BALCANI: Come le centrali a carbone intossicano l’Europa intera

In un’epoca di muri e di confini, anche lungo la famigerata rotta balcanica, c’è una cosa che non conosce né gli uni né gli altri: l’inquinamento atmosferico. Che proprio dai paesi balcanici si riversa, incontrastato, col suo carico di veleni, su tutta l’Europa occidentale. E’ questo quanto emerge dal rapporto appena diffuso dall’Health and Environmental Alliance (HEAL), organizzazione no-profit che si occupa di analizzare gli effetti dell’ambiente naturale e antropico sulla salute nei paesi dell’Unione europea.

Quale inquinamento

Responsabili di questa onda mefitica sono le grandi centrali elettriche alimentate a carbone e disseminate in tutti i paesi dei Balcani occidentali. Sedici di queste centrali, in particolare, emettono una quantità di biossido di zolfo (SO2) superiore a quella rilasciata dalle somma delle equivalenti 250 centrali ubicate nel resto d’Europa.

Le prime otto centrali elettriche per inquinamento nel vecchio continente sono tutte installate tra Serbia e Bosnia Erzegovina e a contendersi la testa di questa poco lusinghiera classifica sono la centrale di Kostolac B, in Serbia, e quella di Ugljevik, in Bosnia Erzegovina, che, da sole, sommano il 25% di tutto il biossido di zolfo prodotto dai paesi dell’Unione europea e dai Balcani. Ma non è tutto: non solo mediamente le centrali balcaniche sono 20 volte più inquinanti delle “gemelle” europee per SO2, ma risultano di gran lunga più dannose anche per particolato e monossido d’azoto, con emissioni rispettivamente 16 e 3 volte maggiori.

Le cause e gli effetti

La situazione appena descritta dimostra il ritardo strutturale che i paesi balcanici hanno nell’adempimento degli impegni presi a livello europeo, nel 2005, con il Trattato sulla Comunità dell’Energia (Energy Community Treaty) secondo il quale essi avrebbero dovuto adeguare le proprie centrali al livello di emissione di quelle funzionanti nel resto del continente entro il 2018. Nonostante ciò, la maggior parte delle centrali balcaniche sono, ancora oggi, prive di impianti di desolfatazione, ovvero di quei dispositivi in grado di ridurre il biossido di zolfo dai fumi.

Quand’anche presenti, tali impianti risultano inefficaci o addirittura disattivati: è il caso della centrale di Kostolac B in cui, malgrado i lavori eseguiti tra il 2016 e il 2017, il sistema di abbattimento è ancora incompleto e, di fatto, inattivo. Sorte simile per la centrale di Ugljevik, la decana delle centrali con i suoi 33 anni di attività, i cui lavori di ammodernamento sono iniziati nel 2016 per finire, forse, quest’anno.

Gli effetti sulla salute umana coprono un ampio spettro di problematiche a carico del sistema respiratorio e cardiocircolatorio. Ad essere compromessa non è solo la salute dei cittadini dei paesi responsabili (dove si trovano le città più inquinate d’Europa) ma anche quella di una vasta fascia di paesi limitrofi, Romania, Italia e Ungheria in testa. In tutta Europa si stima che siano quasi 4000 all’anno le morti premature direttamente connesse a questo fattore (il 10% delle quali in Italia) e migliaia i casi di bronchite (spesso infantile) e di asma cronica. Il costo sanitario è altrettanto salato e stimabile tra i sei e gli undici miliardi di euro con un un’impatto sulla spesa sanitaria complessiva che, per certi stati, è superiore al 10%, fino a quasi il 20% (Bulgaria e Romania).

La soluzione può essere solo politica

Se le argomentazioni sopra dette rendono ragione delle motivazioni “tecniche”, è del tutto evidente che lo stato di fatto si è venuto a creare per cause che sono, invece, di natura prettamente politica: è mancata la volontà vera di rinnovamento, la visione di prospettiva, e la scelta delle centrali a carbone è parsa quella che, nel breve, garantiva il fabbisogno crescente di energia. A poco sono servite le proteste popolari che si sono svolte in vari siti: a Tuzla in Bosnia, così come a Pljevlja in Montenegro, a Tetovo in Macedonia del Nord e a Pristina, in Kosovo, con una trasversalità, anche geografica, che dimostra quanto esteso sia il problema nei Balcani.

Ed è proprio sul piano politico che si deve agire a livello europeo perché si esiga il rispetto degli accordi, pretendendo che anche i paesi balcanici si allineino al piano di decarbonizzazione europeo che prevede la completa eliminazione dell’uso del carbone entro il 2050. E’ la leva politica, dunque, quella da azionare, considerando che tutti i paesi balcanici sono in procinto (o hanno manifestato la volontà) di entrare a far parte della UE.

Intanto dagli stati interessanti arrivano segnali contraddittori: da una parte Bosnia Erzegovina e Macedonia del Nord hanno messo a punto un piano di sviluppo delle energie rinnovabili molto ambizioso che dovrebbe condurle a rispettare la scadenza del 2050. Dall’altra tutti i paesi, con l’esclusione dell’Albania, stanno pianificando la realizzazione di nuove centrali a carbone. E in Serbia si sta finalizzando l’espansione della centrale monstre di Kostolac, con la costruzione di una terza unità produttiva.

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, una laurea del secolo scorso e svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Bosnia ha scritto anche per Limes e l’Espresso. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo nella XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo.

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