RECENSIONI: “La caduta. Dalla morte di Stalin al crollo del muro”

Donatella Sasso
La caduta 1953-1989. Dalla morte di Stalin al crollo del muro
Edizioni del Capricorno, Torino 2020
pp. 161, euro 13.00

Il 2019 ha segnato il trentesimo anniversario degli avvenimenti che cambiarono l’Europa e il mondo. Proteste pacifiche, tavole rotonde, la rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia o quella cantata dei paesi baltici, ma anche la destituzione violenta e l’assassinio del dittatore rumeno Ceaușescu e di sua moglie, misero il punto a quarant’anni di socialismo reale nei paesi dell’Europa centro-orientale. Tuttavia, ribaltando un famoso proverbio facente riferimento alla costruzione di Roma, si potrebbe dire che questi regimi non siano crollati in un giorno.

È proprio questo il tema del nuovo libro di Donatella Sasso “La caduta 1953-1989. Dalla morte di Stalin al crollo del Muro”, uscito per Edizioni del Capricorno. Il titolo riassume l’essenza del libro, un excursus storico in dieci capitoli che mette in luce diversi momenti di rottura tra società e regimi, dei quali il 1989 fu solamente il culmine.

“La caduta” si apre con il punto di partenza di un processo durato ben trentasei anni. Il 5 marzo 1953, data della morte di Iosif Stalin, fu infatti il vero evento a stimolare i primi cambiamenti, che, sebbene né troppo drastici né repentini, ebbero luogo in URSS e nei cosiddetti “stati satelliti”. Tra le pagine del libro, Donatella Sasso li ripercorre tutti. Ritroviamo la rivolta di Berlino est nel 1953, le rivolte in Polonia e Ungheria nel 1956, il Sessantotto segnato dalla repressione della Primavera di Praga, la nascita, soppressione e la resurrezione vincente di Solidarność.

Numerosi e interessanti sono anche i riferimenti a quei fenomeni culturali portatori di idee alternative, lì dove spesso cultura e letteratura facevano rima con dissenso. Si parla della Nová Vlna della cinematografia cecoslovacca, di letteratura clandestina autoprodotta, del “caso Pasternak” in Unione Sovietica.

Il libro è arricchito dalla presenza di schede di approfondimento e dalla spiegazione di termini chiave (in quanti saprebbero il significato del termine russo apparatčik?), che rendono la lettura fruibile ai non addetti ai lavori, senza tuttavia sfociare nel didascalico.

All’anno del cambiamento sono dedicati gli ultimi tre capitoli: si raccontano le elezioni libere in Polonia, i funerali postumi di Imre Nagy e il primo discorso di Viktor Orban in Ungheria, l’apertura dei confini e, naturalmente, la caduta del muro di Berlino. Ulteriore spazio viene dato a paesi come Albania e Bulgaria, le cui vicende sono più raramente sotto i riflettori.

Il mutato panorama politico portò con sé nuove libertà e opportunità, ma anche  gli stravolgimenti e le contraddizioni di un nuovo sistema economico. Quantomai necessario è il passaggio che descrive lo spaesamento dei cittadini nella nuova Europa, “all’interno di un libero mercato scintillante quanto iniquo”, con una dignità da difendere “senza vendette postume né inutili forme di denigrazione” per la propria vita precedente. Vite precedenti che raramente trovano spazio nella retorica quasi epica che ricorre durante le celebrazioni di questi anniversari.

Il 1989 rappresentò anche la rinascita dei nazionalismi che cominciavano a riempire il vuoto lasciato dall’ideologia sconfitta. Pare quindi emblematico, ma questa è interpretazione di chi scrive, che l’ultimo capitolo si concluda ricordando gli eventi in Jugoslavia, un paese solitamente escluso dalle narrazioni celebrative sul 1989, che si concentrano sulla portata storica positiva degli eventi di quell’anno. Al contrario, con il discorso di Slobodan Milošević a Kosovo Polje, in quello stesso anno ebbe inizio la disgregazione della federazione e si posero le basi per quello che venne considerato il conflitto più sanguinoso dalla fine della seconda guerra mondiale in Europa.

Il 1989 non rappresentò solo il crollo di un muro e la fine di un mondo diviso in due blocchi. Rappresentò, come recita l’ultimo capitolo di questo libro, la “fine di molti mondi” e l’inizio di molti processi, le cui conseguenze arrivano fino a noi, trent’anni più tardi.

Chi è Maria Baldovin

Nata a Ivrea (TO) nel 1991, laureata in lingue e in studi sull’Est Europa. Per East Journal scrive prevalentemente di Russia, ma si interessa anche di tematiche transnazionali, come politiche di memoria e questioni di genere. È co-autrice del programma radiofonico "Kiosk" di Radio Beckwith e socia di "Memorial Italia".

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