UCRAINA: Il ritorno di Saakashvili. Chi non muore, si rivede

La notizia che incornicia il primo anniversario della vittoria elettorale del presidente Volodymyr Zelensky è di quelle pesanti. No, non si tratta della pace nel Donbass. E nemmeno della de-oligarchizzazione del paese. Stiamo parlando del possibile ritorno dell’ex presidente georgiano, già governatore della regione di Odessa, gran mattatore di folle, Mikhail Saakashvili. Un ritorno come si deve, tra l’altro. Misha non torna in vacanza, a godersi la meravigliosa fioritura degli ippocastani di Kiev. Ci torna per una nuova poltrona che lo aspetta, quella del vice primo ministro con il compito di supervisionare il processo di riforma. Quali riforme, verrebbe da chiedersi. Ma questa è un’altra storia.

Le mille vite di Saakashvili

Per chi scrive – non me ne voglia il lettore – è davvero difficile parlare ancora di Mikhail Saakashvili. Ogni volta che finisce l’ennesimo scandalo che lo vede coinvolto, sembra davvero poter essere l’ultima. E ogni volta, a quanto pare, è solo l’inizio di una nuova serie. Non fosse per la quarantena e per i malanni di Boris Johnson, i famosi allibratori inglesi starebbero ora probabilmente aprendo le scommesse: ‘quanto durerà la luna di miele tra Saakashvili e Zelensky?’, ‘Quale sarà il primo membro del governo con cui litigherà l’ex presidente georgiano?

Saakashvili non ha davvero bisogno di presentazioni. Presidente georgiano tra il 2004 e 2013, incoronato dalla rivoluzione delle rose e finito in disgrazia quando il fervore rivoluzionario si era esaurito. Nel mezzo: il conflitto con la Russia, nell’agosto 2008, gli elogi per le riforme, le accuse di abuso di potere e crescente autoritarismo.

Poi Maidan e l’Ucraina. Nel 2015 diventa governatore di una delle regioni più importanti del paese, Odessa, ma già nel 2016 entra in rotta di collisione con l’allora presidente, Petro Porošenko. Si dimette, e la sua storia personale prende i contorni di un film in cui l’eroe si trova imprigionato su un treno impazzito che corre inesorabile verso il precipizio. Così, ai guai giudiziari in Georgia, si aggiunge il ritiro del suo passaporto ucraino. Tra un arresto e l’altro, Saakashvili non finisce esattamente sul ciglio del precipizio, ma sul tetto di un palazzo di Kiev, da dove cerca di richiamare la folla per evitare l’ennesimo arresto. L’ultimo, si credeva.

Ma Misha è un uomo di spirito caucasico e con buoni contatti a ovest, dove ancora viene visto da qualcuno come un riformatore. Come fosse un premio che si vince accumulando punti della spesa, dopo l’arrivo al potere nel 2019 Volodymyr Zelensky gli restituisce la cittadinanza ucraina. Saakashvili crea un nuovo partito, partecipa alle elezioni parlamentari, totalizza un umiliante 0,46%. Adesso sì, sembra la fine (politica s’intende). Il precipizio è lì, a vista d’occhio, e non c’è più tempo per fermare il treno.

Ritorno al futuro. Un anno di Zelensky

L’ennesimo salto carpiato e l’annuncio dell’ennesimo ritorno di Saakashvili, qualsiasi cosa uno possa pensare dell’ex presidente georgiano, non può essere visto con ottimismo. Il tanto atteso cambio di marcia, anche solo dal punto di vista simbolico, che molti si aspettavano dal presidente Zelensky sembra essere stato rimandato sine die. Il presidente e la sua super-maggioranza in parlamento sembrano navigare a vista un po’ su tutti i capitoli tanto decantati in campagna elettorale, dalla guerra nel Donbass alla lotta alla corruzione, dalla riforma del sistema sanitario ad una maggiore indipendenza dai prestiti e vincoli imposti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Proprio in questi giorni il tema caldo a Kiev, sul quale si è spaccata la maggioranza, è di nuovo il pacchetto di riforme imposto dal FMI per la concessione dell’ennesimo prestito. Non c’è tempo per valutare quale potrebbe essere l’impatto della liberalizzazione del mercato della terra e dell’ennesima riforma del sistema bancario che concede ulteriori poteri alla Banca centrale. “Lo chiedono i partner occidentali”, bisogna fare in fretta, come sempre.

Ecco, cosa c’entra con tutto questo Saakashvili? Tutto e niente. È quasi inutile speculare su quanto il suo ritorno possa essere una mossa dimostrativa per tranquillizzare i partner occidentali, dove, come dicevamo, il nostro eroe gode ancora di una certa fama. O quanto possa servire come segnale interno, verso il crescente malumore non solo dell’elettorato, ma soprattutto della maggioranza di governo che sembra giorno dopo giorno sempre più incapace di trovare una linea comune.

Misha il riformatore, ancora?

Il ritorno di Saakashvili oggi, suo malgrado, rappresenta simbolicamente tutte le contraddizioni dell’Ucraina. Il suo perenne fare un passo avanti e due indietro. Il suo masochismo, nel commettere, volta dopo volta, gli stessi errori. E, infine, la sua ingenuità che sfocia nella perenne speranza che qualcuno o qualcosa possa dal nulla invertire la rotta di quel treno che corre a gran velocità verso il precipizio.

Per quanto riguarda il buon Misha, non dovremmo stupirci se il prossimo articolo dedicatogli su queste pagine sia davvero quello che celebra l’inaugurazione del nuovo presidente ucraino, ‘Misha il riformatore’. Visti i suoi trascorsi con Shevardnadze e Porošenko non sarebbe poi così sorprendente. Si fa per ridere ovviamente. Ma considerando le mille vite di Saakashvili, da far invidia persino ai gatti, nemmeno troppo. “Mai successo prima, e ora di nuovo”, come avrebbe detto Viktor Černomyrdin. Zelensky è avvisato.

Foto: Reuters / G.Garanich

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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