GEORGIA: Mosca condannata a pagare i danni per le espulsioni collettive del 2006

Lo scorso 31 gennaio, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha condannato la Federazione Russa a pagare 10 milioni di euro alla Georgia. La sanzione è legata al rimpatrio collettivo di cui furono vittime 2300 cittadini georgiani residenti in Russia, tra il settembre 2006 e il gennaio 2007. Al riguardo, Human Rights Watch ha documentato la detenzione arbitraria  e l’espulsione dei cittadini georgiani, molti dei quali vivevano e lavoravano regolarmente in Russia

La posizione ufficiale di Mosca era che i georgiani in questione violassero la legge sull’immigrazione russa e che la loro espulsione e il loro trattenimento in custodia fossero parte delle sue politiche contro l’immigrazione clandestina.

Al contempo, Tbilisi presentava l’azione del Cremlino contro i georgiani come una reazione all’arresto di quattro spie russe in Georgia, avvenuta nel corso del 2006.

Per questi motivi, la Georgia si è appellata alla CEDU nel marzo del 2007. La motivazione del ricorso riguardava la violazione di alcuni diritti tutelati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, quali la libertà personale e il divieto di espulsioni collettive di stranieri.

Non si tratta della prima sentenza del tribunale di Strasburgo sul caso. Nel 2014, la Corte aveva già condannato la Russia al riguardo, ma aveva delegato alle due parti la definizione di una giusta compensazione. Nel novembre 2015, di fronte al mancato accordo tra Mosca e Tbilisi, il presidente della Grande Camera della CEDU aveva invitato la Georgia a presentare una lista delle persone colpite dalla politica di rimpatrio russa.

In base alla sentenza del 31 gennaio, coloro che sono stati vittime di espulsione collettiva hanno diritto a un risarcimento di 2 mila euro, cifra che sale a un ammontare tra i 10 mila e i 15 mila euro per chi è stato vittima di detenzione illegittima e maltrattamento.

La reazioni delle due parti

Il verdetto della corte ha avuto grande spazio sui media georgiani. Il primo ministro, Mamuka Bakhtadze ha dichiarato che giustizia è stata fatta. Il Ministro degli esteri, David Zalkaliani ha definito “una vittoria per la Georgia” la sentenza e ha sottolineato l’importanza della effettiva applicazione delle sanzioni da essa previste.

A tal proposito, ci sono forti dubbi sul fatto che il Cremlino adempirà al pronunciamento della Corte di Strasburgo. Il presidente della commissione per gli affari costituzionali del Parlamento della Federazione Russa, Andrej Klishas, ha descritto la decisione della CEDU come “politica per natura” e ha sottolineato il fatto che possa contraddire la costituzione.

In Russia è entrata in vigore nel 2015 una legge che rende formalmente possibile annullare le sentenze di Strasburgo per “proteggere gli interessi nazionali”. Klishas ha sottolineato come il meccanismo sia già stato utilizzato diverse volte – nonostante sia in palese contraddizione con la Convenzione europea.

Il Cremlino deve versare la somma entro tre mesi e, teoricamente, in caso di mancato pagamento la Russia rischia l’espulsione dal Consiglio d’Europa, una norma a cui è difficile che venga fatto ricorso visto che quest’organo viene considerato come una piattaforma utile a mantenere i rapporti diplomatici.

Tuttavia, un’uscita della Russia dalla CEDU non è impensabile. Da tempo, Mosca lamenta l’uso di un doppio standard e il carattere “anti-russo” delle sentenze della corte di Strasburgo. Inoltre, dal 2014 i parlamentari russi hanno perso il diritto di voto nell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, a causa della posizione del paese sulla Crimea. Da allora, Mosca rifiuta di pagare le sue quote annuali all’organizzazione internazionale, che ha dovuto per questo far fronte a una crisi finanziaria.

Un definitivo abbandono russo dell’organizzazione paneuropea dei diritti umani comporterebbe un ulteriore aumento dell’isolamento internazionale al quale il Cremlino si è condannato per le sue azioni sull’arena internazionale (ad oggi, solo la Bielorussia di Lukashenko non è membro del Consiglio d’Europa). Ma l’espulsione o l’uscita della Russia dalle istituzioni di protezione dei diritti umani in Europa sarebbe soprattutto un danno per i cittadini russi, lasciati ancora più in balia della “verticale del potere” del Cremlino, per i quali smetterebbe di esserci sempre un giudice a Strasburgo.

Immagine: Euractiv

Chi è Aleksej Tilman

È nato nel 1991 a Milano dove ha studiato relazioni internazionali all'Università statale. Ha vissuto due anni a Tbilisi, lavorando e specializzandosi sulle dinamiche politiche e sociali dell'area caucasica all'Università Ivane Javakhishvili. Parla inglese, russo e conosce basi di georgiano e francese.

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