ARMENIA: La Vittoria, il Karabakh, la pace. Il 9 maggio a Erevan

DA EREVAN – Nello spazio post-sovietico (seppur con qualche nota eccezione e crescenti antagonismi), il 9 maggio si celebra il Giorno della Vittoria (in russo Den’ Pobedy): data che segna la sconfitta del nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale – quella che i russi chiamano ancora oggi “Grande Guerra Patriottica”.

Durante il secondo conflitto mondiale, l’Armenia non conobbe la violenza e la distruzione che la guerra lasciò in altri territori dell’Europa centro-orientale, poiché l’esercito tedesco non giunse mai nel Caucaso del Sud. La repubblica caucasica non fu però affatto esente dalle dinamiche del conflitto: furono infatti circa 500.000 i soldati armeni che combatterono nell’esercito sovietico tra il 1941 e il 1945. Questi provenivano dalla Repubblica Socialista Sovietica Armena, ma anche dalla diaspora (soprattutto dagli Stati Uniti) e da altre repubbliche sovietiche; si stima che almeno la metà di loro non fece ritorno in patria. Un costo umano considerevole che viene ricordato in maniera molto sentita, e con una certa fierezza, dagli armeni.

Per onorare il contributo armeno nel secondo conflitto mondiale, il 9 maggio è una data festiva sul calendario, in cui si celebra ufficialmente il “Giorno della Vittoria e della Pace” (in armeno Haght’anaki yev Khaghaghut’yan ton). Oggi questa festa ha in realtà un triplice significato per gli armeni, che lega passato e presente.

Una data, tre ricorrenze

La vittoria sul nazifascismo è solamente la prima ricorrenza associata alla data del 9 maggio – e la più lontana nel tempo. Ve ne sono infatti altre due, sempre legate ad una guerra, ma più recente: quella consumatasi tra il 1988 e il 1994 nel Nagorno-Karabakh. Questa regione, contesa tra Armenia e Azerbaigian insieme ad altri sette distretti adiacenti, fu allora al centro di una guerra che costò 30.000 vittime e circa un milione di sfollati interni – ed è ancora oggi teatro di un conflitto che viene erroneamente definito “congelato”.

Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1992 ebbe luogo una battaglia decisiva nella guerra del Nagorno-Karabakh. Fino a quel momento l’esercito azero, strategicamente posizionato nella città di Shusha/Shushi, era riuscito a bombardare indisturbato la vicina capitale Stepanakert, roccaforte armena. Quella notte, la città fu riconquistata dalle forze armate del Nagorno-Karabakh (fiancheggiate da migliaia di volontari armeni); gli azeri furono costretti ad andarsene e le sorti del conflitto cambiarono drasticamente in favore degli armeni. Il 9 maggio di quest’anno segna il ventisettesimo anniversario di quella che gli armeni chiamano la “liberazione di Shushi”, e gli azeri “l’occupazione di Shusha”.

Proprio all’indomani della conquista di Shusha/Shushi fu creato l’Esercito di Difesa dell’Artsakh (dal 2017 nome ufficiale della repubblica de facto del Nagorno-Karabakh), con lo scopo di proteggere la popolazione armena della regione. Dal 1995, ogni 9 maggio questa ricorrenza viene celebrata con una parata militare che si svolge a Stepanakert, e alla quale hanno puntualmente partecipato i capi di stato armeni. L’attuale primo ministro Nikol Pashinyan, leader della “Rivoluzione di Velluto”, ha portato avanti la tradizione recandosi, per il secondo anno consecutivo nel Nagorno-Karabakh in occasione delle celebrazioni del 9 maggio.

Le celebrazioni di quest’anno nella capitale

A presenziare alle celebrazioni ufficiali a Erevan è stato invece il presidente della repubblica Armen Sarkissian. Nel primo pomeriggio del 9 maggio egli si è unito al corteo che dal centro della capitale ha sfilato fino al Parco della Vittoria – dedicato, come il nome lo indica, alla Seconda Guerra Mondiale. Sebbene le celebrazioni del 9 maggio a Erevan siano senza ombra di dubbio modeste e periferiche rispetto a quelle, imponenti, che si svolgono a Mosca, vi si ritrovano una simbologia e una retorica molto simili – sintomo delle relazioni ancora molto strette che l’Armenia (al contrario di altre repubbliche post-sovietiche) intrattiene con la Russia.

Ne è un esempio estremamente visibile l’onnipresenza del nastro di San Giorgio (georgievskaja lenta), nonostante in seguito all’annessione della Crimea e alla guerra nel Donbass questo simbolo sia diventato sinonimo del (neo)imperialismo russo di stampo putiniano. In alcuni stati post-sovietici come l’Ucraina il nastro di San Giorgio è stato bandito dalle celebrazioni del 9 maggio, o sostituito da nastri di altri colori. A Erevan, il nastro a strisce nero-arancioni è invece indossato fieramente e viene distribuito ai passanti nelle strade insieme ad altre coccarde e bandierine dai colori nazionali.

Oltre ai militari, a vari corpi delle forze dell’ordine e ai rappresentanti dello stato, il grosso del corteo che ha sfilato per le vie di Erevan era costituito da gente comune, che ha preso parte alla sfilata del “Reggimento immortale”. Si tratta di un’altra iniziativa made in Russia (e dagli sviluppi controversi), che si è svolta in varie città dell’Armenia per il quarto anno consecutivo. Migliaia di cittadini hanno sfilato con in mano i ritratti dei propri genitori, nonni o bisnonni che hanno partecipato alla Seconda Guerra Mondiale.

Se le foto degli “eroi” del conflitto mondiale sono per la maggior parte in bianco e nero, o ritraggono persone di età avanzata, a queste si affiancano altre fotografie a colori, più recenti, raffiguranti ragazzi pressapoco ventenni. Sono le vittime (gli eroi?) della guerra mai sopita nel Nagorno-Karabakh, che continua a mietere ogni anno centinaia di vittime da entrambe le parti – tra stallo ed escalation (come quella dell’aprile 2016). Il 9 maggio in Armenia è anche dedicato al loro ricordo.

Anche in Armenia, così come in Russia, la militarizzazione della società – inesorabilmente presente in moltissimi ambiti della vita pubblica e quotidiana – emerge in maniera esplicita in corrispondenza del 9 maggio. L’estetica militare, che si esprime attraverso le uniformi, i berretti, le giacche e i pantaloni mimetici indossate da adulti e bambini, è estremamente marcante in questo “Giorno della Vittoria e della Pace”. In fondo, a quale pace si fa riferimento? Quella del 1945 sembra passare in secondo piano, sovrastata dalla simbologia della guerra e del nazionalismo. La pace con l’Azerbaigian riguardo al conflitto del Nagorno-Karabakh, invece, appare ancora lontana.

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Foto: Laura Luciani

Chi è Laura Luciani

Nata il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacha decidevano la dissoluzione dell'URSS, è appassionata di mondo post-sovietico e russofono. E' dottoranda in Scienze Politiche presso la Ghent University (Belgio). Marchigiana di nascita, brussellese d'adozione, ha trascorso vari periodi di studio, ricerca e lavoro "a est" - tra cui un programma di mobilità studentesca all'Università statale di Mosca MGU, un soggiorno di ricerca in Lettonia e uno SVE a Tbilisi. Per East Journal scrive di Caucaso, Baltico e Russia.

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