POLONIA: Libertà di stampa in pericolo?

Per il quinto anno consecutivo, la Polonia è scesa nell’indice mondiale della libertà di stampa di Reporters sans frontières, raggiungendo la posizione più bassa di sempre: 62 su 180. Nel 2015 il paese era al suo massimo storico, attestandosi al diciottesimo posto.

La tv pubblica

La situazione nel paese è cambiata molto rapidamente con l’arrivo al potere del partito PiS (Diritto e Giustizia), formazione nazional-conservatrice ancora oggi al governo. Il cambio di rotta si è percepito nella televisione di stato, TVP: l’emittente è sempre stata soggetta alle preferenze del governo del momento, ma dal 2015 c’è stato un salto di qualità. Secondo statuto, le emittenti pubbliche sono tenute a rispettare “pluralismo, imparzialità ed equilibrio”. Il PiS, tuttavia, ha interpretato lo statuto in modo particolare: percependo uno squilibrio a vantaggio dei progressisti nei media privati, il governo ha visto lo spostamento a destra di TVP come un atto di ripristino del pluralismo.

Nel 2015 il leader del partito, Jarosław Kaczyński, mette a capo di TVP Jacek Kurski. Kurski non è una figura conciliatoria: nel corso degli anni si era fatto una fama attaccando politici liberali e progressisti, giungendo a dichiarare che il nonno di Donald Tusk, leader del partito Piattaforma Civica (PO), era volontario nella Wermacht.

Kurski, recentemente estromesso per una faida interna, non andava per il sottile: sotto la sua direzione TVP si schiera molto apertamente con il governo, dando minutaggio quasi solo a figure governative, attaccando Germania e Francia, conducendo campagne contro i rifugiati, la comunità lgbt, l’opposizione – opportunamente ribattezzata “opposizione radicale”. Licenziamenti sospetti di impiegati e giornalisti di TVP sono una pratica costante, che si estende fino a data odierna. Alle accuse di faziosità, Kurski ha risposto che la sua è una difesa del pluralismo, negato dal predominio liberale nei media privati, e che grazie all’opera di riequilibrio di TVP il PiS è tornato a vincere.

I media privati

Da tempo, il PiS sostiene che i media in mano agli stranieri siano quinte colonne, agenti al servizio di interessi esteri con un’agenda propria opposta al benessere dei polacchi e ai loro valori.

Ha fatto molto parlare di sé il piano, spesso proposto ma sempre abbandonato, di “ripolonizzazionedei media: una legge che dovrebbe limitare fortemente il capitale straniero nei media polacchi, anche quello proveniente dall’Unione Europea. Il progetto mira apertamente a colpire l’emittente TVN, di proprietà americana, e i media in mano a gruppi tedeschi, tra i quali il tabloid Fakt, il magazine Newsweek Polska e buona parte dei quotidiani locali.

Discriminare apertamente contro il capitale straniero è finora stato impossibile: le leggi dell’UE vietano di trattare diversamente i capitali europei, e l’aperta difesa di TVN da parte dell’ambasciatrice americana ha reso questa strada impraticabile. La soluzione proposta è una legge per “de-concentrare” il possesso dei media, ufficialmente modellata sull’esempio francese e tedesco. Lo scopo dichiarato sarebbe quello di evitare monopoli e ridurre il controllo di un singolo ente sui media: nei fatti, tuttavia, la preoccupazione di molti analisti è che un meccanismo teoricamente giusto di contrasto al monopolio porti, nella situazione attuale, solo a rinforzare il controllo governativo sull’informazione a scapito della libertà di stampa nel paese.

I timori non sono infondati. Le aziende pubbliche hanno significativamente aumentato la propria pubblicità in giornali filogovernativi, diminuendola, invece, nei giornali critici del potere, specialmente il progressista Gazeta Wyborcza – nonostante sia il quotidiano più letto nel paese. Il denaro dei proprietari stranieri, al momento, appare la più solida garanzia di indipendenza dal governo.

Intimorire i reporter

Laddove non arrivano i soldi, arrivano i tribunali: il governo ha intentato numerose cause contro Wyborcza e altri media liberali, arrivando a imporre una multa record a TVN per aver incitato a protestare contro l’esecutivo, e a mandare la polizia nella sua sede per un documentario sul neonazismo in Polonia, con l’accusa di promuovere posizioni estremiste.

Reporters sans frontières nota che l’ampio uso di leggi sulla diffamazione, in particolare l’articolo 212 del codice penale, rischia di condurre i giornalisti a imporsi autocensura per timore di sanzioni pecuniarie salate e, perfino, di reclusione fino a un anno. Un vasto arsenale di leggi che puniscono varie offese ai simboli nazionali e alle cariche pubbliche viene usato per perseguire oppositori rei di aver, per esempio, profanato la bandiera polacca con i colori arcobaleno.

In conclusione, c’è forse una lezione importante da trarre. L’attuale governo è riuscito ad affermare il proprio dominio sullo spazio mediatico polacco anche perché i suoi predecessori moderati non hanno eliminato alcuni problemi di fondo del sistema, che il PiS ha potuto poi usare a suo vantaggio.

Quando era al potere, Piattaforma civica non ha ridotto le controverse leggi di lesa maestà, che anzi ha aumentato, ha difeso l’articolo 212 sulla diffamazione presso la Corte europea dei diritti umani, e in due occasioni ha esercitato pressioni sulla rivista Wprost, chiedendole danni esorbitanti e mandando la polizia nella sua sede. Questi precedenti, uniti all’incapacità di eliminare la rete di strumenti legali pericolosi per il giornalismo, hanno facilitato l’operato del PiS.

In futuro, sarà importante per le forze liberali e moderate ricordare che qualsiasi esempio negativo e cavillo burocratico potrebbe essere usato da forze interessate a stabilire un controllo statale sull’informazione. Non basta un benigno laissez-faire: servono leggi solide e una postura esemplare.

Foto: Shutterstock

Chi è Massimo Gordini

Studente all'Università di Bologna, ho vissuto a Cracovia, Mosca, San Pietroburgo e Stati Uniti per vari scambi. Curioso di tutto ciò che riguarda l'Europa centrale e orientale, per East Journal mi occupo soprattutto di Polonia.

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