STORIA: 1996, la terra bruciata dei serbi di Sarajevo

C’è un episodio della storia recente di Sarajevo che è solitamente tralasciato. Si tratta dello scambio tra Republika Srpska e Federazione delle aree che passeranno sotto il controllo dell’altra entità. E del mancato ritorno a Sarajevo dei suoi residenti serbi.

La fine della guerra a Sarajevo e l’incertezza sulla reintegrazione

Il 25 novembre 1995 vengono siglati gli accordi di Dayton. Tra le concessioni strappate a Milošević c’è la reintegrazione a Sarajevo dei cinque quartieri periferici: Grbavica, Ilidža, Hadžići, Ilijaš e Vogošća (“Sarajevo senza Grbavica non può esistere“, aveva tranciato Izetbegović). La frontiera interna con le zone rimaste sotto il controllo della Republika Srpska va spostata più in là, sul crinale dei colli, da cui durante tutto l’assedio erano piovute granate e spari di cecchini sulla capitale, e oltre l’aeroporto, a Dobrinja.

La scadenza prevista è di tre mesi per la reintegrazione di questi quartieri, dove sin dall’inizio del 1992 avevano cercato sicurezza i 50-70.000 serbi di Sarajevo, spesso occupando case di famiglie bosniaco-musulmane inurbatesi nella città sotto assedio. Ma la leadership politica serbo-bosniaca non ha nessuna intenzione di facilitare la transizione.

Le cronache di allora mostrano l’incertezza vissuta dai residenti. Emma Daly, sull’Independent, riporta la storia della famiglia Džurić, in attesa di trasferirsi con le proprie masserizie nelle città controllate dai serbo-bosniaci nella valle della Drina, in un clima di propaganda pervasiva che rende impossibile anche solo immaginare di restare in una città che ritornasse sotto il controllo degli ex nemici bosniaco-musulmani. “Mia sorella è partita ieri per Zvornik con tutti i suoi mobili, e non tornerà. Abbiamo paura che il proprietario della casa torni e la reclami. Non possiamo restare“.

Con l’avvicinarsi alla scadenza del 25 febbraio, si moltiplicano appelli e controappelli. “Non dobbiamo permettere che un solo serbo rimanga nei territori che passeranno sotto controllo croato e musulmano“, tuona Gojko Kličković, a capo dell’ufficio serbo-bosniaco di ricollocamento dei profughi. “Sappiamo bene che trattamento riserverebbe loro il regime di Alija Izetbegović e dei suoi mujaheddin“.

Una propaganda, quella lanciata dalle autorità serbo-bosniache, a cui si opposero le agenzie ONU, che si rifiutarono di aiutare i serbi a lasciare Sarajevo. “Stiamo combattendo contro il tentativo delle autorità serbe di svuotare i sobborghi. Si tratta di una cinica campagna di manipolazione politica per far partire la gente creando una psicosi“, affermava il portavoce UNHCR Kris Janowski al Washington Post.  “Queste persone non hanno bisogno di andarsene. Se decidono di farlo, non c’è alcun bisogno che lo facciano tanto in fretta“, notava sempre Janowski alla CNN.

Vogošća e Grbavica, l’esodo dei serbi di Sarajevo tra propaganda e minacce

Il primo quartiere dove la forza internazionale di polizia prenderà il controllo è Vogošća, sobborgo industriale dove si producevano Volkswagen Golf II per tutta la Jugoslavia, che nel febbraio 1996 si ritrova stretto tra l’annuncio dell’arrivo della polizia governativa, l’appello all’esodo dei politici serbo-bosniaci, e pure una tempesta invernale che ricopre le strade di ghiaccio e neve.

Riportava il New York Times come migliaia di residenti, esasperati dalle false promesse che camion e bus sarebbero arrivati dalla Serbia per trarli in salvo, presero d’assalto la sede dell’amministrazione locale. Tra calca e svenimenti, numerosi dovettero ricorrere alle cure mediche.

In mezzo ci si ritrovò il generale italiano Agostino Pedone, allora al comando delle truppe NATO, che cercò di calmare la folla promettendo che chiunque volesse andarsene sarebbe stato libero di farlo, e tutti gli altri sarebbero stati protetti. Ma con poco successo.  “Non possiamo aspettare, l’ho sentito in TV. Appena arriveranno i musulmani, ci uccideranno“, affermava un residente, Nebojsa Mocvic, al Washington Post. Prima che la settimana avesse termine, una colonna di auto, camion e trattori occupava le strette strade di montagna da Sarajevo verso est.

Non furono in ogni caso tutti a partire. Come ricorda Aleksandar Brezar, oggi giornalista per la televisione di stato bosniaca, “i miei nonni restarono di propria ferma volontà a Vogošća nel 1996.”

Destino simile ebbe il quartiere di Grbavica, appena al di là del fiume Miljacka. Qui, ciò che non poté la propaganda fu ottenuto con la forza, e ben poco poterono fare i militari internazionali, tra cui i bersaglieri italiani della Brigata Garibaldi. Come commenta l’allora portavoce ONU Andrea Angeli al Corriere, “Il ritorno di Grbavica sotto il controllo della Federazione bosniaca fu il vero, grande banco di prova per gli accordi di Dayton. Una transizione delicatissima“.

Scriveva Richard Holbrooke nel suo libro di memorie, To end a war: “Sarajevo fu riunificata in perfetto orario. Il 18 marzo 1996, un gruppo di cenciosi poliziotti serbo-bosniaci, le cui voci erano rese a malapena udibili dalla gracchiante registrazione dell’inno della Jugoslavia prebellica, ammainarono la loro bandiera dalla stazione di polizia di Grbavica e se ne andarono verso Pale. “Abbiamo difeso quest’area con la forza, ma l’abbiamo persa a Dayton”, disse il viceministro degli interni serbo-bosniaco Milenko Karisik. Il giorno dopo, i serbo-bosniaci consegnavano alla Federazione i quartieri ancora controllati di Sarajevo. Non c’erano stati combattimenti, né alcun tentativo di sabotare l’evento.”

“Ma nell’esatto momento in cui si compìva uno dei maggiori successi di Dayton, i serbo-bosniaci approfittarono della passività e debolezza delle forze internazionali per recuperare qualcosa alla loro causa separatista. Nelle due settimane precenti la riunificazione di Sarajevo, Pale [la leadership politica del partito SDS, ndr] ordinò a tutti i serbi di Sarajevo di incendiare i propri appartamenti ed abbandonare la città. Vennero pure trasmesse dettagliate istruzioni su come appiccare il fuoco (impilare tutto il mobilio al centro della camera, annaffiarlo di kerosene, accendere il gas e gettare un fiammifero nella stanza al momento di uscire). Giovani incendiari, per la gran parte teppisti da Pale, giravano per le strade avvisando i serbi di Sarajevo che se non avessero distrutto e abbandonato le proprie case sarebbero stati severamente puniti, finanche uccisi.”

“Per quei serbo-bosniaci che si erano inurbati a Sarajevo durante la guerra dalle campagne, distruggere gli appartamenti che avrebbero comunque dovuto abbandonare fu semplice. Non così per le decine di migliaia di famiglie sarajevesi serbe che avevano vissuto in pace per generazioni nella città un tempo cosmopolita. La gran parte sarebbero state pronte a rimanere, se non fossero state costrette ad andarsene. Il portavoce UNHCR, Kris Janowski, stimava che ci fossero 70.000 serbi a Sarajevo prima dell’esodo, di cui circa 30.000 interessati a restare. Dopo le intimidazioni di Pale, meno di 10.000 rimasero, molti dei quali se ne sarebbero andati poco dopo. Nelle settimane prima del 19 marzo, un flusso costante di [profughi] serbi accalcava le strade in uscita da Sarajevo, trasportando mobili, tubature, porte. Dietro di loro si alzavano le rovine fumanti di Grbavica e Ilidza. “Non dobbiamo permettere ad un solo serbo di restare…”.

Ricorda Azra Nuhefendic su Osservatorio Balcani e Caucaso come ai serbi sarajevesi venisse consigliato “addirittura di disseppellire e trascinare via i propri morti. Jovo Janjić, un serbo di Ilidža, non ha lasciato la propria casa. “Ci facevano pressione per andarcene, ci promettevano un sacco di cose altrove, la costruzione di una Sarajevo più grande e più bella, una città migliore di questa, ci mostravano il modellino della futura città nuova, insomma ci promettevano mari e monti”. I serbi si spostavano a migliaia, molti in lacrime. Non era un esodo né spontaneo né caotico.

Espulsione di massa o esodo?

Secondo il linguista austro-bosniaco Nedad Memic, “ci furono minacce contro quei serbi rimasti nei sobborghi reintegrati di Sarajevo dopo Dayton. Ma l’esodo di massa dei serbi da Sarajevo fu organizzato dai leader dell’SDS. Questo è molto ben documentato. Anche Dodik ha detto che i serbi di Sarajevo furono stati trasferiti per “costruire la RS”. Ecco perché è assurdo sostenere, come fanno alcuni serbo-bosniaci, di essere stati espulsi da Sarajevo. Espulsi, sì, ma non dai bosniaci. Certo, la situazione e l’atmosfera di allora erano molto preoccupanti per la maggior parte dei serbi nei sobborghi: potevi incontrare persone che avevi assediato per quattro anni. Inoltre, molti serbi che erano stati esposti alla propaganda di guerra di Karadžić non volevano vivere insieme a bosniaci e croati. Quindi si trasferirono nei territori controllati dai serbi. Sfortunatamente, i politici bosniaco-erzegovesi del periodo post-Dayton non li incoraggiarono a ritornare.”

Le Nazioni Unite e l’OSCE monitoravano la situazione dei profughi serbi da Sarajevo nel 1996. Secondo i rapporti di allora,i serbo-bosniaci se ne andarono volontariamente, ma la nuova amministrazione federale di Sarajevo fece ben poco, negli anni successivi, per agevolarne il ritorno. Secondo alcuni, come Memic, si trattò anche in questo caso di uno scambio tra i partiti politici egemoni delle due parti, SDS e SDA. I serbi di Sarajevo venivano così trasferiti a Bratunac presso Srebrenica e nelle altre città della valle della Drina, rafforzando l’omogeneità demografico-politica di un’area svuotata dalla pulizia etnica e dal genocidio contro i musulmani bosniaci; questi ultimi, inurbatisi, trovavano nei quartieri reintegrati di Sarajevo una valvola di sbocco.

Già nella primavera del 1996, le autorità bosniaco-musulmane passarono una legge per l’esproprio degli appartamenti sfitti di chi aveva lasciato la città, inclusi gli ex appartamenti dei militari jugoslavi. Come affermò al New York Times Mehmet Kaltak, a capo dell’ufficio per la redistribuzione dei circa 70.000 appartamenti espropriati, “abbiamo trentamila persone in città che sono state costrette ad abbandonare le proprie case nelle aree della Bosnia oggi controllate dai serbi o dai croati. Questi sfollati non hanno un posto dove vivere. Sono queste le persone che dobbiamo aiutare, non quelli che se ne sono andati da Sarajevo durante la guerra. Nessuno è stato espulso da Sarajevo. Coloro che hanno lasciato le proprie case lo hanno fatto di propria volontà, e così le hanno perse“. Dovettero passare anni perché il processo di attuazione della legge sulla proprietà (PLIP), monitorato dall’OSCE, permettesse alla maggior parte dei cittadini bosniaci di rientrare in possesso delle proprie proprietà, o almeno di ottenere una compensazione. 

Foto: Wikicommons

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