Sarajevo: la globalizzazione del Sebilj

Uno dei simboli universalmente conosciuti di Sarajevo – oltre alla Vijećnica e a Vučko, la mascotte delle olimpiadi 1984 – è il Sebilj, la fontana lignea che si erge in mezzo al leggero pendio della piazza della baščaršija, nel centro storico ottomano della capitale bosniaca.

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Un sebil, nell’architettura islamica, è un chiosco in pietra con un attendente che dispensa acqua, spesso costruito presso gli incroci e all’esterno delle moschee per permettere ai viaggiatori di purificarsi. Con il tempo, la parola è venuta a indicare anche una semplice fontana monumentale. Un chiosco di questo tipo (qui in una foto del tardo ‘800) esisteva già da metà ‘700 – l’epoca di Mula Mustafa Bašeskija. Dono del governatore Hadži-Mehmed-Paša Kukavica, serviva l’attiva vita commerciale del bazar sarajevese, e la vicina moschea della baščaršija.

Ma è solo con l’amministrazione asburgica, a fine ‘800, che il Sebilj sarajevese assume la sua forma odierna. Artefice ne è Alexander Wittek, che realizza una fontana in legno di forme neomoresche – lo “stile nazionale” dei musulmani bosniaci secondo gli stilemi asburgici del tempo. Il suo sebilj è uno slanciato chiosco esagonale con intricati pannelli lignei, ispirati alle grate delle fontane barocche di Istanbul, e un tettuccio sormontato da cupola. Con il Sebilj del 1891 e la Vijećnica del 1896, su cui lavora assieme ad altri architetti asburgici come Karl Paržik, Wittek dà forma e immagine a quello che resterà il volto di Sarajevo per i secoli a venire.

Il Sebilj di St.Louis, Missouri

Ma il Sebilj di Sarajevo non si accontenta di entrare nella storia. Da vera icona pop-art, si moltiplica nel tempo e nello spazio. Nel 1989 una replica del Sebilj viene inaugurata a Belgrado, ai piedi di Skadarlija, la zona del centro storico che più richiama alla mente le atmosfere della baščaršija sarajevese, come segno dell’amicizia tra le due città jugoslave – amicizia che purtroppo non durerà a lungo.

Nel 2013 un Sebilj compare a St.Louis, Missouri, città dove più si concentra la comunità bosgnacca negli Stati Uniti, come dono per il 250esimo anniversario della fondazione. Altre repliche appaiono a Novi Pazar, Tuzi e Rožaje, città a maggioranza bosgnacca della regione del Sandžak, in Montenegro. L’icona del Sebilj è divenuta ormai simbolo dell’identità bosgnacca.

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Il Sebilj di Hamamönü, Ankara

Il Sebilj non si ferma lì, tuttavia. Anche in Turchia, il manufatto di Wittek viene copiato a Bursa, Konya, Ankara. Nella capitale della repubblica turca, nell’ormai gentrificato quartiere storico di Hamamönü, zona di case tradizionali di legno, la replica del Sebilj fa bella mostra come elemento ormai riappropriato di ciò che una volta era uno stile orientalizzante.

Come spiega Carlo Pallard, “il Sebilj è ormai diventato un simbolo universalmente riconosciuto dell’architettura e della civiltà ottomana, pur non essendo stato fatto dagli ottomani. Si tratta di una imitazione lignea dei sebil turchi, che sono tutti in pietra (e in questo sta l’innovazione neo-moresca). Ma l’architettura storica turca è per lo più in legno: il Sebilj di Sarajevo appare quindi paradossalmente più autentico e più in stile con i quartieri storici turchi, con i konak in legno, di quanto non lo siano i sebil originali.”

Foto: Ben Snooks, Wikicommons

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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