RUSSIA: Come tradurre l'identità nazionale? I russi si chiedono chi sono

da LIONE – Il problema dell’identità nazionale sta diventando sempre più una questione di primissimo piano: “cosa significa appartenere a una nazione?” è una domanda ricorrente che acquista una certa importanza se riflettiamo alle ragioni che hanno spinto gli scozzesi a indire un referendum per l’indipendenza, o alle manifestazioni che invadono la Catalogna o alla crisi che divide l’Ucraina. In Russia i dibattiti a riguardo non mancano, soprattutto perché essere russo è complicato anche dal punto di vista linguistico.

“Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”

Il dipinto di Paul Gauguin del 1897, che pone i massimi quesiti esistenziali dell’uomo, torna ad essere un’opera contemporanea. Quelle stesse domande che si rivolge il famoso pittore rispuntano a galla non appena si affronta un dibattito sull’argomento dell’appartenenza a una determinata nazione, etnia o cultura. Il tema è decisamente delicato e complesso e proprio per questo alcuni intellettuali russi hanno deciso di discuterne apertamente per vederci più chiaro.

Secondo le regole ufficiali di oggi, un popolo è un insieme di persone che vivono nello stesso territorio, parlano una stessa lingua e hanno una sola cittadinanza. Semplice, no? Secondo questa breve definizione, le differenze di etnia, di religione, di mentalità, di cultura non sono quindi rilevanti. Ma è davvero così? Allora, come si chiede lo scrittore russo Michail Veller in uno dei sui saggi, se vado in Belgio, imparo il francese e ottengo la cittadinanza, sono belga? Se dopo 3 anni vado in Germania, imparo il tedesco, ottengo la cittadinanza, mi sposo, mettiamo, con una tedesca, divento tedesco? E ancora dopo tre anni vado in America, conosco l’inglese, ottengo la cittadinanza, sono americano? E se vado in Cina, e imparo il cinese, e ottengo la cittadinanza, dovrete chiamarmi cinese? Posso diventare somalo o boscimano? Posso diventare eschimese?

Russkij o rossijanin? Questo è il problema

Linguisticamente parlando il russo è una delle uniche lingue che riesce a distinguere con il semplice uso di due parole (russkij e rossijjanin) l’appartenenza allo stato e l’appartenenza etnica di un cittadino. Ma spieghiamo meglio come:

Russkij (Русский) – In russo è un aggettivo e non un sostantivo, che viene utilizzato fin dal X secolo; esso deriva dal termine Rus’ e assume il significato di “russo” nel suo senso etnico e culturale. Per essere più precisi, fa riferimento al popolo russo, alla sua lingua, alla sua cultura e ai suoi usi e costumi, nonché alla Russia stessa, al suo territorio e alla sua storia. Nei documenti ufficiali, se sì parla di nazionalità, viene usato il termine russkij.

Rossijanin (Pоссиянин) – Il termine rossijanin entra a far parte del lessico fin dall’XI secolo (anche se con alcuni cambiamenti fonetici) e deriva dalla parola Rossija (Russia). Esso indica il cittadino russo appartenente alla Federazione russa, indipendentemente da quale sia la sua etnia o la sua cultura, e proprio per questo il suo significato è molto più vasto di russkij.

Per poter capire un po’ meglio la differenza fra i due termini, che creano già di per sé confusione all’interno della cerchia dei russofoni, l’esempio potrebbe essere quello di un tataro (abitante del Tatarstan) o di un jakuto (abitanti della Jakutija) che vivono entrambi nel territorio russo e sono di conseguenza rossijane ma non russkie, in quanto etnicamente non appartengono a questa cultura.

La vera difficoltà è che entrambi i termini vengono tradotti in italiano con un unico vocabolo: russo. Come in molte altre lingue (inglese, francese, spagnolo, etc…) l’italiano decide di semplificare senza un motivo apparente, non rendendosi conto però che la questione non è così semplice come si può pensare.

Aleksandr Dugin, politologo e filosofo russo, e politicamente molto vicino a Limonov, ritiene che il problema sta nel fatto che i paesi occidentali guardano all’identità sotto un unico aspetto, quello dell’appartenenza allo stato, perciò è inevitabile che per loro russkij e rossijanin diventino un unico lemma: russo. Rossijanin, secondo l’opinione di Dugin, significa appartenere alla nazione, ovvero esserne cittadino, mentre russkij è qualcosa che non si sceglie, qualcosa di intrinseco alle proprie radici etniche e di sangue. Il filosofo aggiunge inoltre che la Russia deve ritrovare le sue vere radici staccandosi dall’idea di voler assomigliare per forza all’Occidente perché la cultura russa, sebbene da sempre influenzata da quella occidentale, non si identifica con la storia europea e gli eventi storici che l’hanno caratterizzata.

Konstantin Krylov, giornalista e pubblicista russo, ricorda che l’uso del termine rossijanin, sebbene dichiarato come termine lomonosoviano, rimane oggi legato all’epoca di Boris El’cyn: negli anni ’90, il presidente preferiva infatti utilizzare questo vocabolo per rivolgersi al popolo russo, anziché quello più popolare di “compagni” o “cittadini”. Lo scrittore russo Leonid Žuchovickij aggiunge che rossijanin era diventato, con il crollo dell’URSS, un termine assolutamente necessario.

Oggi, Vladimir Putin si serve di una nuova espressione, più neutra e ampia: “dorogie sootečestvenniki”, letteralmente “cari compatrioti”.

Russkij e rossijskij nell’uso comune

Sotto il regno di Pietro I, i due termini venivano spesso mescolati e durante i secoli spesso si sono sostituiti l’un l’altro in funzione degli eventi storici.

Tutte le guerre condotte dall’impero russo (rossijskaja imperija) erano chiamate russkie: le guerre russo-turco (russko-tureckie voijni), la guerra russo-giapponese (russko-japonskaja vojna). Gli stessi ufficiali e militari erano russkie e non rossijane. L’Armata Russa, fino al 1919, era chiamata Russkaja Armija e non Rossijskaja.

Il termine russkij viene usato oggi per parlare, ad esempio, della cultura (russkaja kul’tura), della letteratura (russkaja literatura), degli usi e costumi (russkaja tradicija o russkij charakter); mentre viene utilizzato invece il termine rossijskji per parlare del territorio: le strade (rossijskie dorogi), l’esercito (rossijskaja armija).

Non per niente si parla di Rossijskaja Federacija (e non Russkaja!), in quanto un cittadino potrebbe benissimo abitare nel territorio russo ma non parlare nemmeno una parola di russo.

E, infine, la cosa fondamentale: la lingua. La lingua russa è russkaja e non rossijskaja.

Ma come considerare allora uno scrittore? Chi scrive in lingua russa viene considerato come un russkij pisatel’ (scrittore russo) altrimenti, come afferma Leonid Žuchovickij, la Russia dovrebbe togliere dall’elenco il sommo poeta nazionale Aleksandr Puškin e con lui Nikolaj Gogol’, Ivan Turgenev e perfino Nikolaj Karamzin, autore di “Storia dello stato russo”, di origini tatare.

La questione sull’identità nazionale resta di grande attualità in Russia, non solo fra linguisti e filosofi ma anche fra politologi e giornalisti.

Leonid Žuchovickij conclude il dibattito affermando “russkie e rossijane formano un unico popolo. E se così non è, significa che la Russia si sfracellerà e morirà”.

Chi è Claudia Bettiol

Laureatasi in Traduzione e Mediazione Culturale a Udine con una tesi sulla diatriba tra slavofili e occidentalisti, e grande appassionnata di architettura sovietica, per East Journal si occupa dell'area russofona. Le sue esperienze oltreconfine finiscono sempre per essere rivolte verso Est, forse perché nata nel 1986 e lo stesso giorno di Michail Gorbačëv. Dopo un anno di studio alla pari ad Astrakhan, un Erasmus a Tartu e un volontariato a Sumy, ha lasciato definitivamente l'Italia per Kiev, dove attualmente abita e lavora.

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3 commenti

  1. Cara Claudia

    quando citi Dugin parli di “radici etniche e di sangue”. Questa è l’idea di Dugin ma anche di tutto il nazionalismo razziale (se si parla di “sangue” non si parla di etnia, ma di razza) del secolo scorso. Secondo tali teorie l’appartenenza a un gruppo è innata. Lo decide, appunto, il sangue. Sappiamo però che nessun gruppo umano è “biologicamente puro”, nemmeno i russi la cui storia li ha visti – dopo la differenziazione dal grande ceppo slavo – subire l’influenza scandinava e quella tataro-mongola. I russi sono così “puri” nel loro sangue che la stessa parola “rus” non è un termine slavo, ma balto-finnico, e non si riferiva agli slavi ma ai popoli della penisola scandinava. I “russi” hanno preso il nome dai loro dominatori scandinavi, a testimonianza del grado di fusione tra i due gruppi (quello slavo e quello normanno). Parlare di “sangue” è estremamente scorretto sotto ogni aspetto: storico, antropologico e biologico. Storico, perché i russi non sono stati un gruppo etnicamente chiuso. Biologico, perché il “sangue” russo non è solamente slavo. Antropologico, perché l’identità di un gruppo di individui non è determinata dal sangue ma dall’adesione a un sistema culturale quindi Mohammed, se parla russo, beve la vodka a pranzo, prega il dio degli ortodossi e conosce Puskin a memoria, può tranquillamente sentirsi russo e nessuno può dirgli che non è vero, perché l’identità non è calata dall’alto ma una scelta dal basso, è individuale e non politica. Dugin quindi può dire quel che vuole, ma la sua retorica nazionalista andrebbe presa con le pinze.

    Matteo

  2. Credo che l’autrice dell’articolo volesse sottolineare un particolare che per noi italiani o occidentali è poco comprensibile, e cioè un cittadino della Federazione Russa ha un passaporto per l’estero che indica che appartiene alla Fed.russa ma può esser baskiro o tataro , inguscio o Russo mentre su quello che è il passaporto interno, una specie di nostra carta d’identità viene indicata la sua vera nazionalità cioè ucraino inguscio tataro o russo o anche tedesco, questo per differenziare e sottolineare la moltitudine di etnie che compongono la Fed.Russa, in effetti se uno va in Tatarstan o in Basckortostan può notare queste differenze anche somatiche tra cittadini russi basckiri o tatari, ogni uno con sue tradizioni e anche lingua ma tutti appartengo alla Fed russa quindi per noi tutti Russi ma in realtà non tutti Ruskji ma Rossijianin.
    Va però anche detto che in caso di figli i cui genitori siano “misti” ossia un baskiro con un russo o un tataro con baskiro si può decidere all’anagrafe quale nazionalità appartenere il figlio se a una o all’altra, mentre se entrambi i genitori sono di una una nazionalità la scelta è obbligata.
    Se poi si vuole disquisire che non esiste un popolo puro, andando indietro nel tempo e nella storia sono d’accordo ma allora siamo tutti africani visto che 2 milioni di anni fa gli ominidi migrarono e invasero l’eurasia, creando il ceppo caucasico etc etc ……però diventa difficile dire che un russo russo è uguale ad un Backiro ( che ha gli occhi a mandorla) o ad un caucasico (scuro di carnagione), nonostante siano tutti della Fed. Russa.

  3. Giustamente è stato sottolineato la profonda commistione che come in tutte le grandi culture (non solo europee) caratterizza fin dalle origini la cultura russa. Anzi una cultura è vincente quando riesce ad attrarre, ed assorbire altre tradizioni culturali. Alle basi della nostra civiltà occidentale vi è il travaso della cultura greca in quella romana. Operazioni di “purificazione” e “recupero delle origini” sono per loro natura antistoriche e artificiali.
    Altro discorso sono le correnti di pensiero che richiamandosi ad una “tradizione” rifiutano uno sviluppo o un apporto bollato come “estraneo”. Tipico esempio è la contestazione dell’illuminismo e della rivoluzione francese in nome della “tradizione” variamente definita: in fondo Dugin contesta e rifiuta in nome di una “originale” (e non meglio definita) cultura russa la (forzata) occidentalizzazione voluta da Pietro e Caterina. Non a caso qualcuno vorrebbe resuscitare il termine Moscovia in contrapposizione alla Russia di San Pietroburgo (fino al 1914 St. Petersburg).
    Fino alla prima guerra mondiale l’impero zarista poteva essere definito uno stato multinazionale, ma molti lo considerano, forse più correttamente, un impero coloniale egemonizzato dall’etnia bianca e “occidentalizza” russa. L’ideologia marxista anticolonialista arrivata al potere con la rivoluzione bolscevica escogitò l’escamotage della Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche per salvare il principio dell’uguaglianza tra le varie etnie e l’egemonia di fatto di una di esse. E la Federazione Russa dell’età putiniana ha cancellato il “tutti liberi” dei primi anni ’90, e anzi sta attivamente recuperando il terreno andato perso.
    Le sottigliezze terminologiche cercano solo di coprire una realtà politica piuttosto consolidata.
    Che Dugin poi veramente influenzi le scelte di Putin, o che quest’ultimo abbia bisogno dei paludamenti pseudo ideologici del primo, è piuttosto discutibile e controverso.

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