La Bosnia secondo Vucic, e secondo i bosniaci

Il presidente serbo Aleksandar Vučić è intervenuto sulle relazioni tra la Serbia e la Bosnia Erzegovina in un’intervista alla rete filo-governativa Pink TV, soffermandosi anche sulle relazioni inter-etniche nel paese vicino. Parlando della situazione dei croati in Bosnia, il terzo gruppo etnico più numeroso del paese con circa il 15% della popolazione, Vučić ha affermato che questi: “Hanno fatto lo stesso errore dei serbi in Kosovo, non hanno voluto un’entità [autonoma] o qualcosa di simile perchè credevano che l’intera Erzeg-Bosna [lo staterello separatista dei croati di Bosnia durante il conflitto, ndr] fosse loro. Ma hanno perso Vareš – nei comuni della Bosnia centrale, i bosgnacchi sono diventati la maggioranza, a Bugojno, Travnik, Gornji Vakuf… hanno perso una città dopo l’altra. E’ esattamente quello che sta succedendo ai serbi in Kosovo”.

Ma è veramente così? A guardare come è davvero la situazione nella Bosnia centrale, il quadro appare differente.

A Vareš, dove i bosgnacchi eleggono un sindaco croato

Prendiamo la situazione di Vareš. Cittadina della Bosnia centrale famosa per le miniere di ferro, il comune di Vareš includeva 22.200 persone al censimento del 1991, di cui il 40% croati, 30% bosgnacchi, 16% serbi e 9% jugoslavi. Nel 2013, la popolazione era ridotta ad un terzo del periodo socialista: 8.900 persone, di cui il 61% bosgnacchi e il 30% croati. Cos’era successo? Durante la guerra, Vareš era stata inizialmente controllata dalle milizie croate dell’HVO, per passare nel 1993 sotto il controllo dell’esercito governativo della Repubblica di Bosnia Erzegovina. La popolazione croata sfolla in massa verso Kiseljak.

Nel 1995 Vareš è inclusa nel cantone misto della Bosnia centrale. Una parte della popolazione croata rientra nelle proprie case, mentre la maggior parte resta all’estero – una parte tra Austria e Germania, mentre un’altra parte viene reinsediata in Croazia nella regione di Knin, spopolata dalla pulizia etnica contro i serbi dell’operazione Oluja. Dopo la guerra, Vareš è guidata da due pro-sindaci, un bosgnacco e un croato, fino al 2000. Per quasi un decennio, dal 2001 al 2012, la governano i socialdemocratici del sindaco Hamdo Fatić. Da allora, un mandato per il politico bosgnacco dell’SDA Avdija Kovačević, fino all’elezione nel 2016 di Zdravko Marošević, del partito nazionalista croato HDZ BiH.

Alle elezioni del 2016, il croato Marošević vince con il 45% dei voti, sconfiggendo due candidati bosgnacchi. Non è dato sapere quanti serbi, croati o bosgnacchi abbiano votato per Marošević. Quel che è certo è che Marošević, da sindaco, ha portato rispetto alle 37 vittime civili bosgnacche del massacro di Stupin Do, per il quale il tribunale dell’Aja nel 2006 ha condannato il comandante HVO croato Ivica Rajić a 12 anni di carcere. Marošević ha anche affermato di recente che: “Solo quando si viene di persona a visitare una comunità locale come Vareš si scopre come la vita quotidiana dei cittadini bosniaci è diversa da come la riportano i media“.

La vita quotidiana a Doboj

Ma Vareš non è l’unico caso di una comunità locale in Bosnia dove la realtà della vita quotidiana sfida gli schemi etnici. Un altro esempio lo dà la città di Doboj, sul basso corso del fiume Bosna, appena a nord del confine che separa le due entità del paese. Venticinquemila abitanti, di cui il 40% bosgnacchi e il 30% serbi nel 1991. Oggi a Doboj il 77% degli abitanti sono serbi, e solo il 15% bosgnacchi.

Punto strategico durante il conflitto, Doboj fu occupata dalle milizie serbo-bosniache nel 1992, che avviarono la pulizia etnica, inclusi stupri, torture, marce forzate e campi di concentramento. La città fu bombardata per tre anni dalle forze croate e bosgnacche. Un comandante della polizia locale, Nikola Jorgić, fu poi condannato per genocidio in Germania, mentre al tribunale dell’Aja la leader serbo-bosniaca Biljana Plavšić riconobbe la propria responsabilità per crimini contro l’umanità, incluso quanto avvenuto a Doboj.

Nel 1996 Doboj era un panorama dell’orrore. Croati e bosgnacchi erano stati tutti espulsi, minareti e moschee distrutte, gran parte delle abitazioni danneggiate. Come ricorda l’analista Adnan Čerimagić: “Non osavamo dire ad alta voce i nostri nomi musulmani per strada. Per mesi e anni ho avuto incubi su Doboj”.

Da allora molte cose sono cambiate, anche a Doboj. Metà dei residenti non-serbi sono rientrati in città, quasi ventimila nell’intero comune; 16 moschee sono state ricostruite nei villaggi bosgnacchi. Oggi i residenti di Doboj, di qualsiasi etnia siano, votano e non temono il loro sindaco serbo-bosniaco. Le loro preoccupazioni sono molto più mondane: sanità, scuole, disoccupazione.

Nel 2004 Obren Petrović viene eletto sindaco di Doboj come volto nuovo del partito nazionalista serbo SDS. Diceva nel 2008: “Non appena ho riaperto le scuole superiori, i ragazzi bosgnacchi sono tornati in città. Dobbiamo continuare su questa strada. Da Doboj passerà l’autostrada, ci sono le ferrovie. Ma non abbiamo un hotel decente in città. Dovremmo puntare a connettere la Slavonia con la costa dalmata, i viaggiatori potrebbero fermarsi qui per la notte”.

La fortezza di Doboj, la Gradina, è stata ristrutturata e riaperta nel 2006 come polo d’attrazione turistica e culturale. Nel centro storico ottomano, la carsija, oltre metà degli originali residenti bosgnacchi sono rientrati. Nel 2008 la città ospitava già due facoltà universitarie statali e varie private, per un totale di 2.500 studenti, di cui un terzo non serbi, che arrivano dalle vicine città della Federazione.

Nel 2010 Petrović è all’Aja. Non come imputato, ma come testimone contro altri serbi, Stojan Župljanin e Mićo Stanišić, accusati di aver pianificato la pulizia etnica a Doboj.  Nel 2018, Petrović è stato eletto al parlamento statale, passando al partito di maggioranza serbo-bosniaco, l’SNSD di Milorad Dodik. “Dobbiamo creare le condizioni perché Doboj torni ad essere un centro commerciale e un nodo di traffico, un vero centro regionale“, diceva.

La realtà della vita quotidiana contro la narrazione etnonazionalista 

“Sento un sacco di politici parlare di confini, ingiustizie e diritti etnici. – continua Čerimagić – Portano tutti allo stesso argomento, semplice ma distruttivo: sei al sicuro solo se il tuo gruppo etnico è al potere. Sei al sicuro solo dove e quando il tuo gruppo etnico è al potere. Questa è l’idea che ha distrutto la Jugoslavia, e Doboj, che ha trasformato i confini in linee del fronte. Ma le idee possono cambiare, e sono cambiate. Doboj ne è un esempio.”

“Quando ha parlato della diversità etnica nelle città bosniache, Vučić ha inquadrato i cambiamenti demografici rispetto al 1991 come vittorie o sconfitte. Questa logica pericolosa viene direttamente dagli anni ’80 e ’90, e alimenta l’ossessione a ridisegnare i confini nei Balcani lungo linee etniche. Sarebbe bene che l’Unione europea e gli Stati Uniti dicessero a Vučić come a Thaçi [il presidente del Kosovo, ndr] che guardare alla Bosnia o al Kosovo attraverso prismi etnici e pensare di modificare i confini sulla base di questi è totalmente inaccettabile”.

Foto: Flickr

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