CAUCASO: Una svolta nelle relazioni tra Russia e Georgia?

Durante l’estate, le problematiche legate alle relazioni tra Russia e Georgia sono riemerse drammaticamente. I rapporti tra i due paesi non possono essere normali: è passato solo un decennio dalla guerra del 2008 e le truppe russe sono ancora stanziate in Abcasia ed Ossezia del Sud, i due piccoli stati, de facto indipendenti da Tbilisi, in quello che è internazionalmente riconosciuto come territorio georgiano.

Il Cremlino è tra i pochi governi al mondo a riconoscere l’esistenza delle due repubbliche caucasiche, la cui sopravvivenza si basa interamente sul supporto economico e, soprattutto, militare russo. Tra i georgiani, è forte il risentimento nei confronti di Mosca anche a causa dei  300 mila sfollati interni che non possono tornare nelle loro case, oggi in territorio osseto e abcaso. Ugualmente vivi, nella mente della popolazione, sono il ricordo del passato coloniale e quello dei torti subiti, quali l’espulsione di 2300 cittadini georgiani residenti in Russia.

Mosca e Tbilisi non intrattengono relazioni diplomatiche dal 2008, ma la coalizione di governo del Sogno georgiano ha attuato una politica di distensione sin da quando è salita al governo nel 2012. Pragmaticamente, si guardava al potenziale economico di una normalizzazione, anche parziale, dei rapporti. L’iniziativa ha portato alla riapertura delle esportazione verso la Russia – bandita dal 2006 –  di alcuni prodotti alimentari georgiani, come  il vino e la famosa acqua Borjomi. I turisti russi, poi, sono tornati a visitare il paese del Caucaso con numeri considerevoli per l’economia della Georgia.

Tutto questo è stato messo in discussione a partire dallo scorso 20 giugno per effetto della cosiddetta notte di Gavrilov. Quel giorno, a Tbilisi, si svolgeva il forum dell’Assemblea interparlamentare sull’ortodossia, un’organizzazione che unisce i paesi accomunati dalla confessione cristiana ortodossa. A presiedere l’incontro, il parlamentare russo Sergej Gavrilov, che è stato invitato a sedersi al posto normalmente prerogativa del presidente dell’assemblea legislativa della Georgia, dove l’evento ha avuto luogo. Il peso simbolico del gesto, per i motivi sopracitati, è bastato a scatenare la reazione rabbiosa delle opposizioni e ha spinto migliaia di georgiani a radunarsi davanti all’edificio per protestare contro la presenza di un rappresentate della Duma in una delle istituzioni del paese. La protesta è stata, poi, violentemente repressa dalla polizia, causando il ferimento di circa 240 persone.

La storia si ripete?

Senza considerare gli effetti della notte di Gavrilov a livello di politica interna (ne abbiamo scritto qui), la conseguenza più immediata delle proteste di giugno è stata il bando russo dei voli da e per la Georgia a partire dall’otto luglio. Con la stagione turistica alle porte, la mossa del Cremlino ha colpito sicuramente in modo significativo l’economia georgiana, anche se, al momento, non è facile definire in che misura.

Altri eventi nel corso dell’estate hanno fatto temere il ripetersi delle dinamiche nelle relazioni tra Russia e Georgia che hanno preceduto la guerra del 2008. Proprio come in quel periodo, a luglio sembrava che il Rospotrebnadzorun ente federale per la supervisione della protezione dei diritti dei consumatori– e il ministero dell’agricoltura russo potessero bandire l’importazione di vino georgiano.

Al contempo si alzavano i toni da ambo le parti, in modo anche farsesco. Mentre il Partito Comunista russo presentava una mozione all’agenzia per la protezione del consumatore per russificare il nome del khachapuri e dei khinkali, due piatti tipici georgiani, sui menu dei ristoranti in Russia, in Georgia, il giornalista Giorgi Gabunia insultava, in russo, Putin in diretta durante un talk show sul canale Rustavi 2.

Le cose si sono fatte più serie ad agosto. La costruzione di un check-point georgiano a Tsnelisi, al confine de facto con l’Ossezia del Sud, e l’abbattimento di un drone osseto hanno fatto salire la tensione tra Tbilisi e Tskhinvali a un livello che, come abbiamo scritto di recente, non si raggiungeva dal 2008.

La svolta di settembre

Con un simile stato delle cose, ha sorpreso la svolta che gli eventi hanno preso alla fine di settembre. Il 26, il ministro degli esteri russo, Sergey Lavrov, ha incontrato l’omologo georgiano, David Zalkaliani, a New York, nel contesto della 74esima Assemblea generale dell’ONU. Si è trattato di un evento in qualche modo storico, visto che un colloquio bilaterale di tale livello non si verificava da prima della guerra del 2008.

I due hanno generalmente parlato della normalizzazione delle relazioni tra Russia e Georgia, e, nelle ore successive, Lavrov  si è dichiarato disposto ad annullare il bando sui voli. Difficile dire gli effetti che l’incontro avrà nel lungo termine. Al momento, in Georgia si sono accese le polemiche in quanto la notizia è arrivata alla popolazione dai media russi e solo in un secondo momento è stata ufficialmente comunicata dal governo. Le accuse di eccessiva accondiscendenza nei confronti di Mosca che il Sogno georgiano riceve puntualmente dalle opposizioni per la sua politica distensiva con il Cremlino, sono riemerse prepotentemente. A un anno di distanza dalle elezioni parlamentari georgiane, la questione dei rapporti con la Russia, giocherà, come sempre, un elemento chiave nella campagna elettorale.

Immagine: Eurasianet

Chi è Aleksej Tilman

È nato nel 1991 a Milano dove ha studiato relazioni internazionali all'Università statale. Ha vissuto due anni a Tbilisi, lavorando e specializzandosi sulle dinamiche politiche e sociali dell'area caucasica all'Università Ivane Javakhishvili. Al momento risiede a Vienna. Parla inglese, russo e conosce basi di georgiano e francese.

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