GEORGIA: Le relazioni con l’Iran alla sfida dei tempi nuovi

Nel diciassettesimo secolo, Tamuriaz, re e poeta georgiano cresciuto ad Esfahan, allora capitale dell’Impero persiano, scriveva: “La poesia persiana ha instillato in me la musicalità”. Il rapporto tra Iran e Georgia è un tema interessante e controverso, per le profonde interconnessioni che legano i due paesi e per la divergenza di interessi che al contempo li separa. L’attuale Iran per la Georgia è sempre stato un vicino di grande rilievo non solo economico e commerciale, ma anche strategico, sebbene il suo ruolo sia spesso trascurato nell’analisi degli equilibri regionali del Caucaso meridionale a favore dell’ingombrante vicino russo, che finisce spesso per egemonizzare il discorso politico.

Georgia e Iran nei caotici anni ’90

Correva l’anno 1991: l’Unione Sovietica, dissolvendosi, si preparava ad affrontare il dramma della transizione economica al capitalismo e i conflitti in Abcasia e Ossezia del Sud iniziavano ad esplodere, quando i georgiani scelsero la strada dell’autodeterminazione con un referendum che sancì il recupero della sovranità statale. L’Iran fu allora tra i primi paesi a riconoscerne non solo l’indipendenza, ma anche l’integrità territoriale, creando così le basi per la costruzione di duraturi legami tra i due paesi.

Le preoccupazioni di Washington non si fecero attendere. L’assunzione di fisici georgiani nel complesso nucleare iraniano, l’acquisto da parte di Teheran di componenti di un reattore presente in Georgia e la sparizione di notevoli quantità di uranio e materiali radioattivi allarmarono infatti l’amministrazione di G.H. Bush, tanto che l’allora presidente Shevarnadze sostenne la necessità di risolvere la situazione evitando di provocare tanto il vicino Iran quanto l’essenziale partner americano.

Anche Tbilisi, d’altro canto, non poteva guardare con favore la crescente cooperazione tra Mosca e Teheran e finiva spesso per rinunciare al ruolo di mediatore e di transito che la sua posizione naturalmente offriva.

Tra la rivoluzione delle rose e la guerra del 2008: la fine del buon vicinato?

In seguito alla rivoluzione delle rose del 2003, che segnò l’ascesa al potere di Mikheil Saakashvili, la Georgia tagliò definitivamente i ponti con il proprio passato sovietico e fece dell’integrazione euro-atlantica la propria assoluta priorità.

Neppure questo tuttavia fu sufficiente a decretare la morte del buon vicinato con Teheran, tanto che se da un lato G.W. Bush nel 2005 in una Liberty Square entusiasta definiva la Georgia “faro di libertà”; dall’altro, in seguito al danneggiamento del gasdotto russo che nel 2006 bloccò le forniture di gas alla Georgia, fu proprio l’Iran ad intervenire utilizzando le infrastrutture azere per rifornire Tbilisi.

Anzi, fu proprio la leadership filoamericana di Saakashvili a semplificare la registrazione nel settore imprenditoriale, a introdurre agevolazioni fiscali per gli investimenti iraniani, sino ad arrivare, nel 2010, ad abolire ogni requisito di visto per i cittadini iraniani.

Trump, Soleimani e l’escalation di una conflittualità mai sopita

Le tensioni derivanti dallo stridere tra l’allineamento della Georgia con il blocco NATO e l’interesse di Tbilisi a mantenere un legame con Teheran non sono destinate a risolversi in breve tempo. L’amministrazione Trump ha infatti esacerbato le rivalità tra Washington e Teheran, portando, con l’abbandono dell’accordo sul nucleare, a una progressiva escalation della conflittualità americano-iraniana.

La reintroduzione delle sanzioni all’Iran, l’esplosione delle petroliere nel Golfo dell’Oman, l’abbattimento di un drone americano nello stretto di Hormuz sino all’assassinio del generale Soleimani non possono non destare preoccupazioni nel piccolo e vicino Caucaso, che per la propria sicurezza deve fare affidamento sui rapporti con potenze mondiali e regionali.

Dovrà la Georgia rinunciare alle relazioni col vicino Iran in nome dell’integrazione euroatlantica? Tale eventualità chiaramente preoccupa i rappresentanti georgiani; così, lo scorso gennaio, il primo ministro Giorgi Gakharia affermava che “ogni tensione rischia di causare enormi problemi per la nostra sicurezza e la nostra economia” e sosteneva l’importanza di trovare alternative pacifiche.

La prospettiva di una completa rottura delle relazioni tra Tbilisi e Teheran sembra in realtà improbabile: se l’annessione all’impero russo e l’appartenenza all’Unione Sovietica non sono state sufficienti a recidere definitivamente i legami tra i due paesi, difficilmente lo sarà il loro diverso allineamento geopolitico nell’epoca del multilateralismo.

È certo possibile, però, che le relazioni tra i due siano costrette a ristagnare tra saltuari segnali di apertura e fasi di relativo raffreddamento, sino a quando il contesto internazionale non permetterà loro di definire più proficui scenari di cooperazione. In fondo, come osservava alcuni anni or sono il politologo Alexander Rondeli, “l’Iran è proprio qui, non si può ignorare la geografia”.

Immagine: Wikicommons

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