UCRAINA: Se lo stato di diritto si piega al volere di Vladimir Putin

Da KIEV – L’ultimo scambio di prigionieri dell’anno tra Ucraina e Russia, avvenuto lo scorso 29 dicembre, non ha ottenuto il successo sperato. Sono 76 i rimpatriati nei territori ucraini, contro i 124 nelle repubbliche separatiste sotto il controllo di Mosca; eppure, non è la cifra a rendere questo scambio iniquo a sfavore dell’Ucraina bensì la formula dello stesso che, lungi dal rispettare lo stato di diritto, fomenta le polemiche nei confronti delle scelte prese dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nell’elenco dei nomi richiesti dal Cremlino sono comparsi, infatti, quelli dei tre terroristi condannati per l’attentato a Charkiv nel 2015 e dei cinque ex-agenti berkut appartenenti all’unità speciale della polizia antisommossa ucraina e sospettati di omicidio nel più importante caso criminale ucraino contemporaneo, il caso Maidan.

Liberi tutti: il “caso Maidan” e la giustizia mancata

Il 22 febbraio 2015, Volodymyr Dvornikov, Viktor Tetjutskyj e Serhiy Bašlykov hanno organizzato e messo in atto un attacco terroristico nei pressi del palazzetto dello sport della città di Charkiv, dove ben quattro persone sono rimaste uccise durante la marcia per il primo anniversario delle proteste di Euromaidan. Il 28 dicembre 2019, la Corte di Charkiv ha condannato all’ergastolo i tre terroristi, ma li ha anche immediatamente rilasciati; il giudice ha addirittura ordinato la distruzione di tutte le prove relative al caso.

Lo stesso giorno sono stati rilasciati anche 5 ex-agenti berkut sospettati di omicidio durante gli eventi del 2014. Nel pieno delle proteste, il 20 febbraio, in via Institutska a Kiev, sono stati uccisi 48 attivisti, mentre almeno 80 sono rimasti feriti a causa di una sparatoria sulla folla. Dei 26 sospettati, 21 sono fuggiti nel 2014 e sono riusciti a trovare asilo in Russia e nell’annessa penisola di Crimea, eccetto 5. E proprio questi 5 ex-agenti berkut, che avrebbero potuto dare una svolta alle indagini in corso da oltre 5 anni, identificando menti e mandanti, sono stati invece rilasciati con una decisione della corte d’appello di Kiev, grazie al nulla osta del procuratore generale Ruslan Riabošapka.

Sia i tre terroristi che i berkut sono stati inseriti nella lista di scambio di prigionieri concordata tra i presidenti di Russia e Ucraina, e scambiati lo scorso 29 dicembre. Una decisione volta a soddisfare le richieste della controparte russa. I condannati e i sospettati, infatti, non sono in alcun modo collegati al conflitto armato in corso del Donbass, ma le autorità ucraine non sono state in grado di difendere le loro posizioni, e il presidente russo Vladimir Putin si ritrova (ancora una volta) con il coltello dalla parte del manico.

Il più importante caso criminale dell’Ucraina, il “caso Maidan” – che raccoglie una cinquantina di altri casi irrisolti relativi ai fatti di Maidan – rimarrà, dunque, irrisolto: i colpevoli ne sono usciti impuniti e indenni, mentre la fiducia nel sistema giudiziario ucraino sprofonda in un abisso oscuro. Per di più, negli ultimi mesi del 2019, la speranza di giustizia sembrava già essere svanita insieme ad alcuni documenti sul caso della sparatoria sulla folla da parte della polizia antisommossa: alcune prove sono misteriosamente scomparse e il procuratore generale ha improvvisamente licenziato i tre pubblici ministeri che lavoravano al caso da diversi anni.

L’Ucraina probabilmente non saprà mai chi si cela dietro il più importante caso criminale della sua storia, quella per l’indipendenza, che si sta giocando dal 2014 e che ancora oggi continua a riportare vittime dal conflitto nell’est del paese. Maidan è il punto di partenza per lo stato che gli ucraini stanno costruendo ora, e stabilire giustizia per i crimini commessi durante questi eventi è un prerequisito fondamentale per fondare uno stato costituzionale e stabilire lo stato di diritto. Il 14 gennaio è prevista la prossima udienza a Kiev relativa al “caso Maidan” del 20 febbraio 2014, ma questa volta il tavolo degli imputati sarà vuoto.

L’ombra del Cremlino e la minaccia allo stato di diritto

Esistono due categorie di prigionieri ucraini detenuti in Russia: i cittadini ucraini perseguitati per motivi politici, e i prigionieri di guerra e ostaggi civili detenuti nelle carceri delle repubbliche separatiste del Donbass (LNR e DNR), a est dell’Ucraina. Gli accordi di Minsk – e quelli del recente formato Normandia – regolano solo il destino della seconda categoria, ovvero lo scambio di prigionieri legati al conflitto armato: fornire il rilascio e lo scambio di tutti gli ostaggi e gli individui detenuti illegalmente in base al principio del “tutti per tutti”. La prima categoria non è, invece, legalmente regolamentata.

Premesso che la categoria di persone che la Russia ha incluso nella lista comprende cittadini ucraini accusati di tradimento o indagati per omicidio o atti terroristici diretti contro cittadini filo-ucraini, e che questi individui non hanno nulla a che fare con il conflitto armato nel Donbass (motivo primario dello scambio), Zelensky è – nuovamente – ripartito con il piede sbagliato in tema di negoziazioni. I preparativi, sempre tenuti segreti per motivi di sicurezza sino all’ultimo, si sono rivelati opachi fin dall’inizio. Anzi, addirittura, secondo alcuni, fin dallo scambio dello scorso settembre, considerato anch’esso non propriamente equo.

Zelensky difende le proprie posizioni affermando che “è stata una decisione difficile, una decisione politica”, ma che il suo unico obiettivo è di voler “riportare tutti i ragazzi a casa, a ogni costo” e che gli ex-agenti berkut erano parte delle condizioni per questo scambio. Il capo di stato ha anche assicurato che i fatti non influenzeranno le indagini sul “caso Maidan” in alcun modo.

Ma gli ucraini non sembrano pensarla allo stesso modo: gli imputati del caso non sono né partecipanti, né vittime del conflitto nell’Ucraina orientale e i crimini di cui sono accusati non sono collegati a esso. Inoltre, la loro liberazione nell’ambito dello scambio, oltre a non essere conforme al diritto internazionale, è un’evidente minaccia al sistema giudiziario e allo stato di diritto ucraini. Zelensky, più o meno volontariamente, si ritrova quindi al centro delle polemiche per aver accontentato l’“aggressore” (come comunemente viene ormai chiamata la Russia dagli ucraini) ed essersi piegato ai voleri del Cremlino con uno scambio iniquo che si è inevitabilmente dimostrato una minaccia su più fronti. 

Insieme agli ex-agenti della polizia antisommossa, l’Ucraina ha consegnato alla Russia il diritto di riscrivere la storia dell’Ucraina. George Orwell, nel suo 1984, aveva forse ragione: “Chi governa il passato, controlla il futuro”.

 

Immagine: Oleksiy Bondarenko

Chi è Claudia Bettiol

Laureatasi in Traduzione e Mediazione Culturale a Udine con una tesi sulla diatriba tra slavofili e occidentalisti, e grande appassionnata di architettura sovietica, per East Journal si occupa dell'area russofona. Le sue esperienze oltreconfine finiscono sempre per essere rivolte verso Est, forse perché nata nel 1986 e lo stesso giorno di Michail Gorbačëv. Dopo un anno di studio alla pari ad Astrakhan, un Erasmus a Tartu e un volontariato a Sumy, ha lasciato definitivamente l'Italia per Kiev, dove attualmente abita e lavora.

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