UNIONE EUROPEA: Ha senso combattere la propaganda russa con altra disinformazione?

Mentre il mondo intero è impegnato a lottare contro quella che molti hanno definito essere la più grave pandemia della storia, sembra che a impensierire l’Unione Europea sia un altro tipo di virus: l’infida, onnipresente e onnicomprensiva “disinformazione russa”.

Il caso di EUvsDisinfo, progetto di punta della task force East StratCom, istituzione creata e finanziata dall’Unione Europea con lo scopo di combattere la disinformazione, e che invece la disinformazione ha usato a sua volta, mostra quanto scivoloso e aleatorio sia il tema che comunemente passa sotto il nome di fake news, e quanto gli strumenti utilizzati per contrastarlo siano potenziali armi a doppio taglio.

Disinformazione e contro-disinformazione

Non si può negare che una delle ragioni per cui vengono adottate misure di contro-disinformazione è che esse offrono l’opportunità di guadagnarsi il dominio della discussione e cambiarla in qualcosa più favorevole ai propri scopi. L’analisi di informazioni contraddittorie è però un processo complesso che richiede rigorosa ricerca e un attento esame dei messaggi veicolati, nonché dei canali mediatici utilizzati.

La disinformazione, come un virus, sconquassa l’ecosistema mediatico nella sua totalità, foraggiandolo con notizie ingannevoli più e meno plausibili. A un tempo, trova nutrimento da questo stesso ambiente “infettato”, arrivando a proporsi all’utente sotto sempre nuove sembianze, giungendo infine alla sua forma antitetica: la contro-disinformazione, ovvero la proposta di una verità alternativa e, nella sua essenza, vera, che va a smontare le altre, definendole “disinformazione”.

Si arriva quindi al paradosso: la disinformazione che esibisce con orgoglio la patente di contro-disinformazione. Ne segue che, se il processo di contro-disinformazione risulta essere di scarsa qualità poiché affidato a mani poco esperte, ci si espone al rischio che tale diventi, a sua volta, una campagna di disinformazione. Un rischio che Bruxelles pare si sia dimostrata incline a correre. Il prezzo da pagare: trovarsi nel mirino di una dirompente tempesta politica.

Sotto l’occhio di bue questa volta ci è finito EUvsDisinfo: il progetto di punta della task force East StratCom del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), istituito dal Consiglio europeo nel 2015 per rispondere alle campagne di disinformazione da parte della Russia. Ad analizzare il materiale prodotto dalla Task Force sono stati Stephen Hutchings e Vera Tolz, entrambi professori di cultura russa presso l’Università di Manchester. In un recente studio i due studiosi hanno esaminato oltre un centinaio di report su presunte teorie del complotto legate al coronavirus e attribuite al Cremlino, scoprendo come questi siano coinvolti in una vera e propria manipolazione mediatica. Gli articoli prodotti da EUvsDisinfo miravano a confutare in maniera allarmante la validità di tali teorie sulla base di prove accertate, o quasi.

La modesta verità dei fatti

Secondo quanto riportato, pare che, oltre a lasciare dichiarazioni parzialmente false, i metodi di lavoro utilizzati da EUvsDisinfo siano particolarmente problematici. Frasi estrapolate dal contesto e riformulate in modo inflazionato – spiegano Hutchings e Tolz – incoraggiano una lettura errata e corroborano in maniera pericolosa una narrazione mediatica che diventa virale nel giro di pochi giorni. Un esempio fornito dai due autori fa riferimento a una dichiarazione che mette in cattiva luce il programma russo di discussione politica “The Big Show” (БОЛЬШАЯ ИГРА), accusandolo di aver trasmesso una teoria complottista secondo cui il virus sarebbe stato creato nei laboratori di Porton Down nel Regno Unito. Tuttavia, la dichiarazione non specifica che, in realtà, tale teoria sia respinta dal co-moderatore dello spettacolo, il quale, durante il programma, afferma ripetutamente di non credervi. 

Un altro problema che si presenta è legato all’utilizzo ingiustificato della vaga nozione “propaganda pro-Cremlino” (pro-Kremlin propaganda), con la quale si identificano, erroneamente, programmi web di fatto indipendenti dallo stato. Questi ultimi, tra l’altro, includono siti di estrema destra che in realtà sono, spesso e volentieri, estremamente critici nei confronti del regime di Putin. L’uso errato di questa nozione già in passato aveva spinto la Commissione a sospendere l’attività di EUvsDisinfo a seguito di ripetute critiche mosse da parlamentari e giornalisti sul fatto che l’operato della piattaforma violasse la libertà di parola.

I problemi di fondo

Com’è possibile che un’istituzione creata e finanziata dall’Unione Europea con lo scopo di combattere la disinformazione, finisca lei stessa col produrla? Due sono le principali ragioni riportate dallo studio in esame. Da un lato vi è un profondo fraintendimento di come funzionino i media nei sistemi neo-autoritari: spesso le affermazioni di giornalisti europei sulla Russia si basano sulla falsa percezione che il Cremlino controlli costantemente ogni canale mediatico, quando in realtà numerosi sono i mezzi di comunicazione in lingua russa che rimangono indipendenti: tra questi in primo luogo Novaja Gazeta, ma anche Meduza (la cui redazione, composta da giornalisti russi, ha però sede in Lettonia).

Dall’altro lato vi è la tendenza a esternalizzare servizi statali a terze parti – le quali, il più delle volte, risultano peccare delle qualifiche e competenze necessarie a svolgere i compiti richiesti. Inoltre, i presunti 400 volontari a cui la task force di East StratCom si affida operano in uno spazio post-sovietico comprensibilmente saturo di sentimenti russofobi dai quali, a volte, può risultare difficile svincolarsi.

Non è la prima volta che EUvsDisinfo finisce sotto i riflettori. La sua reputazione, infatti, aveva già subito un duro colpo nel 2018 a seguito di una controversia sorta dopo che tre emittenti televisive olandesi erano state accusate dall’Unione Europea stessa di aver diffuso presunte fake news sulla situazione politica in Ucraina. I media olandesi, appoggiati dal governo, vinsero la causa sostenendo che le relazioni prodotte fossero inequivocabilmente fattuali e oggettive. Da allora EUvsDisinfo sembrava aver ricalibrato la propria attitudine. A quanto pare, però, il lupo ha perso il pelo ma non il vizio.

Immagine: datainnovation.org

Chi è Gianmarco Riva

Nato e cresciuto in Brianza, laureato in Scienze della Mediazione Linguistica e Culturale a Milano, si trasferisce a Bologna alla volta degli studi magistrali. Appassionato di sicurezza energetica e studi strategici, nel 2019 vince il premio "E-International Relations" con un saggio sul potenziale dell'autosufficienza energetica di Kaliningrad. Attualmente laureando in Scienze Politiche, da dicembre 2019 collabora con East Journal per la redazione Europa Orientale.

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