UCRAINA: Storie di miniere, guerra ed ecologia

Da KIEV – Sono più di 5 anni che nelle regioni orientali dell’Ucraina si combatte un conflitto armato con la vicina Russia che ha portato alla morte di più di 13.000 persone tra soldati e civili e quasi 2 milioni di sfollati interni. Numeri che, invece di arrestarsi, continuano a salire giorno dopo giorno.

Ad aggiungersi a tutto ciò, c’è un altro disastro, questa volta di tipo ambientale, che ricade sulla popolazione civile e minaccia la salute dei cittadini di questi territori. Il problema è principalmente legato alle inondazioni e alle condizioni precarie delle miniere di carbone presenti nel bacino del Donbass, una zona fortemente industrializzata che produce elevate quantità di rifiuti. Il degrado ambientale causato dalla guerra si presenta così sotto forma di scorie che favoriscono la diffusione di malattie a causa della contaminazione delle risorse idriche, del suolo e dell’aria. La guerra impedisce di effettuare la manutenzione delle infrastrutture e di gestire queste difficoltà in maniera adeguata, mentre i governi interessati non riescono a coprire le spese per i servizi ambientali, i cui fondi finiscono per lo più ai bisogni legati al conflitto.

Le miniere e la contaminazione da rifiuti radioattivi

Nel bacino del Donbass ci sono attualmente 222 miniere di carbone, di cui 33 sono ancora sotto il controllo degli ucraini; le restanti 189 sono sotto il controllo delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk. Secondo i dati forniti da alcuni specialisti di idrogeologia, ben 39 miniere sono in fase di allagamento (di cui solo una situata nel territorio controllato dalle repubbliche separatiste), 99 sono ancora in funzione (24 nella zona controllata dagli ucraini e 75 tra DNR e LNR), 70 (rispettivamente 6 e 64) sono in fase di liquidazione e altre 14 in modalità di drenaggio (2 e 12).

Il motivo che suscita questo allarme ambientale di vasta scala è il massiccio allagamento di queste miniere di carbone sparse nell’area dove oggi si combatte la guerra tra Russia e Ucraina. Le conseguenze di queste inondazioni sono catastrofiche per la regione: inquinamento dell’acqua potabile, cedimento del suolo e derivata distruzione delle infrastrutture.

L’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa e il ministro ucraino dell’Ambiente Ostap Semerak hanno già sollevato la questione a livello internazionale sui pericoli ambientali causati, in particolare, dalla miniera di carbone Yunkom, dove nel 1979 venne condotto un test nucleare. Nel 2002, la miniera è stata definitivamente chiusa in modo da evitare che i materiali radioattivi di cui si compone entrassero a contatto con le falde acquifere e i rifiuti tossici salissero in superficie. Nell’aprile 2017, tuttavia, l’amministrazione della repubblica di Donetsk – DNR (che attualmente gestisce la miniera) ha deciso di inondare una delle miniere adiacenti, collegata a quella di Yunkom. Potrebbe trattarsi di una ragione prettamente economica, ma si teme l’ennesimo ricatto politico nei confronti del popolo ucraino. Il risultato? Acqua contaminata e materiali radioattivi finiscono nei fiumi della regione, per poi sboccare nel Mar d’Azov. Il Seversky Donets, principale fonte di acqua potabile, già rivela un elevato grado di salinità e di mineralizzazione, a causa delle quali l’acqua diventerà definitivamente non potabile.

Il bacino del Donbass rischia di affondare

Il ministro degli Affari Interni dell’Ucraina Arsen Avakov osserva che il terreno di alcuni territori del bacino del Donbass è affondato di ben 25 centimetri in alcuni punti. “Il bacino minerario di Donetsk forma un gigantesco sistema geologico e industriale in cui la maggior parte delle miniere hanno una connessione idraulica l’una con l’altra”, precisa Avakov. E aggiunge: “In tal modo, la chiusura di qualsiasi miniera porta a riempire i vuoti sotterranei con l’acqua; ne consegue un cedimento del terreno, che danneggia strutture,  edifici e punti di comunicazione”. In altre parole, il Donbass si sta avvicinando a un punto di non ritorno, dove la vita e il lavoro diventeranno semplicemente impossibili.

Le miniere non sono, naturalmente, l’unico problema ambientale da risolvere nei territori occupati del Donbass. La guerra continua e c’è sempre il rischio che un proiettile o una granata cada in uno di questi stabilimenti industriali pericolosi. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite, solamente a seguito del conflitto sono stati distrutti almeno 530 mila ettari di ecosistemi, tra cui 18 riserve naturali, a cui si aggiungono anche 150 mila ettari di foreste.

Le conseguenze ambientali sembrano irreversibili. Numerosi ambientalisti ucraini e alcune organizzazioni umanitarie internazionali hanno lanciato l’allarme, chiedendo aiuto non solo per monitorare la situazione e discuterne, ma soprattutto per agire e impedire una catastrofe ecologica. Nel frattempo, il pericolo si estende alla vita quotidiana: approvvigionamento idrico, fognature, linee elettriche, tubi del gas e altre infrastrutture non sono agibili. Nei pozzi e nelle sorgenti l’acqua è contaminata e sta causando infezioni intestinali e avvelenamento. Le acque sotterranee infette danneggiano il paesaggio e il rischio di terremoti causati dall’uomo è a portata di mano.

L’idrogeologo Yevgeny Yakovlev assicura che, nonostante il fattore di irreversibilità del processo stia crescendo, la situazione può ancora essere corretta, ma le decisioni devono essere prese subito. “Altri 2-3 anni e avremo conseguenze irreversibili per la maggior parte del Donbass e non solo”, aggiunge.

Un desiderio di pace anche per l’ambiente

Al fine di prevenire incidenti e catastrofi, ed evitare un’altra Chernobyl, è necessario porre fine a questa guerra. “Le minacce ambientali derivanti dal conflitto nell’est dell’Ucraina non possono essere ignorate, perché possono colpire la popolazione civile che vive e lavora nella zona, così come il personale delle missioni di monitoraggio dell’OSCE”, ha affermato il capo della missione Ertugrul Apakan.

Il collasso ecologico del bacino del Donbass e dei territori circostanti non sembra essere nell’interesse di nessuna delle parti in questo conflitto. Sia il governo ucraino che quello russo, in primis, dovrebbero iniziare ad affrontare le implicazioni di questo disastro ambientale che potrebbe estendersi oltre il confine nazionale ucraino-russo.

Immagine: miniere nel Donbass

Chi è Claudia Bettiol

Laureatasi in Traduzione e Mediazione Culturale a Udine con una tesi sulla diatriba tra slavofili e occidentalisti, e grande appassionnata di architettura sovietica, per East Journal si occupa dell'area russofona. Le sue esperienze oltreconfine finiscono sempre per essere rivolte verso Est, forse perché nata nel 1986 e lo stesso giorno di Michail Gorbačëv. Dopo un anno di studio alla pari ad Astrakhan, un Erasmus a Tartu e un volontariato a Sumy, ha lasciato definitivamente l'Italia per Kiev, dove attualmente abita e lavora.

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