Indice di corruzione, i Balcani peggiori d’Europa

Nei giorni scorsi Transparency International, un’organizzazione che ha la propria ragione fondante nella lotta alla corruzione nel settore pubblico, ha pubblicato i risultati relativi alla valutazione dell’indice di percezione della corruzione, misurata in 180 paesi in tutto il mondo. La situazione per i paesi balcanici è tutt’altro che lusinghiera essendo stabilmente collocati agli ultimi posti della classifica europea, meglio solo di Russia ed Ucraina.

La metodologia

Dal 1995 Transparency International presenta questi dati con cadenza annuale offrendo, così, uno spaccato della situazione a livello globale. Il grado di corruzione viene espresso tramite un indice, denominato “Indice di Percezione della Corruzione” (Corruption Perception Index, CPI), calcolato incrociando i dati ufficiali provenienti da varie istituzioni indipendenti, e attinenti diversi aspetti della corruzione. Tra gli altri: l’uso dei fondi pubblici e la loro diversione, l’esistenza di leggi sul conflitto di interessi, la lotta alla corruzione, il livello di burocratizzazione, l’autonomia dei media e altri ancora. Il CPI è espresso su una scala da 0 a 100, dove 0 indica il massimo grado di corruzione e 100 la sua completa assenza.

I dati

L’Europa occupa ben sette delle prime dieci posizioni tra i paesi più virtuosi, inclusa quella di testa con la Danimarca. Il valore medio dei paesi dell’Unione europea è di 66, superiore a quello medio globale di oltre 20 punti.
La situazione dei paesi balcanici è, invece, di gran lunga peggiore: tutti i paesi dell’area occupano posizioni medio basse nel ranking generale. In ragione di un CPI medio di soli 41 punti, Serbia, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Macedonia e Albania si collocano tra l’ottantottesimo e il centesimo posto della classifica e solo Croazia (60) e Montenegro (68) appaiono leggermente più in salute.

A dare una connotazione ulteriormente negativa ai dati forniti da Transparency International contribuisce l’analisi del trend di questi stati: dal 2012 (anno dal quale la rilevazione viene fatta con la metodologia attuale) al 2018 non si rileva alcun segnale di miglioramento e, rispetto allo scorso anno, tutti i paesi dei Balcani occidentali hanno, viceversa, peggiorato il proprio punteggio, con la sola eccezione della Macedonia.

I singoli casi

Nonostante la lotta alla corruzione sia una delle condizioni imposte dalle istituzioni europee per l’ingresso nell’UE, nessuno degli stati candidati o aspiranti tali ha fatto, dunque, sforzi apprezzabili sul tema.

In Serbia, ad esempio, il tentativo di porre sotto il proprio controllo le istituzioni pubbliche preposte al mantenimento dello stato di diritto è stato evidenziato dall’associazione dei giudici serbi che, con un comunicato di rara durezza, ha definito la bozza di riforma costituzionale presentata dal governo un tentativo di “ampliare la possibilità di influenza politica sul sistema giudiziario”. Un potere giudiziario debole è sicuramente meno efficace ad indagare l’ambito politico dal quale risulta, al contrario, assoggettato.  Un quadro negativo cui si deve aggiungere, secondo quanto riportato da Transparency Serbia, la tendenza a non intervenire nemmeno in casi in cui la corruttela sarebbe comprovata da indagini giornalistiche o da quelle delle autorità investigative.

In altri contesti il problema si origina da un vuoto di natura legislativa e, più, in generale, dalla debolezza delle istituzioni: è il caso, ad esempio, del Kosovo dove, a fronte dell’esistenza di ben quattro organi preposti alla vigilanza, la poca chiarezza nella suddivisione di ruoli e di compiti ha creato sovrapposizioni e inefficienze, vanificandone di fatto l’operato. Attraverso il meccanismo del finanziamento pubblico dei partiti, inoltre, la corruzione può persino influenzare l’esito delle elezioni politiche: un sospetto in tal senso è quello che, secondo quanto riportato da Transparency International, riguarderebbe le ultime tornate elettorali in Montenegro e in Bosnia Erzegovina.

Ultima tra i paesi balcanici con il suo centesimo posto, l’Albania soffre di gran parte delle problematiche appena descritte: è di pochissimi giorni fa la raccomandazione con la quale il Fondo Monetario Internazionale esorta Tirana ad intraprendere più efficaci e puntuali misure anti-corruzione, come condizione indispensabile per il rilancio economico del paese e come incentivo alla ripresa del mercato del lavoro consentendo, così, un più efficace contrasto al fenomeno dell’emigrazione.

Un problema per la democrazia

Spesso benevolmente derubricato a malcostume, per quanto esecrabile, quello della corruzione è dunque un problema che investe la sfera democratica dei paesi coinvolti, con impatti pesanti anche sul piano economico e sociale. Negli ultimi anni al tentativo di molti dei governi dell’area di aumentare la propria influenza e il proprio controllo sulle istituzioni e sui mezzi di informazione si è aggiunta una diffusa recrudescenza del conflitto con le organizzazioni non governative e, più in generale, con gli oppositori politici.

Un clima, questo, che favorirebbe il proliferare di pratiche corruttive, come osservato dalla presidente stessa di Transparency International secondo la quale  la “corruzione pubblica ha maggiore possibilità di prendere piede in un contesto dove le basi democratiche sono più deboli”.

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, una laurea del secolo scorso e svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Bosnia ha scritto anche per Limes e l’Espresso. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo nella XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo.

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