RUSSIA: Un’identità contesa tra Oriente e Occidente

Se la Russia faccia parte o meno del mondo occidentale è una questione che, volenti o nolenti, ha afflitto numerosi intellettuali e osservatori negli ultimi due secoli. Interrogarsi su quale sia la rilevanza di tale tema pare dunque un atto lecito, quantomeno in formule di modestia garbata.

Costruirsi un proprio ruolo

L’importanza di sapere “dove” o “a cosa” la Russia appartenga nasce da un dibattito di più ampio respiro volto a comprendere come la Grande Madre si differenzia tra l’Occidente e “il resto”, nonché quale ruolo giochi nell’assetto geopolitico mondiale. Una domanda che spesso i più si sono posti è se il destino di questa ‘patria di pazienza’ – come la definiva l’eminente poeta e diplomatico russo Fëdor Ivanovič Tjutčev – stia nella sua integrazione con le istituzioni che negli ultimi cinquecento anni hanno contribuito a definire il mondo occidentale.

A tale riguardo, commenti come quello di Winston Churchill che nel 1957 – alla luce delle prime risposte ottimistiche alla destalinizzazione – affermava che “in una vera unità Europea, la Russia deve fare la sua parte”, o la visione di Charles De Gaulle di un’Europa “tra l’Artico e gli Urali” implicano che il progetto europeo si riteneva essere incompiuto senza un certo grado di partecipazione russa. Al contrario, posizioni come quella dell’allora (1999-2004) presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, contemplano che l’Europa abbia un estremo definito a est, approssimativamente coincidente con quello del vecchio confine sovietico; e che un paese come la Russia sia “associata” all’Europa alla stessa stregua dell’America Latina, condividendo cioè alcuni legami culturali, economici e politici, ma rimanendo un’entità separata e distinta.

Un pendolo che oscilla incessantemente tra est e ovest

Cercando di trovare una risposta a questo interrogativo, non si pò fare a meno di imbattersi nelle due scuole politico-filosofiche, figlie dei dibattiti ottocenteschi intrattenuti dagli intellettuali russi nei salotti e nei circoli letterari pietroburghesi e moscoviti, poi divulgati sulle riviste fiorite per soddisfare la sete di sapere che andava a quel tempo spargendosi – e cioè, occidentalisti e slavofili. Una visione bipolare del mondo diviso tra oriente e occidente. Una visione che mette in luce la presenza di due campi diametralmente opposti ma, come un Giano bifronte, interrelati tra loro; entrambi impegnati in una lotta continua per trovare un senso al corso del proprio paese.

I primi sentivano che la Russia era (o doveva essere) parte dell’Occidente, sottolineando la necessità di far propria la civiltà di ponente, vista come frontiera di sviluppo economico, scientifico, sociale e culturale. Uno dei più importanti occidentalisti, Petr Čadaaev, sosteneva che la grande sventura della Russia fosse stata quella di non sperimentare l’Alto Medioevo, il Rinascimento e la Riforma, e che essa doveva riconoscere l’inutilità di seguire un percorso di modernizzazione diverso se non quello tracciato dall’Europa occidentale. La sua soluzione, descritta in Apologia di un pazzo (1836), era che la Russia emulasse senza riserva i modelli occidentali: un approccio che ebbe chiari echi nel programma dei “giovani riformatori” nei primi anni ’90.

I secondi invece – gli slavofili – celebravano (così come i loro successori eurasiatici del XX secolo) le differenze tra l’Occidente e la loro terra, come prova che quest’ultima fosse il grembo di una cultura e una società distintamente unica. In una costante idealizzazione dell’era pre-Petrina, essi si distinguevano per una rinnovata esaltazione del patrimonio culturale e spirituale del popolo russo. Questo, infatti, era considerato puro e, in quanto tale, da tenere lontano da quella cultura occidentale al vetriolo. Tra i più importanti pensatori slavofili si ricorda Nikolaj Danilevskij, il quale sosteneva in Russia e Europa (1869) che i valori e le istituzioni della civiltà occidentale non fossero universali. Per lui, la Russia faceva parte di una civiltà slavo-bizantina separata e distinta dall’Occidente. Secondo tale visione, dunque, il compito della politica estera russa sarebbe dovuto essere quello di consolidare questo spazio di civiltà, liberando i suoi territori dai gioghi asburgico e ottomano. Una visione, quest’ultima, che ha prodotto ampia risonanza, manifestandosi negli appelli degli ultimi anni per l’emergere di un’unione politica ed economica euroasiatica distinta dall’Unione Europea.

Europea ma non occidentale

A partire dalla metà del XIX secolo, al paradigma slavofili-occidentalisti è stata riconosciuta una crescente prominenza al punto tale che esso, oggi, suggerirebbe la presenza di due campi opposti all’interno della società russa. Tuttavia, l’uso continuo di questo binomio è troppo semplice per riflettere la vera complessità della Russia post-sovietica. Esso infatti oscurerebbe l’attuale presenza di un consenso generale tra i russi e, a quanto pare, anche tra molti europei, circa il posto della Russia nei confronti dell’Occidente. In un recente studio, Alexander Lukin ha concluso che “la maggior parte dei russi ritiene che il proprio paese sia culturalmente più vicino al mondo occidentale, sebbene non sia ‘occidentalizzato’ abbastanza dal punto di vista economico e psicologico.”

Questa incertezza sulle relazioni tra Russia e mondo occidentale non è solo un gioco di società d’élite, ma si riflette anche e soprattutto ai massivi livelli della leadership moscovita. L’intervista del presidente Vladimir Putin alla BBC, nel marzo del 2000, incapsula appieno l’ambivalenza generale che ancora permane all’inizio del nuovo millennio sulla Russia e l’Occidente. Alla domanda sull’espansione verso est della NATO e su un’eventuale adesione della Russia, il neoeletto presidente risponde: “La Russia fa parte della cultura europea. E non riesco a immaginare il mio paese isolato dall’Europa“.

Con la fine della guerra fredda, l’establishment del Cremlino era fortemente convinto che a Mosca fosse rimasta una sola alternativa: la piena inclusione della Russia nel costituito ordine euro-atlantico. Tale convinzione viene esposta anche dal successore di Putin, Dmitrij Medvedev, qualche anno più tardi. Nel giugno del 2008, il presidente entrante propone una nuova architettura di sicurezza europea, sostenendo che ‘i problemi dell’Europa non saranno risolti fino a quando non verrà stabilita la sua unità, una totalità organica di tutte le sue parti integrali, compresa la Russia’. In quel contesto Medvedev identificò gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Russia come i “tre rami della civiltà europea”.

Gli sforzi di incorporare la Russia in un nuovo accordo di sicurezza post-guerra fredda non hanno tuttavia prodotto i loro frutti. L’annessione della penisola di Crimea da parte di Mosca e l’istigazione del separatismo ucraino nella regione del Donbas nel 2014 hanno peggiorato la sua relazione con l’Unione Europea, mentre gli sforzi ucraini di integrazione con l’Occidente e di allentamento dei legami con il Cremlino hanno contribuito a far pensare che il futuro della Grande Madre sia più legato ai suoi vettori meridionali e orientali, lontano cioè dall’Europa. Alla fine della storia, il presupposto che guidava la politica europea e americana era che le successive generazioni post-sovietiche sarebbero state più amichevoli nei confronti dell’Occidente e propense a sostenere una convergenza tra la Russia e il mondo euro-atlantico.

Cosa ne pensano i russi?

Secondo l’ultimo sondaggio condotto dal Levada Center, i giovani russi tra i 14 e i 29 anni, ovvero coloro che sono cresciuti senza una memoria diretta della guerra fredda, sono più sospettosi nei confronti degli Stati Uniti e meno propensi a considerarsi europei. La maggioranza dei giovani russi diffida dalla NATO più di ogni altra organizzazione e non è d’accordo sul fatto che la Russia possa essere ritenuta un paese europeo. Il 58% non è d’accordo con la dichiarazione che la Russia sia un “paese europeo” e il 64% ritiene che la Russia sia in conflitto con l’Occidente. Inoltre, una minoranza significativa – il 42% – è d’accordo con l’affermazione secondo cui le relazioni tra Russia e Occidente “saranno sempre contrassegnate da diffidenza”.

Questo suggerisce che, mentre ci spostiamo verso la metà del ventunesimo secolo – momento in cui si verifica una transizione generazionale nella leadership russa -, i russi di oggi potrebbero essere meno inclini a cercare un senso di appartenenza in Occidente (forse perché insoddisfatti, forse perché semplicemente rassegnati) e a delineare un corso indipendente nella affari internazionali.

Per saperne di più:

Russia: Come tradurre l’identità nazionale? I russi si chiedono chi sono

Slavofilismo e occidentalismo: attualità di un’antica controversia

RUSSIA: Il dibattito tra Occidente e Oriente. Una questione vecchia di secoli

SLAVIA: Slavofili e occidentalisti, quale destino per la Russia?

Immagine: pinterest.com

Chi è Gianmarco Riva

Nato e cresciuto in Brianza, laureato in Scienze della Mediazione Linguistica e Culturale a Milano, si trasferisce a Bologna alla volta degli studi magistrali. Appassionato di sicurezza energetica e studi strategici, nel 2019 vince il premio "E-International Relations" con un saggio sul potenziale dell'autosufficienza energetica di Kaliningrad. Attualmente laureando in Scienze Politiche, da dicembre 2019 collabora con East Journal per la redazione Europa Orientale.

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