo incontro del Quartetto nei prossimi mesi.

Sulla base di questi mancati progressi, i paesi membri dell’Ue hanno deciso di rinnovare le sanzioni alla Russia, imposte nel 2014 in seguito all’annessione della penisola di Crimea, per altri dodici mesi.

Martina Napolitano, direttrice editoriale di East Journal e co-autrice dell’articolo, ha parlato della questione dei minatori del Donbas nella puntata di Radio3 Mondo lo scorso 26 giugno.

Foto: Manifesto dei minatori in sciopero

Questo articolo è frutto di una collaborazione con OBCT.

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